Rendere la salute mentale e il benessere di tutti una priorità globale: è il tema attorno cui ruotano iniziative di sensibilizzazione e informazione del World Mental Health Day, che ricorre il prossimo 10 ottobre. Una necessità, ancora più che una raccomandazione, in funzione dei numeri crescenti del disagio mentale seguito alla pandemia, a danno soprattutto delle fasce di popolazione più giovani: adolescenti e ragazzi.

Lo confermano i dati di una indagine da cui si evince che l’“integrazione” comincia dalla comunicazione e che l’accettazione della malattia mentale da parte della collettività è lo strumento più robusto e efficace per rompere lo stigma. I giovani ne sono consapevoli: ritengono la malattia mentale un evento che può colpire indistintamente chiunque, accettando l’aiuto dello psichiatra.

L’ (in)formazione e la consapevolezza

Abbattere i muri della diffidenza, della disformazione, dello stigma, della paura: conoscere e accettare la malattia mentale sono il primo segno di accoglienza, di attenzione al prossimo più fragile, di riscatto sociale per chi di malattia mentale ne soffre.

«La pandemia Covid-19 – dichiara Ughetta Radice Fossati, segretario generale Fondazione Progetto Itaca – ha dimostrato che nessuna nazione era preparata ad affrontare una crisi di sanità pubblica, ma anche di salute mentale di questa portata. Per questo motivo è imperativo che non solo le famiglie vengano sensibilizzate sul tema delle malattie mentali, ma anche l’intera società, per costruire una cultura che permetta da una parte di riconoscerle e affrontarle, dall’altra per favorire l’integrazione nel tessuto sociale delle persone con malattia mentale. Per arrivare a questo obiettivo occorre lavorare insieme, stabilire nuove sinergie tra istituzioni, associazioni, aziende e privati, strutturando così nuovo patto per la salute mentale che vada oltre la medicina e accolga e supporti le necessità che la comunità richiede».

Solidale è la voce anche di chi opera sul campo dal punto di vista clinico: «Gli enormi cambiamenti sociali degli ultimi anni, dalla pandemia con i suoi effetti, alle guerre, agli sfollamenti sbarchi fino all’emergenza climatica – aggiunge Sergio De Filippis, direttore sanitario e scientifico Clinica neuropsichiatrica Villa Von Siebenthal, docente Psichiatria delle Dipendenze – hanno avuto un forte impatto sul benessere mentale e generale di molti. A queste difficoltà si aggiungono spesso le barriere create dallo stigma e dal pregiudizio che condizionano ulteriormente la qualità di vita delle persone che vivono con i disturbi mentali e dei loro cari. È fondamentale agire a più livelli per garantire che il benessere mentale sia sempre una priorità dei governi e della società in generale».

Il disagio mentale dopo Covid

Una curva in crescita segna gli effetti della pandemia anche fra i giovani a livello psico-emotivo. Nel corso dei lockdown, i sintomi di depressione e ansia sono raddoppiati rispetto alle stime pre-pandemiche: 1 giovane su 4 (25,2%) e 1 su 5 (20,5%), a livello globale, sta sperimentando rispettivamente sintomi depressivi e d’ansia.

In Italia, durante la pandemia, il 16,1% dei pazienti psichiatrici ha tentato il suicidio, mentre l’ideazione suicidaria e l’autolesionismo sono state le ragioni di ricovero nel 31,5% dei pazienti, con un’incidenza elevata soprattutto tra le ragazze.

Dati che confermano i risultati di una recente indagine sociologica nazionale “Adolescenza, tra speranze e timori”, realizzata da Laboratorio Adolescenza insieme a istituto IARD, presentati insieme a Lundbeck Italia, condotta fra 5.721 studenti con l’intento di analizzare l’eventuale relazione fra pandemia e la comparsa di 3 aspetti psicoemotivi (tristezza, ansia, variabilità d’umore), identificare il livello di prossimità dei giovani con coetanei che hanno avuto esperienze di autolesionismo, consumo di sostanze e abuso di alcol; fotografare la percezione degli adolescenti nei confronti di problemi psicologici-psichiatrici.

I risultati

Dall’indagine emerge che la maggior parte degli adolescenti si sente frequentemente triste, senza una specifica ragione, soffre di sbalzi d’umore e più del 40% si sente spesso agitato, particolarmente ansioso o impaurito al punto di avere la percezione di non riuscire a respirare. Disagi complessivamente riscontrati maggiormente dalle ragazze, con una percentuale che supera l’80%, con un aumento delle sintomatologie segnalato dal 57% dei ragazzi nel periodo della pandemia.

I giovani spesso vivono fianco a fianco con il disagio: quasi il 40% conosce un coetaneo che pratica l’autolesionismo, più diffuso tra le ragazze, quale atto estremo per affrontare situazioni di agitazione, tristezza e tensione.

Infine, dato positivo, la maggior parte dei ragazzi non ridimensiona i disagi mentali secondo stigmatici cliché, ma il 58% ritiene che sia importante ricorrere all’aiuto di uno specialista. Tra le cause principali del malessere psicologico i giovani segnalano la pandemia (88%), le liti familiari (87%) e la scuola (84%).

«L’indagine – conclude Maurizio Tucci, presidente Laboratorio Adolescenza – consegna un quadro non confortante del disagio mentale giovanile. Seppure sia ipotizzabile che nella maggioranza dei casi queste forme siano destinate a rientrare senza importanti conseguenze, è comunque opportuno non minimizzare a priori queste manifestazioni, derubricandole a caratteristiche dell’età. Genitori, pediatri e insegnanti dovrebbero essere attente sentinelle per cogliere prima possibile eventuali segnali di disagio, con la consapevolezza che gli adolescenti sono spesso bravissimi a dissimularli, e indirizzare la giovane o il giovane da uno specialista».

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