Nel maggio 2026, The Lancet ha pubblicato i risultati di un processo di consenso internazionale che ha portato al cambiamento della denominazione della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), ora indicata come sindrome ovarica polimetabolica-endocrina (PMOS).
Le ragioni dietro alla nuova denominazione
Il vecchio nome, spiegano gli autori dello studio, è impreciso: “ovaio policistico” richiama la presenza di cisti ovariche, che invece non sono un tratto necessario della condizione, e ha per anni ridotto l’attenzione alla sola componente ovarica, lasciando in ombra la sua natura più ampia.
Il nuovo acronimo racconta la condizione attraverso tre elementi. Polimetabolica-endocrina indica che alla base ci sono più squilibri ormonali che interagiscono tra loro, non solo a livello ovarico: insulina, androgeni e altri assi endocrini sono coinvolti insieme. Metabolica riconosce l’insulino-resistenza e l’aumento del rischio di obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Ovarica mantiene il legame con la componente riproduttiva, cioè le alterazioni dell’ovulazione e le difficoltà di fertilità, che restano tra i tratti distintivi della sindrome.
Al lavoro hanno preso parte più di cinquanta organizzazioni scientifiche e associazioni di pazienti in tutto il mondo, in un percorso che ha raccolto oltre quattordicimila risposte tra donne con la sindrome e professionisti sanitari.
Secondo lo studio, la PMOS riguarda circa una donna su otto, il che la rende una delle condizioni ormonali più comuni in età fertile, pur restando spesso sottodiagnosticata.
Come sintetizza Franco Vicariotto, ginecologo e fondatore SIFIOG, il passaggio da PCOS a PMOS invita a guardare oltre l’ovaio, leggendo la sindrome come condizione multisistemica in cui metabolismo, infiammazione, microbiota e stato nutrizionale sono parte dello stesso quadro.
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