Teatrale il placebo o il giornalismo sensazionalista?

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Le medicine complementari e l’omeopatia in particolare sono da tempo, ma ultimamente con rinnovata energia, sotto attacco mediatico.

Ci sono state trasmissioni televisive che hanno suscitato critiche delle associazioni di settore perché considerate viziate da preconcetti molto negativi nei confronti dell’omeopatia, tanto da insinuare negli spettatori l’idea che siano cialtroni o truffatori professionisti ufficialmente riconosciuti come “esperti” in queste discipline dagli Ordini professionali di medici, veterinari e farmacisti e inseriti in appositi elenchi dal 1999. Successivamente un Accordo Stato-Regioni (2013), recepito dalla maggioranza delle Regioni (eccettuato Campania e Calabria), ha precisato che le medicine complementari, omeopatia compresa, costituiscono atto sanitario e sono di esclusiva competenza e responsabilità professionale e che gli atti sanitari, in quanto sistemi di diagnosi, cura e prevenzione, in affiancamento alla medicina ufficiale, hanno come scopo comune la promozione e la tutela della salute, la cura e la riabilitazione.

Anche l’agopuntura nel mirino

Ciò che più colpisce in questo momento non è la radicalità delle accuse di mancanza di scientificità di queste terapie, ma la progressiva estensione dell’area interessata dalla critica, che ora include anche l’agopuntura. Una disciplina che ormai si considerava quasi “convenzionale” per il livello di evidenze e pubblicazioni su riviste indicizzate in PubMed, anche con alto Impact Factor, nonché di accettazione istituzionale (corsi professionalizzanti, master universitari, ambulatori pubblici ecc.).

A tale proposito il British Medical Journal ha riportato di recente il resoconto di un dibattito “head-to-head” tra Mike Cummings, British Medical Acupuncture Society, Asbjoern Hrobjartsson, University of Southern Denmark, ed Edzard Ernst, professore emerito. La sintesi è che non ci sarebbero prove di efficacia convincenti dei benefici clinici dell’agopuntura nella terapia del dolore e che quindi, per i potenziali rischi e i costi, l’inserimento di questa disciplina medica nei servizi sanitari pubblici non è giustificato.

Il problema è, in questo caso, la mancanza di plausibilità e soprattutto la scarsa differenza di efficacia dell’agopuntura “vera” in confronto alla agopuntura “falsa” o sham, differenza che risulta sostanzialmente significativa quando la si mette a confronto con la terapia farmacologica. Si parla quindi di un “placebo teatrale” e non farmacologico, e non importa agli scettici che gli agopuntori da sempre non considerino la “sham” un intervento inerte e quindi un placebo, ma solo una diversa modalità di praticare l’agopuntura.

La necessità di trovare un terreno comune

Quali conclusioni trarre da queste vicende recenti? Sarà mai possibile trovare punto di incontro, un terreno comune dove provare attraverso metodologie di ricerca condivise ad approfondire le tematiche più controverse?

La polarizzazione del dibattito, fortemente voluto anche dai media interessati a estremizzare le posizioni e alimentare lo scontro per creare audience e incrementare gli indici di gradimento, sembra non consentire previsioni ottimistiche, ma in fondo basterebbe porsi una semplice domanda: ma se è tutto un effetto placebo, virtuale o farmacologico, e visto che analizzando i dati della letteratura sappiamo che per le patologie più comuni l’efficacia delle MC può essere calcolata intorno al 70%, non si potrebbero eliminare i farmaci corrispondenti e usare quelle patologie solo il placebo, riservando il trattamento convenzionale a casi non responder?

La proposta sembra paradossale e provocatoria, ma di fatto è la logica conseguenza della rigida logica più che scientifica “scientificista” degli scettici e, come abbiamo visto, non solo di quelli di casa nostra.

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