
Vecchi farmaci riposizionati, come la metformina, da oltre 50 anni impiegata per il controllo del diabete; lo studio di nuove molecole, tra cui i senolitici, per lo sviluppo futuro di potenziali nuovi trattamenti; l’attenzione a specifici geni, quali i gerontosoppressori e i gerogeni.
Ma anche sostanze naturali, in particolare gli elovanoidi (ELV), e biologiche come l’inulina. E poi stili di vita “personalizzati” (alimentazione, attività fisica, buone pratiche di salute): sono oggi gli strumenti e le prospettive su cui si incentrano gli sforzi e le attese della ricerca per contrastare, rallentare l’invecchiamento, quindi l’insorgenza o il decorso di malattie tipiche dell’età avanzata.
Patologie oncologiche, neurodegenerative, cardiovascolari, metaboliche ne sono un esempio. Alcune opportunità di “governance” degli effetti età-correlati sono attese in pratica clinica, anche nel breve periodo, altre restano interessanti ipotesi, in continuo studio per favorire una longevità, più sana e attiva. Sono argomentazioni illustrate all’ALC (Aging and Longevity) Conference 2026, a Roma (9-11 Aprile) da una platea di relatori internazionali, europei, italiani, statunitensi, asiatici, australiani.
Dai geni ai farmaci
Nessuna soluzione è trascurata per dare risposte a una popolazione, italiana nello specifico, sempre più proiettata alla terza e quarta età. Traiettoria sostenuta oggi da comportamenti educati alla prevenzione, a uno stile di vita più sano, a cure più performanti, ad approcci mirati al contesto clinico. Il progresso in questa direzione non si è concluso, anzi.
Nuove ricerche, evidenze scientifiche, tecnologie parlano a favore di “lunga vita”, nell’auspicio di annullare il divario fra “Healthspan” e “lifespan”, ancora esistente. Il recente congresso romano ha mostrato che è possibile disegnare in qualche misura un nuovo futuro della longevità, ispirandosi e sfruttando conoscenze note e consolidate e aprendosi a target e orizzonti innovativi.
La metformina
«Dal passato abbiamo ereditato la metformina – spiega Cesare Sirtori, farmacologo all’Università di Milano e speaker all’ALC – che ha destato nuova attenzione, qualificandosi come un potenziale anti-aging, dopo anni di successo nella gestione del diabete. Studi sperimentali su primati, condotti da ricercatori cinesi, hanno evidenziato che le funzioni cognitive in animali anziani trattati con questa sostanza, erano in grado di conservare la stessa efficienza di un’età molto inferiore a quella biologica, di circa sei anni. In particolare, il rallentamento dell’orologio biologico è stato dimostrato in scimmie maschio, con attenuazione dell’invecchiamento neuronale e miglioramento delle funzioni cognitive. Se si ottenessero risultati simili nell’uomo, la nostra specie potrebbe avvantaggiarsi di più anni di vita, vissuta “con intelligenza”, grazie al contrasto dell’invecchiamento cerebrale. Sono attesi, in questa direzione, i risultati del progetto TAME (Targeting Aging with Metformin), guidato dal prof. Nir Barzilai, di New York, uno dei più avanzati al mondo, che intende valutare l’efficacia di un uso regolare della metformina sul rallentamento dell’invecchiamento nell’uomo, quindi sulla sopravvivenza, riduzione dell’insorgenza di tumori e potenziamento della funzione cerebrale. Nello specifico, si stanno seguendo migliaia di persone anziane, tra 65-79 anni, in trattamento con metformina o placebo, con follow-up a 5-7 anni. In buona sostanza, la metformina, oltre ad agire efficacemente sul diabete di tipo 2, con significativa diminuzione dei livelli di lipidi e perdita di peso, sembra associarsi anche a interessanti proprietà per il controllo della crescita di cellule tumorali. L’effetto antitumorale sembra dipendere in parte dall’attività mitocondriale e dalla resistenza alla fosfatidilinositolo 3-chinasi osservata in alcune neoplasie, ad esempio della mammella e di alcuni tumori cerebrali del bambino. Mentre l’attività pro-longevità, sempre attribuita alla metformina, pare legarsi alla potenziale riduzione dell’inflammaging età-correlata e alla capacità di modificare il microbiota intestinale».
Ed ancora la metformina svolgerebbe anche una azione senolitica riducendo le cellule in senescenza a beneficio di quelle giovani, come ad esempio nel morbo di Parkinson (Matheu, Madrid). Dati preliminari destano potenziale interesse per l’eventuale impiego e studio in gravi disturbi neurologici, tra cui la sclerosi laterale amiotrofica e la demenza frontotemporale.
Senolitici
Le cellule zombie sono quelle che con l’età non muoiono, ma smettono di funzionare correttamente, rilasciando sostanze infiammatorie pro-invecchiamento (inflammaging).
I senolitici, una nuova classe di farmaci, sembrano andare a target: attaccano le cellule zombie, demolendole. Di particolare attenzione è il Mito‑Tam, un derivato dal tamoxifene largamente utilizzato in oncologia, che ha dato risultati incoraggianti in malattie del fegato come la steatoepatite, finora priva di rimedi specifici.
Altre patologie da antagonizzare
Leucemia e malattia renale sono due condizioni piuttosto diffuse nella terza età su cui punta la ricerca. «La proliferazione cellulare nella leucemia è fomentata da alcuni fattori noti – aggiunge Sirtori – tra cui i geni TET2 e DNMT3, fattori di crescita che in sinergia possono sostenere sia lo sviluppo di questa malattia oncoematologica sia l’insorgenza concomitante di aterosclerosi. Alla base di questo processo di mutuo sostegno di sviluppo c’è un “errore di sistema” che può essere antagonizzato e corretto, ancora una volta dalla metformina». Altri geni sono di interesse: tra questi il LAV-BPIFB4, un nuovo gene scoperto in Italia, da studi nel Cilento, condotti dal prof. Annibale Alessandro Puca (Salerno), riscontrato nei molto anziani e che, somministrato in animali vecchi, può far regredire i fenomeni negativi della terza età. Può avere efficacia nella progeria (malattia di Sammy Basso) nella quale sono in corso studi appropriati.
Sostanze naturali e organiche
Potrebbero incidere sull’invecchiamento anche gli elovanoidi (ELV), lipidi derivati da acidi grassi a catena molto lunga, sintetizzati nell’organismo, risultati fattori chiave da studi americani nell’allungamento dei telomeri, cruciali nel determinare la durata della vita e proteggere da danni da traumi cerebrali e dall’inflammaging.
Ciò perché gli ELV combattono lo stress ossidativo, l’infiammazione tissutale, tutelando così la salute di cervello, retina e di diversi tessuti nervosi, specie da patologie neurodegenerative come l’Alzheimer (Marisich, Trieste). Infine, va reso merito anche al glucosio, spesso demonizzato, ma non in caso di mitocondri; se questi organelli hanno la capacità di sfruttare al meglio il glucosio, ecco che offrono un importante apporto funzionale al cervello.
Recenti studi, tra cui uno cinese, mostrano un link tra una particolare condizione della proteina Tau, la capacità di utilizzare il glucosio nel cervello e il decadimento cognitivo, mentre uno studio tedesco attesta che la ridotta motilità dei mitocondri nei neuroni può fungere da indicatore precoce dell’invecchiamento cerebrale. «Il fascino di studiare la terza età – conclude Cesare Sirtori – è che, alla fine, si ritorna a un ambiente noto e familiare che il ricercatore può valutare, sfruttare e su cui può intervenire con soluzioni concrete ed efficaci per le diverse necessità del malato».
Tratto dal numero di giugno 2026 di Medicina Integrata



