Il nodo più critico della crisi che sta colpendo il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non si riduce più soltanto alle liste d’attesa o al sovraffollamento dei Pronto Soccorso, ma risiede nella drammatica fuga del personale sanitario dal comparto pubblico.
Come evidenziato dal presidente di Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, il 10 luglio nell’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Roma “La Sapienza”, nell’ambito dell’evento, legato all’iniziativa #GIMBE30, “Diritto alla Salute e Sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale: la Sfida del Capitale Umano”, la disponibilità di risorse economiche, strutture e tecnologie avanzate diventa del tutto inefficace se mancano i professionisti per farle funzionare.
Tra il 2012 e il 2024, la spesa destinata al personale dipendente e convenzionato è scesa dal 39,7% al 36,6%, traducendosi in una contrazione complessiva di ben 33,04 miliardi di euro, di cui oltre un terzo sacrificato nel solo triennio 2022-2024.
Questo prolungato definanziamento, un vero e proprio “saccheggio” come lo ha definito il presidente Gimbe, ha alimentato burnout, frustrazione e una progressiva demotivazione tra gli operatori.
I numeri del paradosso medico e la desertificazione territoriale
L’analisi GIMBE mette in luce un forte paradosso: l’Italia si colloca al secondo posto tra i Paesi OCSE per numero di medici (5,4 per 1.000 abitanti, a fronte di una media di 3,9), eppure oltre 90 mila camici bianchi non lavorano all’interno del SSN come dipendenti, convenzionati o specializzandi.
La carenza è selettiva e colpisce duramente i presidi di prossimità e la medicina del territorio: al 1° gennaio 2025 si registrava la mancanza di oltre 5.700 medici di medicina generale.
Le nuove generazioni di medici tendono inoltre a disertare le specialità più gravose, esposte e meno valorizzate, come l’emergenza-urgenza, le cure palliative e la medicina di comunità, preferendo il mercato privato o l’estero, alla ricerca di una migliore qualità di vita sia privata che lavorativa. A fare da specchio alla crisi è il ricorso ai medici“gettonisti”, costati al sistema oltre un miliardo di euro nel biennio 2024-2025.
La crisi vocazionale dell’infermieristica
Ancora più allarmante risulta la situazione del personale infermieristico, dove l’Italia si posiziona agli ultimi posti in Europa (23° su 31 Paesi OCSE) con appena 6,9 infermieri per 1.000 abitanti (a fronte di una media OCSE di 9,5). La professione soffre di una gravissima perdita di attrattività tra i giovani: nell’anno accademico 2025-2026 il rapporto tra domande d’accesso e posti disponibili nei Corsi di Laurea è precipitato a 0,9 (era a 1,6 nel 2020-2021), lasciando di fatto i banchi vuoti. «Quando una professione essenziale per il SSN non riesce più ad attrarre i giovani – commenta Cartabellotta – il problema non è dell’Università, ma del Paese. Significa che stiamo spegnendo il futuro della sanità pubblica».
Oltre ai ritmi usuranti, a pesare è il forte divario retributivo internazionale: nel 2023 un infermiere ospedaliero italiano percepiva in media 45.434 dollari annui, contro una media europea di 63.417, con un gap di circa 18mila dollari. Non solo: mentre in Europa le retribuzioni sono aumentate nell’ultimo decennio, in Italia hanno registrato una variazione negativa.
Il rischio del doppio binario e le proposte per la sostenibilità
La conseguenza diretta di questo svuotamento del settore pubblico è l’espansione incontrollata del libero mercato sanitario, dove si trasferiscono i professionisti in uscita dal SSN. Si rischia così di consolidare un sistema assistenziale a doppio binario, in cui la reale tutela della salute potrebbe diventare un privilegio accessibile solo a chi ha la possibilità di pagare le cure di tasca propria o tramite coperture assicurative.
Per invertire la rotta, la Rettrice dell’Università “La Sapienza”, Antonella Polimeni, ha richiamato il ruolo strategico degli Atenei nel garantire percorsi formativi di alta qualità e nel collaborare con le reti assistenziali per restituire attrattività al servizio pubblico.
Secondo la Fondazione GIMBE, non basterà aumentare i posti nelle università se non si interverrà tempestivamente con un piano straordinario per il personale che preveda:
- Programmazione dei fabbisogni;
- Superamento dei tetti di spesa e dei vincoli che limitano le assunzioni stabili;
- Rinnovi contrattuali adeguati al reale costo della vita;
- Migliori condizioni organizzative, percorsi di carriera chiari e una drastica riduzione della burocrazia;
- Maggiore sicurezza all’interno dei luoghi di cura e la piena valorizzazione delle competenze professionali.
«Un SSN senza professionisti – conclude Cartabellotta – non è semplicemente un sistema in difficoltà, ma un diritto costituzionale che perde progressivamente la capacità di tradursi in cure per le persone. Da anni discutiamo di finanziamenti, strutture, riforme e tecnologie. Ma oggi stiamo attraversando la linea rossa: senza disponibilità di personale sanitario le risorse economiche non curano, gli edifici restano vuoti, le tecnologie finiscono per essere investimenti inutilizzati e il diritto alla tutela della salute si svuota ogni giorno di più. Senza capitale umano, il Servizio Sanitario Nazionale semplicemente non può esistere».



