L’approccio integrato alle malattie metaboliche

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Le patologie metaboliche si avvalgono di modelli di cura integrati ma le medicine complementari non sono ancora incluse nella strutturazione di questi percorsi condivisi dalla comunità medica. Ne parliamo con Rosaria Ferreri, esperta in omeopatia, fitoterapia e nutrizione

Nella vita professionale si incrocia talvolta un bivio e si fanno delle scelte che, se profondamente vissute, innescano processi di trasformazione aprendo nuovi orizzonti. Qualcosa di analogo è accaduto a Rosaria Ferreri e ha avuto ricadute importanti nella sua vita personale e lavorativa. “Assistente nel reparto di Malattie Infettive, lavoravo in un ottimo team con incarichi importanti in tema di AIDS ed epatiti. Osservando quotidianamente pazienti con malattie epatiche, mi chiesi che cosa potesse aiutare il metabolismo di quest’organo vitale e iniziai a interessarmi di terapie complementari. L’’inversione di rotta’ di un percorso sviluppato fino ad allora nel solco della medicina convenzionale fu il risultato di quegli interrogativi. Quando, più avanti, per problemi familiari ho dovuto lasciare l’incarico in ospedale, mi sono dedicata totalmente a questo mondo per qualche anno”.

È stato dunque il momento dei master e dei corsi di perfezionamento in omeopatia, fitoterapia e nutrizione. Percorsi necessari per poter entrare a far parte nel 2011 del progetto pilota di medicina integrata sviluppato presso l’Ospedale di Pitigliano in provincia di Grosseto. “All’origine ci fu un interrogativo sollecitato dal pragmatismo tipico dello specialista in malattie infettive: come far funzionario tutto al meglio, in scienza e coscienza, per ottenere risultati utili a vantaggio del paziente”, prosegue Ferreri. La medicina integrata diventa dunque uno strumento, una risorsa preziosa per la gestione di tante condizioni, incluse le patologie metaboliche che, per la loro natura spiccatamente multifattoriale, come e più di altre possono avvantaggiarsi di questa visione globale.

Laureata in Medicina e Chirurgia con specializzazione in Virologia Clinica, Rosaria Ferreri è medico omeopata presso il Centro ospedaliero di Medicina Integrata di Pitigliano, in provincia di Grosseto.

Quale ruolo può giocare l’approccio integrato nei percorsi assistenziali per la cronicità?

La medicina integrata non è soltanto il presente, ma è soprattutto il futuro della medicina moderna in quest’ambito. In primo luogo perché modelli integrati sono stati predisposti dalla stessa medicina convenzionale per le cronicità. Le patologie metaboliche, ad esempio, si avvalgono di modelli di cura integrati per il diabete o per le malattie cardiovascolari, per citarne solo qualcuno. Tuttavia le medicine complementari non sono ancora incluse nella strutturazione di questi percorsi condivisi dalla comunità medica. Un obiettivo di chi si occupa di medicina integrata è proprio questo: creare un trait-d’union fra la clinica, la diagnostica e la terapia convenzionale con la clinica, la diagnostica e le terapie proprie delle medicine complementari. Considerando che l’agopuntura, la fitoterapia e l’omeopatia sono incluse nelle opzioni culturali a disposizione del medico sulla base di deliberazioni della Fnomceo e di specifiche normative regionali, rafforzate ulteriormente dall’Accordo della Conferenza Stato Regioni del 2013. Le potenzialità cliniche, diagnostiche e terapeutiche di queste discipline sono notevoli e ne consentono, a mio parere, l’inserimento nel modello assistenziale delle cure croniche.

Sono già disponibili studi di inclusione delle medicine complementari nel Chronic Care Model?

Le proposte attuali sono per lo più di integrazione – aggiungere questa o quella disciplina complementare nel percorso di cura – ma non ancora di inclusione vera e propria. È invece su questo piano che dobbiamo lavorare e dunque più che promuovere esperienze singole, occorre creare il modello chiedendosi: che cosa vogliamo fare? A che cosa servono le medicine complementari? Il concetto di comprehensive care introdotto dagli americani, in effetti, si avvale già di alcuni lavori interessanti che testimoniano l’efficacia di questo approccio e ne avviano una prima valutazione. Si tratta di studi – non di risultato bensì di supporto – che affrontano, fra l’altro, l’approccio integrato nelle allergie oppure in oncologia.

In Italia ci sono esperienze che vanno in questa direzione?

In Emilia Romagna sono in corso studi che applicano già questi criteri alla gestione condivisa e multidisciplinare del tumore mammario. L’équipe di lavoro regionale, dopo aver condotto uno studio preliminare, sta valutando proprio il modello di cure, che prevede al suo interno diverse opzioni incluse tecniche complementari come l’agopuntura. Approcciando dunque una patologia complessa e multifattoriale dentro una gestione di ampio respiro. Anche l’esperienza realizzata dalla Regione Toscana, attraverso una rete di ambulatori di medicina complementare e integrata coordinata dai centri di riferimento regionali, va in questa direzione, fornendo risorse importanti al clinico che deve rispondere a un bisogno del paziente. È questa dunque la vera visione olistica che supporta la medicina integrata ed è fondamentale, in questa prospettiva, che ognuno di noi abbia una conoscenza, ancorché basilare, di tutte le tecniche che possono concorrere al benessere del paziente. Ciascuna con la sua specificità, certo, ma all’interno di un modello integrato.

Che cosa ci dicono queste esperienze?

La prima riflessione che si può trarre da queste piccole esperienze è che la medicina integrata si può fare e che si può implementare il modello delle cure croniche. La conditio sine qua non però è che tutti sappiano di cosa si stia parlando. E invece mancano ancora diverse tessere alla composizione di questo mosaico, a partire dalla formazione. Per includere queste opportunità terapeutiche nei modelli di cura, è prioritario dunque sciogliere questo nodo. Dobbiamo cioè avere la possibilità che le persone con le quali dialoghiamo abbiano contezza di che cosa si stia parlando. Negli ultimi anni molti colleghi hanno mostrato un interesse per le nostre medicine e alcuni gruppi di studio hanno incluso le nostre professionalità e competenze, ma il fenomeno è ancora marginale e non riesce a fare massa critica nel mainstream.

Eppure il contributo della medicina complementare potrebbe esplicarsi a più livelli…

Nelle cronicità entrano in gioco vari fattori – le comorbidità, le politerapie, la capacità del paziente di recepire i cambiamenti. Praticare la vera medicina integrata non è semplicemente aggiungere una terapia, che sia la fitoterapia o l’agopuntura, ma sviluppare un processo multidimensionale, ad esempio adottare uno stile di vita più salutare, mettere in gioco un intero modello e delle abitudini consolidate, il che non è sempre facile per le persone. Il nostro team sta lavorando in modo specifico sulle comorbidità, spesso responsabili della mancata risposta alle terapie, e ha elaborato delle casistiche. Nelle malattie artro-reumatiche, ad esempio, il 64% dei pazienti è affetto da comorbidità, per lo più di tipo metabolico. Un dato davvero suggestivo del ruolo svolto dall’infiammazione. Nelle patologie allergiche, invece, il 35% dei pazienti presenta anche problemi gastro-intestinali e infezioni del tratto respiratorio inferiore, mentre nei pazienti oncologici le comorbidità prevalenti sono patologie metaboliche e reumatiche. A indicare, di nuovo, che anche nella malattia neoplastica l’infiammazione, che arrivi dal metabolismo o da una malattia reumatica, è ricorrente. L’esperienza ci ha mostrato che se si interviene sulle comorbidità cercando di recuperare il paziente con le tecniche complementari, non solo migliora la risposta alle terapie convenzionali ma se ne riduce anche il consumo. L’asma, ad esempio, si associa in molti soggetti ad altre patologie, gastrite, colite, patologie reumatiche ecc. Trattando queste condizioni, la gestione della patologia migliora, come evidenziano con chiarezza le nostre casistiche. La medicina integrata è dunque anche questo: non limitarsi ad affrontare il problema per il quale il paziente viene a consulto, ma intervenire sulle sue comorbidità, per migliorarne la risposta in senso generale.

Questa considerazione può applicarsi anche a una patologia cronica di grande impatto come il diabete?

Il diabete interessa percentuali importanti della popolazione e ha importanti ricadute anche sulla spesa sanitaria. Nasce da qui l’interesse del nostro team per una gestione integrata, che abbiamo iniziato a valutare in un piccolo gruppo di pazienti, in collaborazione con il diabetologo dell’ospedale. Abbiamo definito insieme un pattern metabolico che include questi parametri: pazienti con diabete tipo 2, in trattamento con la terapia classica alla quale non rispondono bene, concomitanza di altre patologie. A questa tipologia di pazienti chiediamo se vogliono intraprendere anche un percorso integrato ed eventualmente partecipare a uno studio di fattibilità. Ad oggi ne abbiamo seguito 18, ma intendiamo ampliare ad altri centri per aumentare la numerosità del campione. Nel protocollo integrato l’omeopatia – 4 medicinali omeopatici più un quinto che personalizza il trattamento –si associa alla proposta di uno schema dietetico di alimenti da evitare/preferire. Un approccio alimentare non restrittivo ma che funziona e riesce a coinvolgere il paziente, senza incidere particolarmente sul piano economico. E l’autocontrollo della glicemia lo motiva ulteriormente a proseguire su questa strada. Il ricorso all’agopuntura è previsto invece in presenza di complicanze come le neuropatie diabetiche, per le quali questa tecnica dispone di buone evidenze scientifiche. L’integrazione procede su questi binari, prendendosi carico anche delle comorbidità del paziente, e sta dando buoni risultati.  Un valore aggiunto sta infine nel monitoraggio, che può essere effettuato nel nostro centro anche ogni 20 giorni.

Che cosa vi ha insegnato finora questo protocollo sperimentale?

In primo luogo che il paziente diabetico è adatto a essere trattato con la medicina integrata, che può dunque essere una risposta adeguata a una patologia multifattoriale come il diabete. Una patologia che ha bisogno di più figure, del diabetologo, dell’infermiere, del Mmg e, perché no, anche dell’esperto in questo indirizzo. Il Chronic Care Model con la medicina complementare ha una marcia in più, poiché il paziente con esso si sente assistito per l’insieme dei suoi sintomi e per la sua intera condizione clinica. Perché tutto questo funzioni è fondamentale la disponibilità del personale medico. Occorrono quindi medici preparati che siano in grado di fornire questa risposta e strutture adeguate.

C’è un ruolo per gli integratori vegetali?

Le piante che esplicano un’attività ipoglicemizzante, riscontrata anche in letteratura internazionale, sono diverse. Parlando di estratti vegetali e dunque di dosaggi ponderali, è importante verificare sempre le eventuali interferenze con altri farmaci assunti dal paziente o incompatibilità per altri motivi. Nel percorso che stiamo delineando, tuttavia, non è prevista la fitoterapia. Personalmente suggerisco ai pazienti ai quali viene tolto lo zucchero di utilizzare come dolcificante la cannella, una pianta che aiuta a tenere sotto controllo il livello di glucosio nel sangue, come confermano diversi studi.

La fitonutrizione può supportare in qualche modo anche il paziente oncologico?

Gli alimenti contengono numerosissime sostanze attive in questo campo, segnalate dalla stessa ricerca. Questi composti, assunti in piccole dosi nel senso ormetico, possono essere direzionati in funzione di una supplementazione non più generica ma mirata. È la cosiddetta evidence-based diet, che può avere un ruolo di prim’ordine per il paziente oncologico.

 

 

 

 

 

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