Lotta al fumo. Serve più appoggio dalle istituzioni sanitarie

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Il fumo non è una cattiva abitudine. Si tratta di una vera e propria dipendenza e cioè una patologia che, in quanto tale, può e deve essere curata. Oggi la chiarezza dei dati scientifici si scontra ancora con l’idea che il fumo di tabacco sia un problema risolvibile con la sola “buona volontà” e che per questo non abbia bisogno di trattamenti e servizi di assistenza e cura.

I servizi per il tabagismo oggi in Italia sono circa 400, ancora troppo pochi per intervenire sui quasi 11 milioni di fumatori

Un percorso solitario

“Abbandonare la sigaretta” è un percorso lungo, complesso e quasi sempre solitario. Tra i fumatori che hanno provato a smettere più di 3 volte, infatti, il 56% si sente spesso solo e senza punti di riferimento, il 44% non si sente sufficientemente informato, il 40% non conosce i Centri Antifumo, l’84% non si rivolge ai professionisti e il 57% non usa prodotti di supporto. Non solo. I fumatori che stanno cercando di smettere, i cosiddetti work in progress, incontrano nell’86% dei casi molti ostacoli e difficoltà.

I dati della ricerca Gfk-Eurisko

Sono questi i dati più significativi che emergono da una ricerca condotta da GfK-Eurisko e commissionata da Pfizer su “Gli Italiani e la disassuefazione dal fumo: logiche e percorsi degli ex fumatori e di chi sta cercando di smettere” presentata per la prima volta in occasione del XIII Congresso Nazionale SITAB – Società Italiana di Tabaccologia (Bologna, 16-17 novembre 2017) e che ci offre una fotografia di come sia complessa la relazione tra queste persone e il vizio del fumo.

Ancora pochi servizi antifumo e poco conosciuti

I servizi per il tabagismo oggi in Italia sono circa 400, ancora troppo pochi per intervenire sui quasi 11 milioni di fumatori e soprattutto poco considerati sul piano istituzionale. Ma al di là della necessità di implementarne il numero, la criticità più importante risiede nella scarsa conoscenza dell’esistenza dei Centri Antifumo sia da parte dei pazienti, ma anche da parte degli operatori sanitari come i medici di medicina generale e i medici ospedalieri.

Si tratta principalmente di colmare due gap: quello della ancora scarsa sensibilità di medici e infermieri e quello dei fumatori che non conoscono le cure per la dipendenza tabagica e non sanno a chi rivolgersi.

I pazienti andrebbero informati che smettere di fumare è possibile e con successo, se ci si fa aiutare da medico e/o da un Centro Antifumo. Ma la pratica clinica dice altro. Nell’ultimo anno, infatti, solo tra il 23 e il 26 per cento dei pazienti, vale a dire 1 paziente su 4, ha ricevuto dal proprio medico un consiglio strutturato per smettere di fumare, denominato secondo gli standard internazionali “minimal advice – consiglio medico minimo di almeno 5 minuti”, vale a dire dedicare al paziente almeno 5 minuti di colloquio per affrontare il problema.

Questo dato conferma che, nella maggior parte dei casi, ai pazienti non viene quasi mai prospettata la possibilità di poter essere seguiti da centri di cura specializzati.

Farmaci antifumo a totale carico del cittadino

Dal punto di vista delle terapie, i farmaci per smettere di fumare oggi sono a totale carico del cittadino che, a questo punto, viene penalizzato due volte: non solo quando fuma, ma anche quando vuole smettere. L’Italia è ancora fanalino di coda, nel mondo. I farmaci per smettere di fumare sono già rimborsati in Inghilterra, Portogallo, Olanda, Svezia, Svizzera, Irlanda e Finlandia e Francia.

In conclusione dalla ricerca Eurisko emerge quindi che, se la forza di volontà è una condizione necessaria essa non è sufficiente.  Le istituzioni medico-sanitarie possono diventare protagoniste attive nel fornire guida e soluzioni attraverso dei Centri Antifumo e dei professionisti ben identificati.

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