Dal 18 al 20 giugno Bologna ha ospitato il XVI Congresso Nazionale della Società Italiana di Nutraceutica (SINut), appuntamento che ha riunito ricercatori, clinici, farmacisti e professionisti della salute per fare il punto sulle più recenti evidenze del settore. Un’edizione che ha confermato la crescente maturità scientifica della disciplina e la necessità di un approccio sempre più fondato sulle evidenze, sulla personalizzazione degli interventi e sull’integrazione con la pratica clinica. Ne abbiamo parlato con il professor Arrigo Francesco Giuseppe Cicero, presidente della SINut, per approfondire i principali messaggi emersi dal congresso e riflettere sulle sfide che attendono la disciplina nei prossimi anni.

Professore, si conclude la XVI edizione del Congresso SINut. Quale ritiene sia il principale messaggio scientifico emerso da queste tre giornate di confronto?

«Il messaggio principale, a mio avviso, è che la nutraceutica sta entrando in una fase di piena maturità scientifica. Non è più il tempo di considerarla come un insieme di prodotti da associare genericamente al benessere, ma come uno strumento che può avere un razionale reale all’interno della prevenzione e della gestione integrata del rischio, a condizione che venga utilizzata con metodo, appropriatezza e una chiara lettura del profilo biologico e clinico della persona.

Da questo congresso emerge con forza un’idea: il vero passaggio culturale è dal prodotto alla persona. La domanda non è più soltanto Quale nutraceutico usare?, ma In quale soggetto, in quale fase della vita, con quale profilo metabolico, infiammatorio o funzionale e con quali obiettivi clinici?. Credo che questo sia il segnale più importante della crescita della disciplina.»


La riflessione del professor Cicero introduce uno dei concetti che hanno attraversato trasversalmente l’intero congresso: la necessità di superare una visione semplicistica della nutraceutica per ricondurla entro il perimetro della medicina basata sulle evidenze.

Nel comunicato conclusivo lei parla di una nutraceutica “meno slogan e più evidenze, meno semplificazioni e più integrazione tra ricerca, clinica e prevenzione”. È questa la principale evoluzione che la disciplina sta vivendo oggi?

«Sì, direi che è esattamente questa la direzione. Negli ultimi anni la nutraceutica è cresciuta molto in termini di interesse, ma questa crescita ha portato con sé anche il rischio di messaggi troppo semplici, aspettative eccessive e, talvolta, una distanza tra comunicazione e qualità delle prove disponibili. La vera evoluzione consiste nel ricondurre la disciplina all’interno di un quadro rigoroso, fondato sulle evidenze, sulla qualità del prodotto, sulla corretta selezione del paziente e sull’integrazione con gli stili di vita e, quando indicato, con la terapia medica. La nutraceutica non deve proporsi come alternativa alla medicina, ma come parte di una medicina più preventiva, più personalizzata e più capace di gestire le condizioni subcliniche o le fasi precoci del rischio. In questo senso, “meno slogan e più evidenze” non è semplicemente uno slogan migliore: rappresenta un vero cambio di paradigma.»

L’idea di una nutraceutica integrata nella medicina della prevenzione trova conferma anche nei temi affrontati durante il congresso. Dalla salute cardiometabolica al microcircolo, dalla longevità all’oncologia, fino alla dermatologia e allo sport, il programma ha proposto una lettura della salute orientata non solo alla cura della malattia, ma soprattutto al mantenimento della funzione.

Scorrendo il programma colpisce come molti temi – microcircolo, longevità, obesità, salute epatica, sport, dermatologia e oncologia – siano accomunati dall’attenzione al mantenimento della funzione e alla prevenzione del rischio. Stiamo assistendo a un cambiamento nel modo di concepire il ruolo della nutraceutica nella salute?

«Assolutamente sì. Oggi la salute viene interpretata sempre meno come semplice assenza di malattia e sempre più come mantenimento della funzione, preservazione della resilienza biologica e contenimento delle traiettorie di rischio. Per questo temi apparentemente molto diversi – come microcircolo, fegato, obesità, performance sportiva, cute o supporto al paziente oncologico – convergono tutti su una stessa idea: intervenire precocemente, in modo mirato, per proteggere sistemi e funzioni. È proprio in questo contesto che la nutraceutica può trovare uno spazio credibile, non tanto come risposta generica, ma come supporto in aree nelle quali prevenzione, modulazione funzionale e gestione integrata possono offrire un contributo concreto. La centralità della longevità in salute, del rischio cardiometabolico, della salute epatica, della dermatologia “dall’interno” e dell’oncologia di supporto riflette esattamente questo cambio di prospettiva.»


La medicina personalizzata è stata uno dei temi ricorrenti del Congresso. Tuttavia, personalizzare un intervento nutraceutico significa molto più che scegliere il prodotto più adatto.

La personalizzazione è stata uno dei temi ricorrenti delle diverse sessioni. Quali strumenti consentono oggi di trasformare il concetto di nutraceutica personalizzata da semplice principio teorico a reale pratica clinica?

«La personalizzazione oggi non è più soltanto un’aspirazione teorica. Sta diventando pratica clinica grazie alla possibilità di integrare diversi livelli di informazione: anamnesi accurata, profilo di rischio, fenotipo metabolico, abitudini alimentari, stile di vita, marker biochimici, assetto infiammatorio e, in alcuni casi, dati più avanzati relativi al microbiota o ad altre caratteristiche biologiche. Ma c’è un secondo aspetto altrettanto importante: la qualità del prodotto. Non si può parlare di un approccio realmente personalizzato se non si conoscono composizione, standardizzazione, biodisponibilità, dosaggio e sicurezza dei preparati. In altre parole, personalizzare significa mettere in dialogo dati clinici, evidenze scientifiche, competenze e qualità formulativa.»

Le prospettive di sviluppo della nutraceutica sono state uno dei fili conduttori del Congresso. Dall’asse intestino-cute alla salute cardiometabolica, fino all’intelligenza artificiale e all’approccio One Health, il programma ha delineato alcuni degli ambiti destinati a caratterizzare la ricerca dei prossimi anni.

Tra i temi affrontati quest’anno figurano microbiota e dermobiotica, salute epatica e cardiometabolica, intelligenza artificiale applicata allo studio delle interazioni, One Health e nutraceutica veterinaria. Quali di queste aree ritiene abbiano il maggiore potenziale di sviluppo nei prossimi anni?

«Credo che esistano almeno tre aree con un potenziale particolarmente forte, seppure per motivi diversi. La prima è quella cardiometabolica ed epatica, perché qui disponiamo già di un terreno clinico molto concreto: prevenzione, marcatori misurabili, aderenza terapeutica e una crescente domanda di strategie integrate. La seconda riguarda il microbiota e la dermobiotica, un ambito che mette in relazione barriera intestinale, infiammazione, metabolismo, cute e funzione immunitaria. Si tratta di un settore estremamente promettente, che dovrà però compiere ulteriori passi avanti nella standardizzazione delle evidenze scientifiche. Infine, l’intelligenza artificiale potrà offrire un contributo importante nella comprensione delle interazioni tra composti, bersagli biologici, farmaci e profili dei pazienti, migliorando sia la ricerca sia la sicurezza d’impiego. Accanto a questi temi considero molto strategica anche la prospettiva One Health, perché amplia l’orizzonte culturale della nutraceutica e la inserisce in una visione ecosistemica della salute, destinata a diventare sempre più rilevante nei prossimi anni.»

Tra le sessioni che hanno suscitato maggiore interesse vi è stata quella dedicata al supporto nutraceutico in oncologia. Un tema particolarmente delicato, affrontato dal Congresso con un approccio improntato al rigore scientifico e alla multidisciplinarietà, nella consapevolezza che, in questo ambito più che in altri, ogni intervento richiede un’attenta valutazione del rapporto tra benefici, sicurezza e possibili interazioni.

Nel Congresso avete affrontato il tema del supporto integrato al paziente oncologico, sottolineando la necessità di evitare semplificazioni e scorciatoie comunicative. Quale messaggio ritiene sia importante trasmettere oggi quando si parla di nutraceutica in oncologia?

«Il messaggio fondamentale è che, in oncologia, la nutraceutica deve essere collocata con grande serietà e prudenza. Non può mai essere proposta come alternativa ai trattamenti oncologici validati, né comunicata attraverso promesse improprie o semplificazioni suggestive. Il suo spazio, quando esiste, è quello del supporto integrato: contribuire alla qualità di vita, alla gestione di specifici sintomi o condizioni e alla tollerabilità dei percorsi di cura, sempre all’interno di un dialogo multidisciplinare e partendo dall’ascolto delle necessità del paziente. Dobbiamo uscire da due errori speculari: da un lato l’entusiasmo acritico, dall’altro il rifiuto pregiudiziale. La posizione corretta è quella dell’appropriatezza: capire quando un intervento può essere realmente utile, con quali obiettivi, sulla base di quali evidenze, tenendo conto delle possibili interazioni e coinvolgendo sempre l’équipe che ha in carico il paziente.»

La crescita della nutraceutica passa inevitabilmente attraverso la qualità delle evidenze. Per il professionista sanitario diventa quindi essenziale disporre di criteri chiari per valutare criticamente i prodotti e orientare le proprie scelte nella pratica clinica.

In numerose sessioni è emersa la necessità di distinguere ciò che è promettente da ciò che è realmente supportato da evidenze cliniche solide. Quali criteri dovrebbe utilizzare oggi il professionista sanitario per valutare criticamente un intervento nutraceutico?

«Credo che il professionista debba porsi alcune domande semplici, ma fondamentali.La prima riguarda il livello delle evidenze: esistono studi clinici ben condotti, possibilmente randomizzati e riproducibili, oppure ci si basa esclusivamente su dati preclinici o osservazionali? La seconda riguarda il beneficio clinico: stiamo parlando di un cambiamento biologicamente plausibile ma marginale oppure di un effetto realmente significativo per il paziente? Occorre poi valutare la qualità del prodotto: conosciamo dose, standardizzazione, qualità produttiva, biodisponibilità e stabilità? Il preparato è realmente appropriato per il profilo del paziente? E, naturalmente, il suo impiego è sicuro? Esistono possibili interazioni con farmaci, controindicazioni o problemi di tollerabilità? Infine, c’è un principio che considero fondamentale: nessun nutraceutico dovrebbe essere valutato al di fuori del contesto clinico. Alimentazione, stile di vita, aderenza terapeutica e follow-up rappresentano parte integrante del percorso e contribuiscono in modo determinante al risultato dell’intervento.»

Il Congresso ha guardato con decisione anche al futuro della disciplina, affrontando temi emergenti come l’intelligenza artificiale, la medicina personalizzata e la crescente integrazione della nutraceutica nei percorsi di prevenzione. Una prospettiva che, secondo il professor Cicero, richiederà soprattutto un ulteriore rafforzamento della qualità della ricerca.

Guardando ai prossimi anni, quali innovazioni e quali sfide ritiene saranno decisive per l’evoluzione della nutraceutica? Quale contributo potranno offrire strumenti come l’intelligenza artificiale e quale sarà, a suo avviso, la priorità per consolidare il ruolo della disciplina nella pratica clinica?

«L’intelligenza artificiale può offrire un contributo molto importante, soprattutto in tre ambiti. Il primo è la ricerca, perché consente di analizzare grandi quantità di dati e di generare ipotesi sulle interazioni tra composti, pathway biologici e profili clinici. Il secondo riguarda la sicurezza, poiché può aiutare a individuare possibili interazioni tra nutraceutici e farmaci, o tra più nutraceutici, soprattutto nei pazienti complessi e politrattati. Il terzo è la personalizzazione, contribuendo a riconoscere pattern di risposta e sottogruppi di pazienti più o meno suscettibili a un determinato intervento. Naturalmente non dobbiamo cadere nell’errore opposto: l’intelligenza artificiale non sostituisce il metodo clinico né la sperimentazione. Può rappresentare uno straordinario acceleratore della ricerca, ma deve sempre essere guidata dalla plausibilità biologica, dalla qualità dei dati e dalla validazione clinica. Se però dovessi indicare la priorità per i prossimi anni, sceglierei senza esitazione la produzione di evidenze sempre più solide e trasferibili alla pratica clinica. In fondo, tutte le altre sfide dipendono da questa. Senza evidenze robuste è difficile personalizzare davvero gli interventi, distinguere i prodotti di qualità e integrare la nutraceutica nei percorsi di prevenzione in modo strutturato e credibile. Il futuro della nutraceutica dipenderà quindi dalla capacità di tenere insieme prova scientifica, qualità formulativa, appropriatezza clinica e integrazione nei percorsi di salute. Se riusciremo a compiere questo passaggio, la nutraceutica potrà assumere un ruolo sempre più autorevole nella medicina della prevenzione e della gestione della complessità.»

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