Fare luce sulla BPCO con la medicina narrativa

Soffocare nella nebbia”. Con queste parole alcuni malati descrivono la propria condizione nella ricerca di medicina narrativa F.A.R.O.Far luce attraverso i racconti sulla Bronco Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO)condotta da Fondazione ISTUD per Chiesi Farmaceutici e con il sostegno delle principali società scientifiche nel campo della pneumologia (SIP, AIPO) e della medicina di base (SIMG, FIMMG), oltre che dalle associazioni di cittadini e pazienti (Onlus BPCO e Federasma e allergie).La BPCO è una condizione complessa, caratterizzata da sintomi persistenti e da una limitazione cronica al flusso delle vie aeree, che colpisce quasi 2 milioni di italiani. 

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato un allarme prevedendo che nel 2030 la BPCO sarà la terza causa di morte a livello mondiale, dopo le malattie cardio-vascolari e i tumori.

Alcuni malati hanno descritto la propria condizione nella ricerca di medicina narrativa F.A.R.O. – Far luce attraverso i racconti sulla Bronco Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO)

 

Le testimonianze e le evidenze della ricerca

Il progetto, nato con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla patologia e sull’importanza della prevenzione e della corretta gestione del paziente, ha raccolto 350 questionari quali-quantitativi composti da domande a risposta multipla e una parte di narrazione semi-strutturata. 350 interviste di cui 235 di pazienti, 55 di familiari e 60 di medici, insieme per la prima volta in tutta Italia.

Lo studio di medicina narrativa mette in luce innanzitutto come la mancata conoscenza della patologia e della sua gravità derivi anche dalla criticità del termine BPCO, che spesso, come evidenziato dalla ricerca, rimanda nella percezione dei pazienti a una “lieve malattia polmonare facilmente risolvibile come una bronchite”. Questa soggettiva sottovalutazione del problema spiega il frequente ricorso tardivo al medico.

BPCO: un termine inefficace

Anche gli stessi medici intervistati mettono in allerta. L’89% dei professionisti sanitari è consapevole dell’inefficacia del termine BPCO nella comunicazione con il paziente e della difficoltà di alcuni tecnicismi a essa correlati (puff, stroller, compliance per indicare l’inalatore, la bombola di ossigeno portatile, l’aderenza terapeutica); sa che, finché il termine BPCO sarà utilizzato senza un’adeguata spiegazione della “serietà della malattia”, difficilmente i pazienti riconosceranno realisticamente la minaccia che esso rappresenta.

Questo aspetto, unito alla cronicità stessa della malattia, conduce, quindi, a un’aderenza terapeutica, dal loro punto di vista, non soddisfacente. Un altro aspetto correlato al tema e confermato da alcuni specialisti intervistati, è il riscontro della difficoltà di molti pazienti nel corretto utilizzo dei dispositivi inalatori. I medici cercano quindi di affiancare i loro pazienti, verificando il loro atteggiamento nei confronti delle terapie (30%) oppure spiegandone i benefici (26%) o ancora costruendo una relazione di fiducia (11%); ad avere per contro un approccio sanzionatorio è il 15% dei medici intervistati.

Le metafore al centro della ricerca

Accanto alla testimonianza dei medici, le immagini metaforiche ed evocative scelte per descrivere la condizione patologica sono il cuore della ricerca. La voce dei pazienti riporta “Una gabbia di ferro che ti stringe il torace e ti impedisce di respirare”; “Soffocare nella nebbia, non vivere, annegare nell’acqua”; “Uscire di casa per me è un sogno…”. Così come quella angosciata dei loro familiari che dicono “uno stanzino chiuso, piccolo e buio… ho visto mia mamma arrancare… claustrofobia totale…”, “Un passerotto che non può volare e che sbatte le ali ma non riesce.”

Durante la visita col medico i pazienti descrivono i sintomi e la patologia in termini di minor gravità, forse anche per il linguaggio tecnico o la paura di aprirsi con il proprio curante, mentre le immagini con cui rappresentano la convivenza con la BPCO nella loro vita quotidiana sottolineano la grande fatica del corpo e il forte peso emotivo.

Astenersi dal fumo è necessario per prevenire

Condurre uno stile di vita sano e l’astensione dal fumo sono condizioni fondamentali per poter prevenire o quantomeno intervenire sulla patologia. Il curante ha l’arduo compito di accompagnare il paziente nel suo percorso della sospensione del fumo: il 60% degli intervistati ha infatti smesso, anche se fra di loro il 22% ne è ancora pericolosamente attratto, pervaso da un senso di nostalgia.

Un altro aspetto emerso è come il 20% dei malati intervistati sia affetto da BPCO non direttamente correlabile al fumo, ma ad altri fattori quali l’inquinamento, l’esposizione occupazionale a sostanze nocive o a malattie respiratorie pregresse.

Una malattia che pesa sul lavoro e la famiglia

Infine, la malattia non appartiene solo alle ultime fasce di età, ma colpisce già in età relativamente giovane, persone che ancora lavorano: infatti, su 235 pazienti coinvolti, solo al 26% la malattia è stata diagnosticata in pensione, il 28% ha dovuto usufruire di permessi, ferie dal lavoro o modificato il proprio contratto sia per disabilità fisica sia per accedere alle cure, per un totale di quasi una mensilità l’anno, e il 21% ha smesso definitivamente di lavorare. Questo aspetto si ricollega anche all’alto carico economico della malattia, riportato frequentemente nelle interviste ai familiari.

Anche l’impatto sull’attività lavorativa del familiare è elevato: a prestare assistenza è infatti il 70% dei familiari del paziente, di cui il 54% per oltre 3 ore al giorno e il 16% per più di 8 creando una situazione incompatibile con qualsiasi attività lavorativa.

 

 

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