Omeopatia e medicina allopatica: il futuro nella cura dei pazienti

Renzo Galassi

Renzo Galassi

In occasione del 69° Congresso della Liga Medicorum Homoeopathica Internationalis, che si terrà a Parigi dal 16 al 19 luglio abbiamo intervistato il dottor Renzo Galassi presidente della LMHI, l’associazione che riunisce gli omeopati di 76 Paesi del mondo.

Ci sono i Paesi dove l’omeopatia è riconosciuta come “medicina ufficiale”?

L’omeopatia indiana resta una realtà molto vivace, radicata nel territorio e con forti legami istituzionali. Il CCRH (Central Council of Research in Homeopathy) fa parte del ministero della Salute, dove esiste anche una sezione per le medicine tradizionali, l’AYUSH, mentre le cliniche omeopatiche sono diffuse in tutto il paese e accolgono migliaia di pazienti, anche oncologici. Anche in molti paesi latinoamericani esiste un buon collegamento con le istituzioni e questa è forse una delle principali differenze con l’Europa, dove il rapporto della medicina omeopatica con le istituzioni non può dirsi altrettanto forte e si deve lottare ancora molto sul piano politico. 

Milioni di italiani fanno ricorso all’omeopatia. Quali esigenze pone oggi il paziente che si rivolge all’omeopata e come strutturare la propria attività per garantire al cittadino un servizio, oltre che una prestazione professionale?

Credo che il medico omeopata debba esercitare la professione a tempo pieno. Personalmente ho scelto questa strada dedicando ad essa il 100% delle mie forze e dando sempre al paziente un servizio simile a quello offerto dal medico di famiglia. L’omeopatia vera, quindi, richiede un impegno full-time, fondamentale per seguire le evoluzioni del paziente e dei suoi sintomi, per capire ad esempio se sta andando incontro a una malattia acuta o se si tratta solo di un’evoluzione benefica della cura. Quando si pratica l’omeopatia con vocazione e, come diceva Proceso Ortega “nella mistica della professione”, il paziente non può che trarne vantaggio. 

Buona formazione, buoni omeopati, buoni risultati con i pazienti?

La straordinarietà del medicamento omeopatico sta nel fatto che crea sempre qualcosa nell’organismo. Non necessariamente si tratta di cura, talvolta è un semplice movimento di sintomi. Una buona formazione di base consente di percepire se la direzione è verso la guarigione o si tratta di palliazione o di un cambiamento nei sintomi.

Abbiamo il dovere etico di essere professionali, di offrire una terapia di qualità, ancor più in questo periodo storico difficile. Le istituzioni ci guardano, nella prospettiva di regolamentare il settore, mentre i pazienti che in una fase di crisi scelgono di pagare di tasca propria la visita omeopatica hanno il diritto al miglior trattamento possibile, efficace e duraturo.

In assenza di regole, purtroppo, ci sono anche persone che praticano l’omeopatia senza competenze specifiche o per seguire una moda del momento. Non è sempre così, ma resto convinto che chi vuole fare l’omeopata debba farlo con scienza e coscienza. Non è qualcosa che si prova per vedere se funziona, perché c’è sempre il rischio di danneggiare il paziente.

Dottor Galassi, che cosa vuol dire per un omeopata unicista “medicina integrata”? Come dovrebbe avvenire, sempre che sia auspicabile, l’integrazione con la “medicina ufficiale”?

Non tutti siamo Hahnemann o Von Lippe, che con la loro bravura riuscivano a curare tutto o quasi; ognuno di noi può avere dei limiti e non riuscire a risolvere alcune situazioni patologiche in alcuni pazienti. In questi casi ritengo opportuno integrare il nostro lavoro con quello di bravi colleghi, di specialisti allopatici, ginecologi, cardiologi ecc. Questa è la mia visione di integrazione che pratico quotidianamente. Una delle lezioni più belle di Ortega in Messico riguardava l’incurabilità in omeopatia; ecco, in questi casi è giusto chiedere il supporto di altri colleghi perché mai si può abbandonare il paziente a se stesso.

Non credo invece che si possa essere allopata e omeopata ad alti livelli allo stesso tempo e che l’integrazione possa avvenire nella stessa figura medica. Conosco la difficoltà di studiare l’omeopatia ad alti livelli professionali e so per esperienza che dedicandosi con amore a questo studio, poi non si ha il tempo di studiare in modo serio o specialistico anche la medicina allopatica, quindi si offrirebbe al paziente un servizio di scarsa qualità in uno dei due aspetti. La medicina integrata deve essere di altissimo livello e si può praticare quando sia l’omeopata sia lo specialista allopatico, o di altra disciplina complementare, sono altamente professionali.

L’integrazione può attuarsi anche nelle strutture sanitarie pubbliche e in ospedale. Se si tengono fuori gli interessi commerciali, i medici, omeopatici e allopatici, possono convivere molto bene e condividere esperienze. L’integrazione fra omeopatia e medicina allopatica è dunque possibile, anzi penso che possa essere il futuro nella cura dei pazienti, anche se continuo a ritenere l’omeopatia la migliore medicina di prima scelta.

Mariella Di Stefano 

Chi è Renzo Galassi

Nato a Macerata, Renzo Galassi si laurea in medicina con lode presso l’università La Sapienza di Roma. Dopo la laurea ha seguito master con il prof. Antonio Negro presso la “Libera Università Internazionale di Medicina Omeopatica”, seminari con maestri dell’omeopatia come T.P.Paschero, P.S.Ortega e E. Candegabe. Dal 1989 al 2005 ha partecipato annualmente all’attività ambulatoriale di P. Ortega in Messico.

È membro della LMHI www.lmhi.net dal 1985; nel 2007 è stato nominato primo segretario generale, nel 2010 primo vice presidente ed è diventato presidente dell’associazione nel 2013. Svolge attività di formazione dal 1989 presso l’Accademia di medicina omeopatica hahnemanniana marchigiana e altre strutture.

Ha condotto un’intensa attività congressuale ed editoriale; fra i suoi lavori si segnala il libro The Mental Symptoms in Homeopathy, scritto con Proceso S. Ortega. Esercita la professione di medico omeopata a Macerata e Ancona.

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