L’applicazione di specifiche strategie nutrizionali, nelle pazienti affette da carcinoma mammario e sottoposte a terapia ormonale, potrebbe influenzare in modo positivo la compliance al trattamento, oltre che impattare sugli esiti clinici. Benché opportuna e significativamente efficace, la terapia endocrina adiuvante (con tamoxifene e/o inibitori dell’aromatasi) non è scevra di effetti avversi persistenti, talvolta determinanti nel peggiorare la qualità di vita delle pazienti. La manipolazione dietetica, a tal proposito, ha lo scopo di supportare il trattamento farmacologico e, in modo auspicabile, di limitare tali effetti.

Una recente revisione della letteratura, a cura di un gruppo di ricercatori dell’Università di Belagrado, offre una disamina interessante della questione, evidenziando risultati promettenti e punti da approfondire. [1]

Effetti avversi, qualità della vita e approcci mirati

Gli effetti collaterali cronici, scaturibili dalla terapia ormonale adiuvante, coinvolgono diversi aspetti della salute. Spesso sottostimate dai professionisti sanitari, tali problematiche si protraggono in senso peggiorativo, necessitando di rimedi complementari, sicuri e applicabili sul lungo periodo.

La nutrizione mirata potrebbe inserirsi efficacemente in tale contesto, come si evince dagli espedienti indagati per ciascuna problematica. Composizione corporea: la deplezione estrogenica correlata alla terapia ormonale determina un peggioramento complessivo della composizione corporea. Uno studio, tra quelli valutati nella revisione, ha evidenziato i benefici della dieta mediterranea in un gruppo di pazienti sottoposte a terapia anti-estrogenica.

Tali benefici, attribuiti all’azione combinata di alimentazione ed esercizio fisico, riguardano diversi parametri, quali l’indice di massa corporea e l’entità degli accumuli adiposi. [2]. Interessanti anche le osservazioni sugli estratti di trifoglio rosso, il cui effetto anti-obesità è stato correlato all’isoflavone formonectina e alla sua azione inibitoria sulla lipogenesi del tessuto adiposo. [3].

Lo studio in questione, effettuato su pazienti in cura con tamoxifene, ha affiancato l’apporto degli estratti di trifoglio rosso alla dieta mediterranea, sottolineando i benefici dell’integrazione proposta rispetto all’assunzione del placebo [4].

  • Salute delle ossa: la terapia ormonale altera il turnover osseo, favorendo l’insorgenza dell’osteoporosi. Da alcuni studi emerge che l’integrazione di omega-3 e vitamina D, nelle pazienti in cura con inibitori dell’aromatasi, potrebbe contrastare il riassorbimento osseo e ridurre il rischio di fratture. Per quanto concerne gli acidi grassi omega-3 (EPA e DHA), i ricercatori hanno collegato la riduzione del riassorbimento osseo all’azione dei metaboliti da essi derivanti (le resolvine). La vitamina D, invece, è stata osservata sia in combinazione con un agente anti-riassorbimento (l’alendronato) sia in modo assoluto, vantando ipotizzabili effetti frenanti sulla perdita di tessuto osseo. [5,6]
  • Rischio cardiovascolare: tra gli impatti colleterali della terapia ormonale non mancano alterazioni rilevanti di alcuni parametri cardiovascolari, tra cui figurano i livelli ematici di colesterolo LDL. Ciò si rende particolarmente problematico nelle pazienti obese e in pre- post-menopaosa, in ragione di un rischio cardiovascolare più elevato. Ancora una volta, la dieta mediterranea sembra rendersi vantaggiosa, mostrando, in associazione all’attività fisica, un’azione conservativa sul quadro lipidico delle pazienti in terapia ormonale. [2]. Degna di nota, inoltre, l’integrazione combinata di coenzima Q10, riboflavina e niacina, che sembra modulare in modo favorevole gli enzimi del metabolismo lipidico.
  • Infiammazione: nei pazienti oncologici, l’accumulo di fattori pro-infiammatori è una condizione comune, rivelandosi attraverso livelli elevati di proteina C-reattiva. Tra gli approcci nutrizionali in esame, spicca la somministrazione combinata di omega-3, idrossi tirosolo e curcumina, come proposto da uno studio su pazienti con carcinoma mammario in fase iniziale, nel corso della terapia ormonale. L’indagine in questione, che ha valutato l’effetto di tali componenti sul dolore e l’infiammazione, ha posto in evidenza la riduzione della proteina C-reattiva dopo un mese di trattamento [7]. Anche l’apporto mirato di coenzima Q10, già menzionato in relazione al rischio cardiovascolare, sembra rendersi funzionale alla riduzione dei mediatori pro-infiammatori, come suggerito da alcune osservazioni sui livelli di interleuchina-6. [8]
  • Peggioramento della qualità della vita: nel paziente oncologico, la conservazione di un buon livello di benessere costituisce un elemento non trascurabile. Il deterioramento della qualità della vita, non a caso, rende il soggetto meno compliante alle terapie, mentre favorisce il rischio di recidive e la mortalità. Tra i fattori che concretizzano il malessere complessivo, la fatigue è un problema noto, gravando sul paziente per tutto l’iter di cura. In tale contesto, la dieta e l’esercizio fisico, nonché l’integrazione mirata, rappresentano parte integrante del percorso. Un’alimentazione su base mediterranea, inserita nell’ambito di uno stile di vita attivo e salutare, ha mostrato un impatto favorevole e positivo sulla qualità di vita delle pazienti. Un’indagine meno recente, invece, ha esplorato gli effetti dell’integrazione di magnesio, evidenziando, in particolare, una riduzione della fatigue e di alcuni sintomi legati alla menopausa. [9]. Seppur interessanti, gli studi effettuati sul ruolo della dieta e di specifiche sostanze bioattive soffrono, tutt’ora, di alcuni “difetti” tecnici.

Tra le limitazioni in questione spicca, in alcuni casi, il numero blando di pazienti coinvolti, mentre in altri studi manca il reclutamento di un opportuno gruppo di controllo. Da aggiungere anche la variabilità nella durata delle osservazioni, così come nella tipologia degli integratori impiegati e nei fattori soggettivi (es.: etnia delle pazienti, durata della terapia ormonale, etc.). Intuibilmente, tutto ciò rende alquanto difficile una chiara standardizzazione degli approcci, mentre richiede una certa e costante prudenza interpretativa. 

Ulteriori strategie: evidenze preliminari

Le osservazioni condotte a livello clinico procedono in parallelo con studi più embrionali. Risultano dunque interessanti, tra gli argomenti esplorati, il ruolo del digiuno a supporto della terapia ormonale e il potenziale nutraceutico dei cereali integrali.

Dieta mima-digiuno ciclica: i benefici di una restrizione calorica ponderata sono noti e di gran lunga documentati. Essi concernono la salute metabolica e i meccanismi dell’infiammazione cronica, estendendosi all’invecchiamento fisiologico e all’aspettativa di vita. Sulla scia di tali evidenze, si fanno strada approcci innovativi basati sul digiuno, la cui efficacia, in termini di affiancamento ai farmaci, resta un proficuo oggetto di studio. In relazione al tumore al seno, indagini in vivo hanno mostrato dati promettenti. In modelli murini di carcinoma mammario, nello specifico, la dieta mima-digiuno ha potenziato l’attività dei farmaci tamoxifene e fulvestrant, impattando sui livelli di alcuni fattori di crescita (IGF-1, insulina e leptina). Inoltre, l’azione combinata di dieta mima-digiuno e fulvestrant, nell’ambito del medesimo studio, ha determinato una regressione del tumore. [10].

I protocolli dietetici proposti mirano all’inibizione delle potenzialità tumorali, in termini di capacità proliferativa cellulare e di capacità metastatica. A tal proposito, essi sono poveri di carboidrati e proteine, determinando un apporto energetico piuttosto ridotto (di circa 1000 kcal). In linea generale, l’applicazione della dieta determina la riduzione delle concentrazioni ematiche di glucosio, aminoacidi e fattori di crescita, inibendo diverse vie metaboliche cruciali. Al di là dei risultati incoraggianti, non esistono, ad oggi, delle linee guida vere e proprie. Persistono, in effetti, alcune difficoltà nell’applicazione clinica del digiuno, tenendo anche conto del percorso patologico e farmacologico di ciascun paziente.

Consumo di cereali integrali: in virtù di un contenuto notevole di componenti fitochimici, i cereali integrali vantano proprietà documentate di tipo antiossidante, antinfiammatorio e antitumorale. Tra le sostanze apportate spiccano antociani e carotenoidi, ma anche fitosteroli, fibre alimentari e metaboliti della vitamina E. L’attività benefica di tali componenti, in relazione alla prevenzione e alla gestione del cancro al seno, viene attribuita a diversi meccanismi molecolari. Questi comprendono l’inibizione dell’angiogenesi, l’induzione della morte cellulare e la modulazione delle citochine pro-infiammatorie. I cereali integrali, del resto, sono una categoria alimentare conveniente, poiché economica e facilmente reperibile. Tuttavia, mancano evidenze definite sulle tipologie più funzionali alla dieta, oltre che sugli effetti biologici delle sostanze fitochimiche apportate.

Prospettive future

Partendo dalla letteratura disponibile, gli autori propongono diversi spunti per possibili approfondimenti. A tal proposito, viene posto l’accento sulla sinergia tra alimentazione e terapie farmacologiche, sottolineando la rilevanza di studi a lungo termine sull’argomento. I punti da esplorare riguardano, a titolo di esempio, il rischio cardiovascolare nel contesto del cancro, con un focus più mirato sulle singole affezioni.

Non mancano riferimenti all’infiammazione cronica, che rappresenta una caratteristica peculiare delle patologie oncologiche e dei percorsi terapeutici correlati. In relazione a questo, l’invito alle indagini future si allarga a condizioni oncologiche più complesse, includendo le degenerazioni metastatiche. Vengono inoltre ribadite le potenzialità del digiuno come coadiuvante dei farmaci, rimarcando la necessità di studi a livello clinico.

Il coenzima Q10

Il coenzima Q10 è una molecola presente in ogni cellula del corpo, presentando la denominazione alternativa di “ubiquinone”. Implicato nei meccanismi energetici cellulari, esso svolge, all’interno degli organuli mitocondri, il ruolo di trasportatore degli elettroni. In virtù delle sue spiccate potenzialità antiossidanti, il coenzima Q10 si presta, quale componente di formulazioni apposite, alla gestione dello stress ossidativo, nonché di alcune problematiche che si correlano alla sua carenza.

L’apporto di coenzima Q10 può rendersi utile, a titolo di esempio, nel trattamento della fibromialgia o dell’emicrania, così come nel contenimento del rischio cardiovascolare. Nello specifico, tale molecola può contrastare l’accumulo delle lipoproteine a bassa densità ossidate, notoriamente implicate nello sviluppo aterosclerotico. Contestualmente all’aterosclerosi, tra l’altro, l’integrazione di coenzima Q10 può impattare sui livelli dei mediatori dell’infiammazione, riducendoli. [11]

Dieta mima-digiuno

La dieta mima-digiuno è un protocollo dietetico pensato per riprodurre, all’interno dell’organismo umano, gli effetti di un digiuno vero e proprio. Si tratta di un regime alimentare a bassissimo apporto calorico, della durata di pochi giorni e ad applicazione periodica, a seconda delle esigenze e condizioni soggettive. Gli alimenti consentiti sono di origine vegetale, comprendendo zuppe, olio extravergine di oliva e frutta secca a guscio.

A livello sistemico, il digiuno modula i livelli di metaboliti e di ormoni circolanti, determinando un rallentamento della proliferazione cellulare e dei processi metabolici. In modo importante, si ritiene che il digiuno possa proteggere le cellule sane dagli agenti farmacologici impiegati in ambito oncologico, pur favorendo la vulnerabilità delle cellule cancerose. Nelle indagini cliniche pregresse, effettuate su pazienti oncologici, lo schema mima-digiuno è stato somministrato ogni 3-4 settimane, contestualmente alla chemioterapia, senza generare effetti avversi rilevanti. [12]

Bibliografia: https://static.tecnichenuove.it/medicinaintegratanews/2026/03/MN_Carcinoma__mammario_04_25.pdf

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here