Con gli anni, il microbiota tende a diventare meno performante: perde diversità, funzionalità metabolica, integrità della barriera intestinale. Fattori e cambiamenti che espongono a disbiosi, problematiche gastrointestinali e altre patologie, anche lontane dal sito intestinale: malattie cardiovascolari, metaboliche, come diabete, neurologiche quali l’autismo, neurodegenerative come morbo di Parkinson. Sono le ultime frontiere della ricerca scientifica che ha messo in luce che il fil rouge che accomuna tutti questi stati è una infiammazione cronica di basso grado (inflammaging), responsabile di immunosenescenza, alterazioni metaboliche, declino cognitivo e neuroinfiammazione, fragilità e altre patologie età dipendenti.
Le malattie gastrointestinali
La relazione clinico-funzionale di questi tre fattori trova in letteratura una “alleanza”, in positivo e negativo, sempre più stretta. «Crescono le evidenze – dichiara Alessandra Zilli, gastroenterologa presso l’Unità di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva dell’Ospedale San Raffaele di Milano – che dimostrano che una alterazione del microbiota intestinale impatti sulla sintomatologia gastrointestinale e su alcune patologie specifiche. Sono note le funzioni agite dal microbiota intestinale, tra cui l’importante ruolo barriera e di educazione del sistema immunitario che deve essere altamente performante nel rispondere proattivamente agli attacchi provenienti da una molteplicità di antigeni esterni, quindi proteggere l’intero organismo e alcune sedi in particolare. Tra queste, le cellule epiteliali dell’intestino costantemente esposte a contaminanti di diversa natura. Inoltre, anche la funzione metabolica del microbiota, quindi l’azione sul controllo dell’assorbimento di nutrienti e dell’indice glicemico è di estrema importanza. Se il microbiota è in salute e performante garantisce all’organismo una condizioni di eubiosi in cui nella flora batterica sono prevalenti alcuni ceppi benefici, in particolare produttori di butirrato, come il Faecalibacterium prausnitzii. All’opposto in uno stato di disbiosi, caratterizzato dalla sensibile riduzione della diversità alpha dei ceppi batterici, con prevalenza di anaerobi, fra cui gli enterobatteri, vi è evidenza di una correlazione con alcune patologie gastrointestinali. Tra le più frequenti si includono la pouchite, cioè è l’infiammazione della pouch, una piccola sacca-serbatoio creata chirurgicamente con l’intestino tenue in pazienti operati di colectomia per colite ulcerosa, in cui l’alterazione della flora intestinale innesca un’infiammazione, acuta e cronica, e anche l’infezione ricorrente da Clostridium difficile. Quest’ultimo è un batterio anaerobio Gram+ che, in alcuni soggetti predisposti o a seguito di esposizione a fattori di rischio, come ospedalizzazione, terapie antibiotiche, può produrre tossine, innescando diarrea con infiammazione».
Anche nelle malattie croniche intestinali si sta facendo strada l’ipotesi di una compartecipazione della disbiosi intestinale nello sviluppo di queste condizioni, favorendo riacutizzazioni, l’insorgenza di patologia specifica o in soggetti predisposti. Infine, di recente, è emersa una possibile associazione con il tumore colorettale, in aumento, soprattutto in soggetti giovani sotto di 50 anni. Alcuni studi fanno osservare che specifici ceppi di Escherichia coli, che producono colibactina, una tossina genotossica, possono favorire un maggior rischio di sviluppare questa neoplasia. «Definire il rapporto di causalità tra tutti questi fattori non è facile poiché ancora non disponiamo di adeguati strumenti – prosegue Zilli – sebbene si riconosca che le malattie infiammatorie intestinali abbiano come trigger comune la stessa infiammazione, responsabile dell’alterazione della flora intestinale. Ciò definirebbe una sinergia fra le patologie gastrointestinali e la disbiosi e viceversa, implementata da altri elementi, come la predisposizione genetica, l’esposizione ambientale, suggerendo che la disbiosi non è sufficiente a innescare la cascata che porta alla malattia, ma ne è una parte integrata e integrante».
L’infiammazione
Infiammazione cronica di basso grado, alterata produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA), squilibrio immunologico come l’attivazione di Th17 (un sottogruppo di globuli bianchi specializzati nel difendere l’organismo da infezioni batteriche e fungine) o la riduzione di Treg (una speciale classe di globuli bianchi che spengono la risposta immunitaria proteggendo da danni tessutali e prevenendo le malattie autoimmuni) sono aspetti che concorrono nei quadri clinici gastrointestinali.
«Il butirrato, uno SCFA, rappresenta la principale fonte energetica delle cellule epiteliali del colon. Quando aumenta – prosegue la gastroenterologa – si riduce l’ossidazione mitocondriale nelle cellule intestinali, con conseguente assottigliamento dello strato di muco che normalmente riveste la superficie dei colociti svolgendo funzione barriera. Questo processo può favorire in parte la permeabilità intestinale, ma anche la biodisponibilità a livello del lume intestinale di nitrato e di ossigeno: una sinergia di fattori che promuove l’espansione di alcuni ceppi batterici come anaerobi e Escherichia coli, che contribuiscono alla disbiosi. Oltre a ciò, il butirrato sembra avere una funzione importante anche nel differenziamento dei linfociti T regolatori che, a livello intestinale, governano la risposta immunitaria». Studi di letteratura mostrano, ad esempio, che nella colite indotta da farmaci, la diminuzione di butirrato riduce le performance e l’efficienza di questi linfociti, ne abbassa la tolleranza immunologica, amplificando così la risposta ad alcuni antigeni: lo squilibrio tra linfociti Th17 e Treg regolatori favorirebbe la produzione di alcune citochine infiammatorie, come Interluchina-17, implicate nella cascata infiammatoria.
Il lucky gut
La permeabilità intestinale, quindi l’accesso di batteri e vari antigeni che riescono a internalizzarsi nell’intestino a causa di maglie disgiunte fra le stesse cellule intestinali, è un ulteriore fattore di innesco dell’infiammazione intestinale. Uno studio canadese su soggetti con familiarità per malattia di Chron, seguiti per 7 anni, mostra che la permeabilità intestinale può essere precursore per lo sviluppo di questa condizione clinica che poi si (auto)mantiene con l’innesco dell’infiammazione. «Ad oggi – spiega Zilli – esistono pochi strumenti per valutare la permeabilità intestinale, tra cui il kit della zonulina, proteina correlata all’Aptoglobina che modula la permeabilità delle giunzioni strette tra le cellule della parete del tubo digerente e il kit ELISA, purtroppo non sempre attendibili a causa di diversi parametri di riferimento considerati. Pertanto, ad oggi, la permeabilità è essenzialmente studiata a scopo di ricerca, ad esempio in ambito endoscopico. Oltre alla disbiosi anche l’assunzione di antinfiammatori può portare all’aumento delle permeabilità intestinale nelle malattie croniche. Esistono diverse soluzioni per ridurre la permeabilità e fra le opzioni “conservative” si includono probiotici specifici o SCAF, anche sotto foma di farmaco».
L’approccio terapeutico
Offre evidenze robuste, anche in letteratura, l’impiego di prebiotici, soprattutto in determinate condizioni cliniche. Ad esempio nella pouchite le formulazioni De Simone, ad alta concentrazione di ceppi specifici, dimostrano la capacità di ridurre l’infiammazione. Mentre in presenza di infezione da Clostridium difficile l’indicazione è per un trapianto di microbiota (TMF), in pazienti immunocompetenti, già sottoposti a terapie antibiotiche in prima linea, senza esito di eradicazione dell’infezione e/o con recidive ricorrenti. Nel setting pediatrico, invece, la strategia più efficace è rappresentata dalla dieta. «Prima di ricorrere ai farmaci nei piccoli pazienti con malattia intestinale infiammatoria – sottolinea la gastroenterologa – si ricorre a una nutrizione enterale esclusiva, in alcuni casi associata a una dieta di esclusione privata di alimenti ad azione proinfiammatoria che aiuta a modificare in parte anche il microbiota intestinale».
Indipendentemente dal quadro clinico e dall’età del paziente, la terapia va modulata ad hoc partendo dalla correzione dello stile di vita, in primis dalla dieta. Va previlegiato il regime mediterraneo, che favorisce la produzione di batteri produttori di butirrato e in casi specifici, come in pazienti con la Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS), una dieta a basso contenuto di FODMAP, quindi con riduzione temporanea di cibi altamente fermentati. Su altri fronti, allo stato attuale, non sono disponibili nuove molecole che offrano evidenze robuste per un utilizzo in pratica clinica, mentre nel futuro si ipotizza che il microbiota possa entrare come “strumento terapeutico” nella cura delle patologie gastrointestinali infiammatorie croniche.
Le evidenze scientifiche
È ormai acclarato che l’alterazione del microbiota intestinale sia fortemente implicata nello sviluppo di gran parte di patologie, non solo dell’apparato gastrointestinale. Tuttavia, ad oggi, non è ancora chiaro se questa alterazione sia la causa o la conseguenza di una malattia specifica.
«Alcuni modelli preclinici – dichiara Maria Rescigno, professore ordinario di Patologia Generale, Humanitas University, Group Leader Unità di Immunologia delle mucose e Microbiota presso Humanitas Research Hospital IRCCS di Rozzano (Milano) – suggeriscono che la variazione del microbiota sia precedente allo sviluppo della malattia stessa, rappresentando quindi una concausa. Emerge, tra i principali fattori trigger, un aumento della permeabilità intestinale disbiosi-correlata, condizione che facilita l’ingresso di sostanze che normalmente verrebbero bloccate dalla parete intestinale sorretta da un microbiota in salute, eubiotico. La disbiosi modifica, infatti, oltre alla barriera epiteliale dell’intestino anche quella vascolare, rendendo i vasi più permeabili all’accesso di sostanze di derivazione batterica che traslocate attraverso l’intestino verso altri siti, possono favorire una infiammazione sistemica. Questo potrebbe spiegare perché molte malattie, anche distanti dall’intestino, come ad esempio le malattie cardiovascolari o metaboliche, possano associarsi anche a una disbiosi intestinale».
Emerge in maniera sempre più chiara che la variazione della permeabilità intestinale è dipendente e conseguente anche agli stili di vita. Per esempio, una dieta ricca di grassi animali e zuccheri semplici o di cibi processati può “infiammare” il microbiota alimentando il leaky gut. «Di grande rilevanza sono le evidenze sulla capacità del microbiota intestinale alterato di influenzare l’efficacia di una terapia compresa quella oncologica – continua Rescigno – I nuovi orientamenti della ricerca e cura stanno prendendo in considerazione la composizione del microbiota intestinale come possibile fattore per predire la risposta di un paziente specifico a una terapia, quindi migliorare benefici ed efficacia di un trattamento agendo sul microbiota stesso. Ne sono un esempio alcune ricerche, innovative, ancora sperimentali in campo oncologico: alcuni studi mostrano, ad esempio, che un paziente refrattario a una terapia specifica sottoposto a TMF di materiale fecale da un soggetto in cui la terapia ha dato buoni outcome, nel 40% dei casi potrà cominciare a dare segnali di risposta terapeutica. Queste evidenze hanno portato allo sviluppo di primi studi che utilizzano il TMF da super donatori, cioè persone con un microbiota intestinale molto vario, al fine di identificare firme digitali per caratterizzare il donatore “da trapianto” ideale».
Questa tecnica, richiedendo un approccio individuale, poco scalabile, pertanto molte aziende per superare questo limite stanno creando dei consorzi di microrganismi, che si traducono nello sviluppo di pillole, alcune già in commercio, con l’auspicio che possano sostituire il TMF. La metodica è già stata applicata, con successo, nel Clostridium difficile in cui si è osservata la riduzione dell’infezione, senza necessità di dover ricorrere a un trapianto di microbiota che in Italia risponde alle stesse regole ferree di un trapianto di qualsiasi altro d’organo. «L’idea, in futuro – chiarisce l’esperta – è di sviluppare strumenti analoghi per ogni genere di terapia, da quella oncologica a quelle più generiche».
Oltre al trapianto, altre due soluzioni hanno dimostrato efficacia nel migliorare il microbiota: la dieta corretta, varia, ricca di fibre, di tipo mediterraneo, con effetti sensibilmente superiori alle diete carnivore, chetogeniche o altre che dopo un impatto iniziale positivo (riduzione dei gonfiori, dimagrimento, percezione di miglior benessere), sul lungo periodo stressano il microbiota con possibili conseguenze, e/o gli integratori. Tra questi probiotici, prebiotici e postbiotoci su cui si sta investendo in ricerca per identificare gli approcci migliori per la modulazione e il mantenimento in salute del microbiota.
Microbiota e tumori
Mentre a Roma, presso il Centro di Malattie Digestive della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, si stanno conducendo interessanti studi per meglio comprendere la relazione tra microbiota alterato e cancro, in particolare nel tumore del colon e in forme suscettibili al trattamento con inibitori di checkpoint immunitario. «I nostri studi – spiega Gianluca Ianiro, gastroenterologo e ricercatore presso il Centro romano – sono orientati a capire se sia possibile “sfruttare” efficacemente il microbiota sia nell’approccio diagnostico che terapeutico. Stiamo conducendo un grosso studio di coorte per identificare una eventuale firma microbica che possa essere predittiva di insorgenza di cancro del colon precoce, quindi in ottica di prevenzione e attivazione tempestiva di strategie specifiche. È ormai ben documentata e riproducibile a livello geografico in tutte le latitudini, Occidente e Oriente, la presenza in soggetti affetti da cancro del colon di batteri del cavo orale. Questa sede è ricca di batteri poiché il cavo orale è il primo baluardo difensivo verso agenti e batteri esterni, ma al contempo è anche il primo a essere attaccato da diversi insulti, come fumo di sigaretta e alcool. Ciò fa sì che i batteri del cavo orale siano per una quota parte mediamente più aggressivi rispetto ad altri ed alcuni di essi sono stati trovati trasversalmente nel cancro del colon».
Su questa base, il gruppo di ricerca sta indagando se sia possibile rilevare questa serie di batteri già in pazienti con precancerosi, quindi con un polipo removibile in endoscopia con un carico per la persona e il SSN molto minore, o con un cancro in fase estremamente precoce. Tale approccio può essere potenzialmente applicato a qualsiasi patologia: una malattia gastrointestinale, neurologica o altro. «In contesto diagnostico – prosegue Ianiro – il microbiota va considerato al pari di qualsiasi altro strumento di diagnosi, una coprocoltura, un emocromo, una TAC».
Il secondo filone di ricerca su cui il gruppo romano sta lavorando riguarda l’aspetto terapeutico, specificatamente il TMF, prelevato da una persona sana, selezionata con criteri ancora più rigorosi di un donatore di sangue, e reimpianto delle feci purificate nell’intestino della persona ricevente affetta da malattia. «Questa pratica è già stata approvata in diverse linee guida nazionali per l’infezione da Clostridioides difficile e oggi in studio per altre patologie, ad esempio neurologiche, gastrointestinali, infettive e nel cancro. Le nostre ricerche – conclude il ricercatore – hanno dimostrato che trapiantando il microbiota fecale di un paziente idoneo, che ha risposto molto bene a una terapia con inibitori di checkpoint immunitario, in un paziente che sta per iniziare l’immunoterapia, la risposta al trattamento di quest’ultimo è migliore rispetto a un paziente trattato con placebo. Nel cancro del rene, in particolare, abbiamo osservato un aumento della Progression Disease Survival media, i mesi di sopravvivenza senza progressione del cancro (che resta stabile o va in regressione), di quasi tre volte: circa 9 mesi nel gruppo placebo e circa 24 nel gruppo dei trattati».
L’impatto sull’invecchiamento in salute
Sono all’attivo diversi studi di ricerca che stanno studiando la relazione microbiota-longevità, puntando all’aumento della qualità, non solo della quantità, della vita. «La nostra attenzione – commenta Rescigno – è rivolta in particolare alla composizione del microbiota e alla permeabilità intestinale, spesso associata a una infiammazione subdola, sistemica che se non diagnosticata e adeguatamente trattata, nel lungo periodo può influenzare in maniera importante la qualità della vita, portando allo sviluppo di malattie tipiche dell’invecchiamento. Tra queste le patologie cardiometaboliche e neurodegenerative che peggiorano sensibilmente la longevità».
Medicina di precisione
Microbiota, immunità e invecchiamento rappresentano un trio fondamentale per la medicina di precisione. «Il microbiota intestinale, in questo trinomio – spiega l’immunologo Mauro Minelli, referente per il Sud Italia della Fondazione per la Medicina Personalizzata (FMP) – non è un semplice spettatore dell’invecchiamento, ma un modulatore attivo dei processi metabolici e immunologici che determinano la qualità della vita nel corso degli anni. Nell’intestino, all’interno del GALT (Gut-Associated Lymphoid Tissue, tessuto linfatico associato alla mucosa intestinale), risiede oltre il 70% delle cellule immunitarie la cui funzionalità, sia sul versante dell’immunità innata sia di quella adattativa, è governata da tre meccanismi principali. Il primo è rappresentato dalle dinamiche della tolleranza e dall’educazione immunitaria, in cui i batteri commensali e soprattutto i loro metaboliti addestrano le cellule immunocompetenti, in particolare cellule dendritiche e linfociti T regolatori (Treg), a prevenire risposte infiammatorie o iperinfiammatorie e manifestazioni autoimmuni. Il secondo meccanismo riguarda l’integrità della barriera mucosale, un aspetto fondamentale, ma ancora sottostimato nella pratica medica. In questo ambito, la sinergia tra la produzione di mucina e l’espressione delle proteine delle giunzioni serrate o occludenti (quali occludina e zonulina), impedisce l’ingresso nel circolo sistemico di tossine batteriche, prevalentemente lipopolisaccaridi (LPS), e metaboliti batterici altamente infiammatori e immunoattivi. Infine, il terzo è un meccanismo di segnalazione metabolica in cui gli SCFA, tra cui acetato, propionato e soprattutto butirrato, legano i recettori accoppiati a proteine G espressi sulle cellule immunocompetenti, sopprimendo la sintesi delle citochine pro-infiammatorie responsabili delle reazioni infiammatorie immunomediate».
L’immunosenescenza
L’età è il trigger che avvia il sistema immunitario verso l’immunosenescenza, determinando il declino della risposta adattativa e l’aumento dell’infiammazione cronica di bassa intensità a livello sistemico. L’invecchiamento, oltre a incidere a livello cellulare, altera la composizione del microbiota, favorendo nel tempo lo sviluppo di una condizione di disbiosi. Invecchiamento e disbiosi, agendo in sinergia, inducono la perdita di integrità della barriera mucosale (leaky gut). Tale condizione consente la traslocazione nel circolo sistemico di sostanze quali lipopolisaccaridi (LPS) e antigeni batterici (PAMP, Pathogen-Associated Molecular Patterns, profili molecolari associati ai patogeni), di norma assenti in contesti eubiotici, mantenendo costantemente acceso l’inflammasoma, la struttura molecolare responsabile dell’inflammaging, e alimentando il rilascio cronico di mediatori infiammatori, tra cui TNF-α, interleuchina 1β (IL-1β) e IL-6. Si innesca così un circolo vizioso che promuove, con il passare degli anni, il deterioramento tissutale tipicamente associato alle patologie cronico-metaboliche, cardiovascolari e neurodegenerative.
La firma microbica
L’impronta digitale batterica, paziente-specifica, governa non solo la predisposizione individuale allo sviluppo di particolari condizioni cliniche, ma anche la scelta terapeutica, compresa la prevenzione. Da questa regola tailor-madenon si discostano i probiotici: ceppi batterici che, anziché essere somministrati in modo generico, vanno accuratamente selezionati e individualizzati secondo il fenotipo di ciascun individuo, determinato dalla commistione (olobionte) tra i circa 23mila geni del genoma umano e i milioni di geni del genoma batterico. La firma microbica caratterizza, pertanto, lo stato di salute generale di ogni persona.
«L’analisi metagenomica di centenari e supercentenari – prosegue Minelli – evidenzia una firma microbica nettamente diversa rispetto a quella di anziani fragili. In questa particolare popolazione sono stati identificati dei taxa (impronte batteriche) associati alla longevità: tra questi, ad esempio, la famiglia delle Christensenellaceae, correlata a un basso indice di massa corporea e, quindi, a una stabilità metabolica che favorisce il processo di invecchiamento sano; i Bifidobatteri, che nei centenari mantengono livelli elevati a sostegno dell’immunità mucosale, contrariamente al fisiologico calo osservato negli anziani; infine Akkermansia muciniphila, che preserva lo strato di mucina, migliora la sensibilità insulinica e riduce l’infiammazione sistemica. L’assetto che caratterizza il longevo sano non rappresenta soltanto un modello a cui tendere, ma anche il criterio guida su cui fondare un approccio terapeutico mirato, esteso all’impiego dei probiotici e ritagliato sul fenotipo paziente-specifico».
Mantenere la diversità e la ricchezza del microbiota è di primaria importanza per rallentare i processi di decadimento immunitario, insieme a una nutrizione adeguata, all’esercizio fisico regolare e a interventi eubiotici di precisione. «Per giungere alla definizione di questi processi – conclude Minelli – abbiamo messo a punto metodiche basate su machine learning ed elaborazioni algoritmiche che consentono di estrapolare dal dato genomico del microbiota il ceppo o la combinazione di ceppi targetizzati sul singolo individuo. Tali ceppi, somministrati secondo modalità e dosi personalizzate nell’ambito di una terapia probiotica di precisione, favoriscono il recupero della fisiologica composizione del microbiota intestinale, sostenendo una longevità sana e una migliore qualità della vita».
Equilibrio eubiotico
Supplementazione prebiotica, probiotica, postbiotica, nutraceutica: sono alcune delle strategie, efficaci, per promuovere la salute del microbiota. Di fatto, l’alimentazione costituisce il più importante modulatore del microbiota. «A differenza dei probiotici – spiega Marco Cintoni, specialista in scienza dell’alimentazione presso la UOC Nutrizione Clinica di Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS di Roma – che vengono somministrati ciclicamente o secondo necessità, l’alimentazione sana con 3-5 pasti al giorno offre un supporto nutrizionale in continuum, fornendo un substrato energetico completo di virus, batteri e microrganismi che compongono la barriera intestinale. Questo significa che la dieta è in grado di modulare sensibilmente, in positivo o in negativo, il microbiota. Ad esempio la Western Diet, povera di fibre e ricca in proteine e grassi animali, favorisce l’aumento di ceppi proteolitici, gruppi di batteri capaci di digerire e rompere le proteine e di tollerare molto bene i sali biliari, spostando l’equilibrio del microbiota verso la produzione di alcuni metaboliti, cioè di prodotti di degradazione dei nutrienti come ammoniaca e idrogeno solforato, altamente proinfiammatori. Al contrario una dieta sana, equilibrata con fibre, carboidrati semplici e complessi, tipici della dieta mediterranea, aiuta a selezionare una serie di batteri che producono SCFAs promuovendo la formazione di un microambiente meno proinfiammatorio».
La dieta svolge, inoltre, un effetto competitivo verso i batteri negativi, come Escherichia coli, su cui un microbiota sano esercita un efficace controllo, a fronte di un microbiota proinfiammatorio o una disbiosi conclamata che ne promuove la sovracrescita. Pertanto, l’alterazione del microbiota può stimolare l’insorgenza di specifiche patologie, tra queste l’IBS, il cui driver principale è la disbiosi, il Morbo di Crohn, la rettocolite ulcerosa, le IBD, malattie infiammatorie croniche intestinali anche note come MICI, in cui diminuisce la biodiversità e l’abbondanza relativa dei batteri, ma anche di patologie oncologiche come il tumore del colon retto, favorito dalla presenza di specifiche specie batteriche che danneggiano il DNA cellulare. Inoltre, un microbiota in disequilibrio può “operare” anche in patologie gastrointestinali primarie, quali celiachia, intolleranza al lattosio, o favorire l’insorgenza di malattie psichiatriche, come lo spettro autistico con cui è dimostrata in letteratura una forte relazione».
Il potere della dieta
L’efficacia, dimostrata, di prebiotici, probiotici e postbiotici, come il butirrato, viene tuttavia sensibilmente ridotta in assenza di una normalizzazione e/o correzione della dieta, comunque limitata al primo periodo di terapia. «Fondamentale – prosegue Cintoni – è che il paziente con alterazioni del microbiota segua i consigli di un esperto in nutrizione e non intraprenda il fai-da-te, ad esempio assumendo una dieta Low FODMAP, a basso contenuto di alimenti fermentativi, in caso di disbiosi severa o IBS recidivante, che protratta nel tempo in modo inadeguato può portare più danno che beneficio. Di aiuto, inoltre, possono essere alcuni strumenti di analisi del microbiota intestinale che consentono di rilevare ceppi batterici assenti o iper-espressi nel singolo paziente, quindi di impostare una dieta personalizzata sul profilo del microbiota».
Alimentazione e longevità
In un contesto di popolazione sempre più anziana, comorbida e politrattata, è necessario promuovere un un invecchiamento in salute mantenendo sotto controllo l’infiammazione di basso grado, che governa la senescenza biologica e che impatta sensibilmente anche sul microbiota. «La nutrizione – chiarisce Cintoni – può contribuire in maniera importante a ridurre il livello di infiammazione intestinale selezionando una quota di batteri, come gli SCFAs, in grado di abbassare le citochine proinfiammatorie, quindi l’infiammazione sistemica. “Curare” il microbiota anche attraverso l’alimentazione è, pertanto, il primo obiettivo, fautore di longevità, da perseguire. Lo dimostrano studi su centenari e Blue Zones, come Sardegna o Giappone, in cui dieta e ambiente sono motori di buona salute». Tuttavia la longevità si costruisce da lontano; è fondamentale agire proattivamente nei primi mille giorni di vita del bambino, epoca in cui si forma un microbiota sano. Allattamento al seno, tipologia di parto (naturale o cesareo), contesto familiare in grado di nutrire ed educare a un corretto stile di vita, sono aspetti che concorrono alla longevità, del microbiota compreso. «Occorre contrastare la tendenza all’industrializzazione estrema che mette in tavola prodotti molto poco salutari – conclude il medico – a partire dai cereali della prima colazione per i bambini contenenti un pool di ingredienti, come edulcoranti, agglomeranti e altre sostanze che causano un danno diretto alla mucosa intestinale». Tutelare il microbiota dei piccoli, significa porre pietre miliari per una buona salute adulta e un invecchiamento, sano e longevo.
Asse intestino-cervello
Una buona salute mentale, l’equilibrio psichico, favorisce la longevità sia in termine di anni di vita sia di benessere. L’evidenza dimostra che persone con disturbi mentali vivono almeno un decennio in meno rispetto a coloro che sono “sani di mente”, ovvero senza gravi patologie psichiche. Nota la stretta relazione tra cervello e secondo cervello, l’intestino, tutelare la salute del microbiota, corrobora il processo verso una longevità più sana. «Un intestino disbiotico, alterato – chiarisce Fabio Piccini, medico e psicoanalista, co-fondatore e direttore del Progetto Microbioma Italiano – impatta negativamente su serotonina, dopamina e altri precursori che associano al peggioreranno della vita psichica, e secondariamente della longevità. Non solo: numerosi studi di letteratura fanno osservare alterazioni del microbiota legate alla gran parte di patologie: mentali, disturbi respiratori, cardiovascolari, endocrinologici. Tuttavia, ad oggi, il rapporto di causa-effetto tra specifica patologia e alterazione del microbiota è ancora supposto o non del tutto chiarito. Salvo qualche eccezione: ad esempio bambini con autismo mostrano in circa l’80-90% dei casi anche problemi gastrointestinali e una predisposizione, 6-8 volte superiore, a manifestare dolori addominali, diarrea, alternanza di flatulenza e stitichezza, rispetto a bambini con normale assetto cognitivo. Ciò ha favorito la definizione di diete di eliminazione, prive di alimenti ritenuti in grado si alterare la funzionalità intestinale».
Le evidenze, non sempre coerenti e conformi, non consentono ad oggi di schematizzare “regole” chiare, modellizzabili in protocolli clinici. «Pur in assenza di un approccio standard – prosegue Piccini – in un paziente con disturbi intestinali è necessario isolare alcuni sintomi e/o manifestazioni che potrebbero interagire con la mente e le emozioni, come qualità e durata del sonno, livelli vitamina D, valori degli ormoni tiroidei. Ribaltando i paradigmi tradizionali, diviene cruciale chiedersi non se un paziente con disbiosi intestinale possa avere un aumentato rischio per ansia, depressione e stress, bensì se eventuali disturbi emotivi o mentali o anche neurologi, di cui è portatore possono interagire con la salute intestinale».
L’errore che la ricerca attuale sta facendo è cercare delle correlazioni, partendo dal microbiota, ma “navigando a vista”, senza un obiettivo, senza un orientamento chiaro a cui puntare. «Ogni volta che ci si trova di fronte a una patologia complessa in cui non si è identificata rapidamente una terapia risolutiva – conclude Piccini – magari a causa di un trattamento che modifica o annulla il sintomo, ma non la causa, l’indicazione è di valutare innanzitutto la salute dell’intestino, che guiderà la corretta anamnesi, quindi l’impostazione di una terapia efficace per il cervello, il microbiota e la longevità».



