One health è il tema attorno a cui si è incentrato il Milan Longevity Summit 2026 (Milano, 20-23 maggio): salute della persona, del mondo animale e vegetale, del pianeta, nella concezione più classica, ma esteso anche a una visione integrata.

Scienza e società, ricerca e vita reale, ambizione globale e realtà locale, ovvero l’uomo in un ecosistema complesso. Aspetti e obiettivi accomunati, come è nel core del Summit, da un fil rouge: la longevità. Quest’ultima affrontata e articolata in tre pilasti, che ne sono piena espressione: Longevity, Humanities e Prosperity. Tutto in un mix di teoria, divulgazione, pratica e risultati, poiché la preparazione alla longevità inizia da lontano, in giovane età e in un contesto di salute. La sua conquista è un atto di responsabilità, che va costruito giorno per giorno.

Dalla demografia alla genetica

Partendo dalla demografia, emerge e si conferma un appiattimento della curva del lifespan nelle società industrializzate, con un calo soprattutto negli Stati Uniti. Le evidenze attestano il raggiungimento di un plafond nella crescita delle aspettative di vita: dagli anni ’90 in cui gli uomini in Italia guadagnavano ogni anno 3 mesi e mezzo di vita in più e le donne circa 2 mesi, si è passati ad osservare agli inizia del 2000 un generale rallentamento delle curve di vita per entrambi i sessi, sebbene analizzando dati disaggregati emergono trend di rallentamento con andamenti molto “personalizzati”.

Ad esempio vi è evidenza di regioni europee che guidano ancora la crescita in longevità, come il Nord Italia, la Svizzera e la Spagna centro-settentrionale, e a ritmo sostenuto, a fronte di una parte di Europa in cui le aspettative di vita si riducono per stili di vita sbagliati e per una profonda apertura delle disuguaglianze. Fenomeno che potrebbe motivare sia l’arresto della longevità statunitense, sia le diverse in Italia fra le aspettative di vita di una donna del Nord Est e del Sud di circa 4 anni in buona salute. Il messaggio della scienza è chiaro: se non si trovano strategie per rompere il tetto biologico della vita umana, le “soluzioni” per allungare la lifespan sono poche.

Pertanto, è necessario postare il focus all’healthspan, su cui è possibile agire, affinché non si viva più a lungo malati, ma sani. Una sfida, quella dell’healthspan va vinta con il rischio, non più potenziale, che i sistemi sanitari già compromessi, vadano al collasso. Tendendo in buona sostanza al benessere delle le zone che per quanto tali e abitate da reali centenari, tendono a disaggregarsi, in parte per fenomeni migratori e in parte per cambiamenti degli stili di vita. Zone, dunque, destinate a scomparire, salvo una: la Sardegna, l’Ogliastra.

Ciò richiama anche a un nuovo apporto della genetica in ambito di longevità: uno studio, recente, su Science ha, infatti, rivoluzionato completamente la prospettiva dell’aging in termini di lifespan e healthspan. Disgregando i dati di cause di morte estrinseca in grandi corte di gemelli danese, omozigoti, da quelle di mortalità intrinseca, lo studio rileva che la genetica pesa per il 55% sul lifespan, rispetto al 15-20% precedentemente stimato, suggerendo che è molto difficile cambiare la traiettoria dell’healthspan se mancano informazioni sulla genetica. Quindi in questa nuova ottica, genetica e stili di vita, come viene spesa e investita la riserva fisiologica, si controbilanciano. Un aiuto per sostanziale per determinare questo rapporto, è oggi offerto da sistemi di Intelligenza Artificiale che, con costi relativamente contenuti, consentono di analizzare una mole di dati enormi della singola persona.

Ovvero i nuovi sistemi di calcolo e gli algoritmi di rischio relativo multigenici (PRS), consentono oggi al medico di valutare, rispetto alla curva di popolazione generale, se la singola persona è in posizione di forza o di debolezza in relazione ad esempio all’esposizione per malattie cardiovascolari o neurodegenerative.

Preparazione alla longevità

La longevità, non si improvvisa, è un costante lavoro, a cui ci si prepara e allena ricorrendo a strategie e strumenti “semplici”. La scienza è fondamentale, ma non è sufficiente: serve innanzitutto chiarire gli obiettivi reali: la medicina iperpersonalizzata per pochi o il cambiamento degli stili di vita per tanti.

Su quest’ultimo va incentrata l’attenzione, “programmando” piani e strategie semplici – norme generali non personalizzate fruibili e adottabili da tutti – che non richiedono grossi investimenti: mangiare bene e fare esercizio, restano le armi vincenti, note a tutti ma ancora messe in partica e in maniera costante da pochi, senza dimentica un lavoro sulla psiche della persona, dove la leva per ottenere un obiettivo è la gratificazione, non la motivazione o la forza di volontà . Quest’ultima molto poco spendibile e utilizzabile in strategie di successo.

Dall’Intelligenza Artificiale alla genetica predittiva

Sta evolvendo in maniera rapidissima la “presa in carico” della longevità, soprattutto con l’avvento della Intelligenza Artificiale che sta rendendo accessibile tecnologie, prima dai costi molto elevati. Ad esempio, ricercatori finlandesi hanno sviluppato un sistema di screening sul sangue, già validato su migliaia di persone, che traccia specifici metaboliti i quali, integrati con Intelligenza Artificiale e sistemi esperti, consentono di predire il rischio relativo di sviluppare una serie di patologie, tra cui anche alcuni tumori.

Un algoritmo di Intelligenza Artificiale capace di interpretare 30 parametri ematochimici, dall’emocromo all’LDL (colesterolo cattivo) e fornire poi uno score sull’età d’organo, un dato importantissimo per il medico e la persona, funzionale all’impostazione di programmi di prevenzione personalizzati. A ciò si aggiunge la genetica predittiva, ovvero un sequenziamento completo del DNA, una tecnologia ancora ad alto costo ma con output importanti, che consente di dare una nuova lettura della longevità.

Tramite il sequenziamento completo del DNA e l’interpretazione dei sistemi di Intelligenza Artificiale è possibile ottenere una profilazione della persona, quindi conoscere il rischio potenziale per lo sviluppo di specifiche patologie nell’arco della vita, avviando programmi specifici di prevenzione. Tecnologie che, tuttavia, non hanno ancora preso piede nel Sistema Sanitario nazionale, in attesa di dati di studi di validazione, ma che si suppone entreranno presto nella pratica clinica.

La sinergia tra tecnologie, medicina di precisione e medicina predittiva, integrate alla medicina degli stili di vita possono e potranno impattare in maniera straordinaria sulla salute delle persone.

Novità sulla menopausa

Uno studio del Weisman Institute of Science basato sull’acquisizione di dati di due grandi coorti, europea e americana, differenti per etnia, estrazione sociale, istruzione e altro, ha analizzato tutti i parametri fisiologici d’organo nelle donne. Sì e così scoperto che tutti i sistemi femminili nell’anno della menopausa subiscono un crollo funzionale improvviso, non rilevabile, o comunque in misura minore, in donne che si sottopongono a TOS (Terapia Ormonale Sostitutiva). Quest’ultima oggi meglio accettata, dopo che l’FDA (Food&Drug Administarion) ha tolto dalle confezioni il warning sul possibile rischio per tumore del seno, inizialmente basato su studi condotti con estrogeni equini e idrossiprogesterone acetato, ormoni dissimili a quelli femminili.

Laddove la TOS non sia controindicazioni o per mancata volontà a farla, l’esercizio fisico resta la modalità più efficace di contrasto all’invecchiamento, più “potente” della dieta, ricordando che questa va modulata sulla pratica fisica, con il contrario. Ad esempio, prevedendo un buon apporto protetico nei giorni di allenamento e maggiore attività, sostituito con altri alimenti di diversa natura, più “leggeri” in giorni di pausa dalla pratica fisica intensa. Inoltre, in ambito terapeutico, altri farmaci interessanti si profilano all’orizzonte, come gerolitici, senolitici ed altri di ultima generazione che probabilmente nell’arco di un ventennio, in attesa di dati sulla sicurezza, potranno essere impiegati anche in profilassi, come geroprotettori in persone sane, a vantaggio soprattutto delle donne. Mentre oggi tali farmaci sono già impiegati in specifici contesti clinici.

L’esercizio fisico e il ruolo del muscolo

L’esercizio fisico è fondamentale, specie in tema di longevità, per favorire l’equilibrio del metabolismo ormonale, il sonno, dove il muscolo gioca un ruolo importantissimo, centrale nel processo di invecchiamento. Mantenere massa muscolare decelera il processo, in quanto i recettori insulinici sono nel muscolo, quindi perdere muscolo espone alla tendenza verso l’insulinoresistenza, nonostante una dieta corretta.

Il muscolo è inoltre un regolatore della funzione ormonale, il muscolo e la contrazione muscolare sono inoltre i più importanti stimoli del mantenimento dell’osso, ciò a significare che si invecchia perché si perde muscolo, non viceversa. Ricordando che il lavoro aerobico e muscolare sulle gambe è cruciale: questo gruppo muscolare è, infatti, il più importante per la longevità, dove dati di letteratura robusti indicano uno stretto rapporto fra forza e la massa muscolare degli arti inferiori, salute e la mortalità.

Il messaggio degli esperti è chiaro: occorre iniziare questi sani comportamenti, esercizio e attività fisica, dieta corretta, quando si è sani e non si sente l’urgenza, con una dose superiore di attività fisica per la donne poiché l’allenamento muscolare contribuisce a consolida l’osso in maniera importante, riducendo l’esposizione all’osteoporosi. Non ultimo, l’esercizio fisico è un neuroprotettore, stimola la produzione di una serie di fattori di crescita che tutelano la salute del cervello.

Evidenze sull’inflammaging

Nuove tecnologie sono oggi in grado di valutare la resilienza immunitaria, misurando nel sangue il CD4 e il CD8, due tipi di globuli bianchi (cellule T), fondamentali del sistema immunitario. La resilienza immunitaria è il fenomeno per cui in caso di influenza ad esempio, il sistema immune si attiva per uccidere il virus, riuscendovi efficacemente in contesti di normalità, lasciando un residuo di piccola infiammazione che rientra poi nei range.

In persone non resilenti, incapaci di controllare efficacemente l’infiammazione, ciò non accade: l’infiammazione resta latente, fino ad acutizzarsi in caso di successici episodi infettivi e raggiungendo uno stato di cronicità in età avanzata. Infiammazione su cui pesano poi altri aspetti, come una dieta ipercalorica e altre scorrette abitudini.

Ulteriori evidenze importanti sono emerse da studi che hanno indicato come la resilienza e non resilienza sia geneticamente determinata, ciò a giustificazione del fatto, ad esempio, di persone giovani in epoca pandemica finite in Terapia Intensiva, rispetto a soggetti anziani che hanno meglio superato il Covid. Conoscere questo dato è fondamentale, poiché gli strumenti per contrastare la non resilienza ci sono: in primo luogo la vaccinazione, dall’antinfluenzale all’’Herpes Zoster. Entrambi molto efficaci e protettori anche in altri contesti.

Ad esempio è dimostrato che nella settimana che segue il periodo di influenza, il rischio di infarto aumenta di 7 volte in soggetti non resilienti che presentano una placca aterosclerotica, tanto da sviluppare un livello di infiammazione così importate da favorire la rottura della placca stessa, la formazione di un trombo, quindi l’infarto. Mentre il vaccino contro l’Herpes Zoster oltre ad essere efficace sull’infezione e le ricadute, sembra ridurre del 25% il rischio di sviluppare demenza, per un meccanismo ancora non noto nota.

In buona sostanza, il vaccino induce l’immunità meno infiammatoria a nostra disposizione, a fronte dell’immunità innata, molto infiammatoria e degli anticorpi, non infiammatori e che laddove presenti, neutralizzano un virus senza bisogno di scomodare l’immunità innata. Inoltre altre strategie efficaci, specie in soggetti non resilienti, includono evitare stimoli infiammatori, come l’esercizio fisico moderato-forte e assumere Omega-3 in grado di ridurre la concentrazione nel circolo sanguigno di molecole segnale dell’infiammazione, come la proteina C reattiva, l’interleuchina 6 e il fattore di necrosi tumorale.

Le nuove tecnologie

Altri strumenti potenzialmente interessanti si stanno affacciando per la gestione di specifiche condizioni. Ad esempio tecniche di neuromodulazione per il trattamento di obesità e diabete, nanomateriali biomimetici per favorire una più rapida guarigione di contesti patologici di particolare severità, i glicani come biomarcatori per il monitoraggio personalizzato della salute, la regolazione autonomica attraverso un approccio neuromodulatorio per migliorare la resilienza generale.

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