Medicina Naturale diventa “Medicina Integrata”

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MN1_copDa questo numero Medicina Naturale diventa Medicina Integrata, un nuovo nome per nuovi contenuti e nuovi progetti.

Al giorno d’oggi tutto cambia con molta rapidità, e anche la nostra rivista dopo tanti anni ha deciso di cambiare, impostazione grafica e titolo.

Il vecchio nome esprimeva l’idea, che ancora oggi ha un suo razionale, che “naturale è meglio”. Meglio dell’inquinamento costante dell’ambiente, dell’aria che respiriamo e dell’acqua che beviamo, meglio della chimica nel cibo, meglio degli OGM e meglio anche dei farmaci chimici. Questa situazione nel panorama mondiale non è cambiata, anzi!

Ciò che è cambiato nel corso del tempo è la strategia di risposta complessiva, oggi sempre di più basata sull’integrazione della medicina convenzionale con la medicina complementare, con l’obiettivo di fornire ai cittadini “il meglio di entrambi questi mondi” (the best of both worlds).

Il problema della definizione dell’insieme delle medicine e delle pratiche utilizzate per prevenire e trattare i malati, spesso molto diverse tra loro come origine, principi costitutivi, metodologia, e strumenti di intervento, è un problema molto dibattuto che ha accompagnato nel tempo lo sviluppo e la diffusione delle medicine complementari. Per molto tempo, e tuttora, si è usato il termine di “non convenzionale”, più neutro rispetto ad altri ma che è stato criticato perché definisce l’oggetto attraverso una negazione, esprime “ciò che non è” anziché affermare un’identità. In ambiente anglosassone si è poi diffuso internazionalmente il termine Medicina Complementare e Alternativa (CAM), definite come l’insieme di quelle terapie e interventi sanitari non considerate essere parte della medicina convenzionale. Da qualche tempo si preferisce semplicemente parlare di medicine complementari, senza la parola “alternative” quando si vuole ribadire il concetto di una medicina che è “altra” rispetto alla medicina convenzionale ma non in opposizione a questa.

Recentemente l’autorevole National Centre for Complementary and Alternative Medicine (NCCAM), la struttura finanziata con milioni di dollari del Governo USA che all’interno del National Health Institute americano si occupa delle medicine non convenzionali, ha deciso di cambiare la propria denominazione. E’ infatti diventato National Centre for Complementary and Integrative Health (NCCIH), partendo dalla considerazione che molto spesso le persone utilizzano come intercambiabili i termini “alternativo” e “complementare” che però corrispondono a concetti differenti.

Secondo il NCCIH se una terapia non convenzionale viene usata insieme alla medicina convenzionale è considerata complementare; se invece viene usata al posto della terapia convenzionale viene considerata alternativa.

E’ chiaro che ogni terapia, convenzionale o non, non è di per sé “alternativa” o “complementare”; un trattamento può essere usato in modo “aggiuntivo” a un trattamento convenzionale per migliorarne l’effetto, oppure per ridurne gli effetti avversi, come avviene ormai in modo sempre più diffuso nel caso dell’oncologia integrata, ma può essere preso in considerazione anche come un’alternativa a un trattamento convenzionale quando questo si rivela inefficace oppure inutilizzabile per esempio a causa degli effetti avversi che produce in un paziente ipersensibile a una certa sostanza. E’ quindi il terapeuta che decide di volta in volta di intervenire sostituendo o accompagnando il trattamento convenzionale con “altro” che si dimostra a volte più efficace, in qualche caso risolutivo, o che altre volte rappresenta un approccio solo più dolce e delicato alla salute del paziente.

Che cosa significa allora per questa rivista la parola “medicina integrata”? Ci sono molte definizioni in letteratura, ma tutte si riferiscono a un collegamento fra la medicina convenzionale e medicina complementare che agiscono in modo sinergico e coordinato nel processo di cura, così come avviene da tempo anche nel nostro paese, nel trattamento dei pazienti oncologici, nel dolore, in pediatria, nel percorso nascita. Sempre a partire, laddove possibile, dalle prove di efficacia che ogni terapia è in grado di produrre in ciascuna patologia.

Anche in Italia il fenomeno dell’integrazione sta prendendo piede, con un ritmo e una diffusione forse minori rispetto ad altri paesi (per esempio del nord Europa) ma comunque importante e crescente. Sono ormai decine le esperienze di integrazione a livello sanitario pubblico: ambulatori ospedalieri e progetti di medicina integrata; corsi di formazione e master universitari; la ricerca che, affannosamente e senza risorse, cerca di fornire alla clinica le necessarie evidenze che devono guidarne lo sviluppo; norme regolatorie della formazione e della pratica professionale che sono ormai uscite dall’ambito regionale dove sono nate e che hanno raggiunto il livello nazionale e un domani, chissà, Europeo. In questo contesto il punto di riferimento nostro e di tutto il settore deve essere il paziente, i suoi bisogni e i suoi desideri. E’ sua la richiesta di una medicina che sia dolce ma anche efficace, capace di risolvere il sintomo ma anche di incidere sulla salute nel suo complesso. Per rispondere a questa richiesta il medico deve possedere la capacità professionale di utilizzare tutte le frecce del proprio arco per centrare il bersaglio di una medicina della persona, un “bilinguismo” che consenta di associare alla competenza clinica anche la conoscenza degli strumenti terapeutici complementari. E la nostra rivista, Medicina Integrata, vuole essere al tempo stesso uno strumento utile di diffusione della conoscenza ma anche di attivazione di processi innovativi e sostenibili in ambito sanitario per garantire a tutti i cittadini la possibilità di scegliere la migliore opzione terapeutica disponibile.

Elio Rossi, Direttore scientifico di Medicina Integrata