Cure anticancro: separare il grano dalla paglia

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Negli ultimi mesi si è parlato molto di chemioterapia da più angolazioni. Sono comparsi sui giornali e in televisione diversi casi di pazienti che hanno scelto di non fare la chemioterapia o altre terapie anticancro e di fare terapie “alternative” a quelle convenzionali, come scelta autonoma e sulla base di consigli di figure mediche e non, e che sono in seguito decedute. Da qui una serie di commenti e valutazioni che hanno più o meno in modo unanime rilevato la demenzialità di queste scelte e condannato in modo inequivocabile queste scelte controcorrente.

In molti casi i media hanno fatto, come si dice, di tutte le erbe (è proprio il caso di dirlo) un fascio, mettendo insieme il metodo Hamer, Stamina, il Vidatox cubano, l’olio di cocco, il bicarbonato di sodio, il metodo Pantellini, la terapia Di Bella, … finendo per accusare tutti di ciarlataneria o stregoneria.

In crescita il numero dei pazienti oncologici che sceglie di non effettuare la chemioterapia. I perché di questo rifiuto sono fondati? Esistono delle alternative valide?

I rischi effettivi

D’altra parte è stato recentemente pubblicato su Lancet Oncology un lavoro inglese, che ha studiato i decessi intercorsi entro 30 giorni dall’avvio della chemioterapia su 23mila donne con cancro della mammella e circa 10mila uomini con cancro del polmone.

Dall’indagine è emerso che circa il 9% dei pazienti con cancro polmonare e il circa il 3% delle donne con tumore della mammella sono deceduti entro un mese dall’inizio del trattamento. In altri ospedali la percentuale risulta ancora più alta.

Naturalmente questi dati vanno interpretati e vanno considerati tutti quei pazienti in fase avanzata di malattia nei quali la chemioterapia viene utilizzata con finalità palliative e che quindi sono molto più a rischio di effetti avversi molto gravi e molto spesso letali.

Al di là di queste considerazioni questo studio conferma in modo chiaro e indiscutibile i rischi connessi alle terapie oncologiche e della chemio in particolare.

Su tutto ciò occorre riflettere. È chiaro che non si può ignorare il messaggio che arriva dalla morte di donne giovani, madri di figli piccoli, in qualche caso affette da patologie come la leucemia o il melanoma considerate curabili nella stragrande maggioranza dei casi, ma più che demonizzare queste scelte dei pazienti e la pratica dei curanti è necessario capire quali sono le motivazioni di entrambe le categorie.

Sappiamo che la chemioterapia non è sempre efficace e non i tutti i casi, ma pure con tutti i limiti che sono stati rilevati rimane il presidio fondamentale della terapia del cancro.

I perché del rifiuto

Lo studio di Lancet ci dice che, benché ancora molto presenti, gli effetti avversi si sono ridotti progressivamente grazie ai progressi della scienza medica. Non è facile dunque capire cosa ci sia dietro la richiesta dei pazienti “di non fare la chemio” e comprendere le ragioni della crescita e la diffusione di questo rifiuto.

In molti casi, e in particolare in quelli con esito tragico riportati negli ultimi periodi, non si tratta di una comprensibile scelta di rifiuto di un accanimento terapeutico, di una terapia risultata nel tempo inefficace o verso cui l’organismo manifesta forme di intolleranza o vera e propria allergia.

Si tratta di una scelta, libera come prevede la Costituzione, motivata molto spesso dal contatto diretto con pazienti morti dopo la chemio o a causa di questa, magari di congiunti che ne hanno dovuto sopportare i gravi effetti avversi, e che trova però un sostegno nella scelta terapeutica di curanti che sono pienamente convinti di avere trovato un’alternativa alla chemio, altrettanto efficace, ma non tossica, e hanno deciso di assecondare la volontà dei pazienti.

Il ruolo del web

La paura della chemio da sola non è sufficiente a motivare scelte così radicali; a questa si associa la convinzione che esistono alternative valide e in questo giocano di fatto un ruolo importante i social media, che quotidianamente riportano guarigioni miracolose con sola dieta, vegana, alcalina, crudista,… e/o con sostanze naturali con possibili proprietà antitumorali di recente scoperta (artemisina, cannabis ecc.) ma anche terapie consolidate come la farmacoterapia cinese o ayurvedica, o l’omeopatia.

I pazienti in generale, ma ancor più quelli oncologici, cercano su Internet le risposte di cui hanno bisogno e spesso le trovano e decidono di farle proprie sulla base di criteri personali in cui le prove di efficacia clinica sono spesso solo un corollario. È qui che, nella maggioranza dei casi si genera il fenomeno, in un mondo virtuale e parallelo che non comunica e non dialoga con le istituzioni sanitarie (e viceversa), vissute come una struttura che vuole imporre le proprie scelte terapeutiche.

Esistono delle soluzioni?

A fronte di questa situazione, se davvero la si vuole affrontare e prevenire, l’unica risposta valida è agire non solo in modo repressivo su chi ci specula, ma intervenendo sulla domanda dei cittadini/pazienti, proponendo un’offerta terapeutica integrata, ovvero un’oncologia veramente “comprehensive” in grado cioè di coniugare il meglio della medicina convenzionale con il meglio della medicina complementare, attraverso un maggiore dialogo e una fattiva collaborazione fra tutti i professionisti del settore.

Un approccio questo che si sta affermando in molti paesi e anche da noi sta piano piano cominciando a conquistare il proprio spazio a disposizione di tutti i pazienti oncologici.