In condizioni dietetiche attentamente controllate, l’acido alfa-linolenico (ALA) di origine vegetale derivato ad esempio dall’olio di semi di lino è in grado di aumentare i livelli di omega-3 a catena lunga. È quanto suggerisce un recente studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Nutrition, sfidando le ipotesi sulla scarsa capacità dell’organismo di conversione dell’ALA, ma motivando anche le ragioni per cui vegani e vegetariani potrebbero comunque necessitare di una integrazione di acido eicosapentaenoico (EPA) e acido docosaesaenoico (DHA) derivati dalle alghe.

Sotto la lente di ingrandimento

Ad attirare l’attenzione di un gruppo di ricercatori tedeschi è l’olio di semi di lino, nota fonte consolidata di ALA di origine vegetale. Gli studiosi hanno voluto valutare la potenziale capacità nell’incrementare i livelli di omega-3 a catena lunga biologicamente attivi, EPA e DHA, nell’organismo umano in condizioni dietetiche controllate, in particolare nella popolazione vegetariana e vegana che, di norma, presenta bassi livelli di EPA e DHA.

Contrariamente alla diffusa convinzione che il corpo umano converta solo in minima parte l’ALA di origine vegetale in acidi grassi omega-3 a catena lunga, le evidenze dimostrano, invece, come l’integrazione di ALA sia capace di aumentare in maniera significativa i livelli eritrocitari di EPA, DPA e DHA in tutti i diversi modelli alimentari considerati, quando l’assunzione di omega-6 era controllata. Quest’ultimo “rivale” dei Omega-3.


Acidi grassi omega-3 e salute umana

Decenni di ricerca hanno dimostrato che gli acidi grassi polinsaturi omega-3 a catena lunga (PUFA), in particolare EPA e DHA, sono determinanti critici per la salute cardiovascolare, la funzione cerebrale e la regolazione dell’infiammazione. Studi nutrizionali hanno costantemente dimostrato che il pesce grasso è la principale fonte alimentare di EPA e DHA, dando ragione del fatto dei bassi livelli circolanti di questi acidi grassi in vegetariani e vegani, sensibilmente inferiori rispetto agli onnivori. Sebbene ricerche precedenti abbiano dimostrato che EPA e DHA possono essere sintetizzati endogenamente dall’ALA, questa conversione è generalmente considerata limitata e influenzata da molteplici fattori metabolici e dietetici, fino a poter risultare assente. L’ALA è un acido grasso essenziale presente in alimenti di origine vegetale come semi di lino, noci e semi di chia, tuttavia molte diete a base vegetale sono anche ricche di acido linoleico (LA), un acido grasso omega-6 che compete con l’ALA per gli stessi enzimi desaturasi, limitando la conversione dell’ALA in metaboliti omega-3 a catena lunga.

Lo studio NuEva

Per rispondere e “accreditare” la tesi, sulle potenzialità di ALA a base vegetale, è stato disegnato e sviluppato lo studio NuEva, studio prospettico, non randomizzato, che ha coinvolto 168 partecipanti suddivisi in quattro modelli alimentari: dieta occidentale (onnivori), flexitariani (dieta prevalentemente a base vegetale con consumo di frutta, verdura, cereali integrali e legumi, e occasionale di carne, pesce e derivati animali), vegetariani e vegani.

Lo studio è stato concepito per fornire indicazioni nutrizionali, indagando in particolare se l’assunzione prolungata di olio di semi di lino, integrata in una dieta con nutrienti ottimizzati, potesse migliorare il livello di omega-3 a catena lunga in individui che non consumano pesce, valutando anche se alcuni fattori come età, sesso, indice di massa corporea (BMI) e livello basale di acidi grassi potessero in qualche misura influenzare la conversione da ALA a omega-3. I partecipanti sono stati sottoposti a piani alimentari ottimizzati in termini di nutrienti, della durata di 12 mesi, progettati per mantenere un rapporto omega-6/omega-3 favorevole, riducendo così la competizione metabolica per i percorsi enzimatici condivisi. Nello specifico, dal terzo al dodicesimo mese, i partecipanti hanno ricevuto un’integrazione giornaliera di olio di semi di lino, che forniva circa 3 g di ALA. I profili degli acidi grassi sono stati valutati sia nel plasma sanguigno che negli eritrociti, nei globuli rossi e nelle membrane ogni tre mesi.

Sono stati, inoltre, analizzati i dati sociodemografici e l’anamnesi medica per identificare potenziali fattori predittivi dell’efficienza di conversione come detto sesso, BMI, età e stato basale degli acidi grassi. Le analisi avrebbero attestato che un’integrazione costante e moderata di olio di semi di lino, all’interno di un contesto dietetico controllato, possa contribuire a migliorare efficacemente lo stato degli omega-3.

Alcuni risultati

I livelli di ALA nelle membrane degli eritrociti sono risultati aumentati in tutti i gruppi dietetici dal 22,5% al 38,4% e, dato ancora più rilevante, si sarebbe osservato anche un incremento significativo dei metaboliti a valle degli omega-3 a catena lunga. In parallelo sono apparse aumentate anche le concentrazioni di EPA passando dal 27,3% al 40,7%, quelle di DPA dal 27,2% al 40,7% e di DHA salite dal 12,8% al 26,0% nei diversi schemi alimentari. Nonostante questi miglioramenti, sono rimaste differenze significative tra i gruppi dietetici: i vegani hanno mostrato in maniera costante concentrazioni assolute più basse di EPA e DHA. Sebbene i maggiori aumenti relativi di EPA e DPA siano emersi durante l’intervento, i livelli assoluti finali sono rimasti inferiori a quelli osservati negli onnivori e nei flexitariani.

Infine, le analisi dei predittori dell’efficienza di conversione hanno mostrato che sesso, BMI, età, livelli di acido linoleico e acido arachidonico non erano determinanti significativi della conversione dell’ALA, a fronte del livello basale di EPA che è emerso come il predittore più forte. I marcatori fenotipici dell’attività desaturasica suggeriscono inoltre che l’assunzione di ALA all’interno di una dieta caratterizzata da un rapporto omega-6/omega-3 favorevole può consentire agli enzimi endogeni di conversione degli acidi grassi di operare con minori vincoli competitivi, facilitando la conversione senza implicare la completa normalizzazione del livello di omega-3 a catena lunga.

Lo studio sembra fornire solide prove preliminari a lungo termine che l’ALA di origine vegetale può essere convertito in acidi grassi omega-3 a catena lunga biologicamente rilevanti in misura maggiore di quanto spesso osservato in contesti dietetici non controllati, e in condizioni dietetiche non ottimizzate. Tuttavia, sebbene l’integrazione di olio di semi di lino abbia migliorato sostanzialmente i livelli di omega-3 in tutti i regimi alimentari, non ha eliminato le differenze assolute nei livelli di EPA e DHA tra vegani e onnivori.

Per compensare l’assenza di fonti marine, si consiglia pertanto a vegetariani e vegani di combinare l’assunzione regolare di alimenti ricchi di ALA, come semi di lino e noci, con integratori di EPA e DHA derivati dalle alghe. Strategie che potrebbero aiutare a raggiungere un adeguato apporto di omega-3 a catena lunga.

Fonte
Klein L. Kipp K, Lorkowski S et al. Impact of alpha-linolenic acid supplementation on long-chain n-3 fatty acid profiles in Western, flexitarian, vegetarian, and vegan diets. Frontiers in Nutrition, 2025, Vol. 12. Doi: https://doi.org/10.3389/fnut.2025.1727308

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here