Bufale mediatiche o verità diverse?

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La maggioranza degli italiani, ormai da tempo, per avere informazioni che riguardano la propria salute cerca sul Web.

Naturalmente questo, da sempre, pone problemi di attendibilità scientifica delle informazioni quotidianamente pubblicate sui siti più disparati.

Molti italiani si informano sulla propria salute tramite il web ma ciò pone dei problemi di attendibilità scientifica. Come evitare le bufale mediatiche?
Molti italiani si informano sulla propria salute tramite il web ma ciò pone dei problemi di attendibilità scientifica. Come evitare le bufale mediatiche?

Secondo un recente sondaggio dell’Istituto G. Toniolo (“Diffusione uso, insidie dei social network” 2017) l’86,6% degli utenti considera che i contenuti di internet possono essere veri quanto falsi, ma il 28,5% ammette di aver condiviso informazioni che si sono poi rivelate palesemente false, ovvero “bufale”.

Un selvaggio West

I siti con carattere sanitario sono in qualche modo certificati sia dall’autorevolezza dell’istituzione rappresentata sia dalla presenza di un comitato etico che garantisce la correttezza scientifica delle fonti (esiste anche un codice chiamato HON, svizzero, che risponde a criteri precisi ma pochissimo usato), ma per la maggioranza dei siti la situazione è quella che Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, l’Autorità garante della concorrenza, recentemente ha definito “un selvaggio West“.

Di qui la proposta di creare regole condivise che permettano una qualche forma di controllo, un compito storicamente affidato ai pubblici poteri che “devono garantire un’informazione corretta” e l’istituzione di una rete di organismi nazionali indipendenti coordinata da Bruxelles e modellata sul sistema delle autorità per la tutela della concorrenza, capaci di identificare le bufale online che danneggiano l’interesse pubblico, rimuoverle dal Web e imporre sanzioni a chi le mette in circolazione.

L’Istituto superiore di sanità sta già predisponendo un portale specifico con informazioni “certificate” sulla salute e la possibilità di assegnare una sorta di bollino blu che certifichi i siti corretti.

Ma la scienza è democratica?

In questo dibattito si è inserito il professor Roberto Burioni, del San Raffaele di Milano, noto sui social per la sua attività di divulgazione pro vaccini, che ha dichiarato che «la scienza non è democratica» entrando in polemica, e in qualche caso rifiutando il confronto, con chi, non avendo titoli scientifici, interviene nel dibattito, per esempio sull’opportunità di vaccinare o meno.

È certamente vero che i “fatti” sono indiscutibili, o almeno dovrebbero esserlo, e che quindi i risultati degli studi scientifici non sono materia di opinione, ma sono oggettivi, e in questo senso non c’è dunque spazio per la democrazia nella scienza. Ma i fatti vengono da noi tutti costantemente interpretati, analizzati con metodologie e punti di vista spesso differenti, e poi raccontati. Una volta divulgati vengono letti e giudicati, spesso anche contestati dagli stessi ricercatori (si veda a questo proposito, solo per citare l’ultimo esempio, la polemica sull’esperimento di riduzione dell’idrogeno dallo stato gassoso allo stato metallico), giungendo al grande pubblico che a sua volta li reinterpreta sulla base della propria esperienza. Da questi dati, raccolti e poi interpretati, si traggono conseguenze di tipo politico che hanno importanti ricadute a livello sociale.

Alla ricerca del giusto equilibrio

Il problema è di mantenere un giusto equilibrio tra il riconoscimento di ciò che è dimostrato, acclarato scientificamente, e la possibilità di esprimere un’interpretazione diversa dei dati, garantendo un pluralismo di idee che stimola la creatività e, in ultima analisi, consenta un allargamento delle prospettive della ricerca.

Non risulta molto facile capire se le cosiddette bufale lo sono veramente e se la sola verità possibile è quella degli studi randomizzati in doppio cieco o se esiste invece uno spazio per un altro punto di vista sulla verità dei fatti che rimane sconosciuto ai più, perché nasce in un mondo parallelo che spesso non interagisce con la scienza ufficiale e dunque viene ignorato, se con dolo o con colpa è difficile dire, dalla comunità scientifica e dai media.

Un esempio per tutti di mancanza di comunicazione e antagonismo fra mondi paralleli su cui riteniamo utile ritornare, è stata la pubblicazione nel 2005 della meta-analisi di Shang e collaboratori che su Lancet dichiarava con grande clamore mediatico internazionale “la fine dell’omeopatia” a suo tempo molto criticata e che recentemente è stato dimostrato essere non rigorosa, ma affetta da gravi difetti metodologici, e la campagna giornalistica che ne seguì, il frutto di una scorretta lettura dei risultati. Come sappiamo le conseguenze di questa campagna, pur così lontana nel tempo, sono ancora oggi visibili in termini di enormi difficoltà a produrre ricerca in questo campo, e poi di pubblicare i dati sulle riviste di maggior prestigio e di più alto impact factor.

Esiste un’altra via?

Se questa è la situazione, dobbiamo cercare un’altra via. Sarebbe infatti molto più utile e di beneficio per il paziente cercare, per quanto possibile, di unire le forze anziché rincorrersi in una inutile quanto anacronistica caccia alle streghe, cercando di migliorare il livello qualitativo della ricerca, che ha i suoi golden standard (i trials clinici randomizzati e controllati in doppio cieco) ma deve trovare il modo di unire le istanze di un intervento clinico “individualizzato” che è proprio delle medicine complementari nel loro complesso.

Il rigore metodologico della ricerca medico-scientifica si deve sempre di più coniugare con l’esigenza di una medicina umanizzata e personalizzata.

È un compito difficile ma è una sfida che solo l’integrazione dei diversi saperi in tutti i campi della medicina e la multidisciplinarietà degli interventi clinici possono vincere.

 

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