È opportuno non ignorare il contesto isolazionistico, pessimistico, se si vuole indagare il legame tra adolescenti e violenza che sembra avere superato una soglia d’allarme e vede coinvolte in questa spirale anche le ragazze. Anche perché chi lavora a loro stretto contatto indica questa solitudine in mondi artificiali come uno dei tratti distintivi. Uno degli ambiti in cui si esplica questa aggressività è la scuola. Qualche numero viene in soccorso a confermare questa tesi.

Dal primo gennaio 2023 a febbraio 2024 si sono registrati in Italia 133 casi di aggressioni a danno di insegnanti, presidi e personale scolastico, secondo la Polizia di Stato, di cui 70 commessi da studenti (e il resto da genitori). Accoltellamenti, pestaggi: il formulario delle violenze è vario. E ha portato anche a una nuova normativa che inasprisce le pene per aggressione e oltraggio al personale scolastico. Questi episodi ci interrogano su cosa stia succedendo ai giovani.

È in atto qualcosa di diverso rispetto alle generazioni passate? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Migliarese, direttore della Struttura complessa di salute mentale Lomellina, Dipartimento di Salute mentale e dipendenze dell’Asst di Pavia, che ha alle spalle anni di conoscenza e cura degli adolescenti. 

Giovanni Migliarese, direttore della Struttura complessa di salute mentale Lomellina, Dipartimento di Salute mentale e dipendenze dell’Asst di Pavia

Aumento delle psicopatologie

La struttura che dirige copre in sostanza tutto il panorama dei disturbi psichici, dalla più tenera età all’età avanzata. «Tutta la psicopatologia in adolescenza è in aumento, lo dicono i dati di accesso ai pronto soccorso, e può essere multideterminata ‒ spiega ‒. Le istanze aggressive possono diventare forza propulsiva, energia per qualcosa di positivo, se ben indirizzate. All’interno di questa situazione complessa è possibile che alcune psicopatologie rendano più difficile il controllo dell’impulsività e possano determinare un incremento dei comportamenti violenti. Lo stress, per esempio, influenza la capacità di gestire l’aggressività. L’impressione è che siano un insieme di fattori, situazioni, trasformazioni sociali, che per i ragazzi in fase di evoluzione e di definizione di una propria identità, rendono più problematico orientare verso uno sviluppo identitario le proprie risorse di energia e la propria aggressività».  

Il problema delle dipendenze

Indagare le cause del disagio, calibrare il peso dei fattori non è facile. I ragazzi di oggi vivono in una società fluida che ha perso molti riferimenti valoriali stabili del passato. «Registriamo un incremento nell’uso di sostanze, da quelle (a mio parere erroneamente) chiamate droghe leggere, fino a quelle più nuove e sintetiche. La cannabis di oggi non è quella di Woodstock, qualcosa di vintage, la marijuana ha una percentuale di Thc molto più alto.

A livello comunicativo-politico, la distinzione droghe leggere e pesanti è anacronistica. C’è un effetto diverso a livello cerebrale. E si usa di tutto: cannabinoidi e oppiacei sintetici, stimolanti, catinoni, spesso con effetto dirompente a livello cerebrale, alterazioni neuropsichiche che non sempre si auto-risolvono. L’alcol è ancora molto diffuso, più con modalità di intossicazioni in tempo breve, spesso associato ad altre sostanze (binge drinking)».  

Il ruolo dei social media

Un secondo aspetto importante è quello legato alle dipendenze dai social network e dispositivi tecnologici, con un sovraccarico di informazioni e immagini dovute alle nuove tecnologie. «Apparentemente forniscono quello di cui i ragazzi hanno bisogno, gli stimoli, ma tolgono le modalità classiche relazionali. Il Covid ha poi amplificato questo fattore di isolamento. Come hanno suggerito diversi neuroscienziati, le diverse modalità dell’esperienza digitale, rispetto all’esperienza reale, hanno un impatto sullo sviluppo cerebrale e anche sul senso di identità e appartenenza condivisa che sta alla base del funzionamento sociale. L’esperienza virtuale dovrebbe pertanto sempre essere bilanciata da quella reale che favorisce l’empatia e la sincronizzazione interpersonale (G. Riva 2025)». 

Approcci internazionali

Sui danni da questo isolamento in mondi virtuali, dove si è costantemente iperconnessi, si sta correndo al riparo. L’Australia ha, per esempio, approvato una delle leggi più dure al mondo contro le piattaforme di social network come Instagram e TikTok, vietando l’accesso ai minori di 16 anni e prevedendo multe alle piattaforme che non rispettano la normativa fino a 50 milioni di dollari australiani. In Svezia è in atto un cambio di rotta nel sistema educativo, con l’abbandono, in parte, dell’approccio digitalizzato per favorire un ritorno agli strumenti tradizionali come libri stampati, quaderni e scrittura a mano.

Studi, come il Programma Pisa (Programme for International Student Assessment), indicano che l’uso intensivo di dispositivi digitali come smartphone e tablet portano a un calo significativo del rendimento scolastico. «L’utilizzo della penna attiva schemi cerebrali diversi rispetto alla tastiera e ci sono dati di sviluppo più o meno marcato di aree cerebrali associate all’attenzione, all’occhio umano. Il nostro cervello è fatto per adattarsi a stimoli diversi e il ragazzino tende a sviluppare schemi neurali differenti. L’attenzione allo sviluppo neuropsichico dei nostri ragazzi va mantenuta non solo fino a 8-10 anni, ma oltre, perché il cervello si struttura in relazione a nuovi perturbatori». 

La relazione con la famiglia

Un altro elemento riguarda l’approccio genitoriale e la perdita di autorevolezza, quasi una complicità che risulta deleteria (non va dimenticato che dei 133 episodi di violenza nelle scuole di cui sopra la metà è a carico dei genitori). «Si vede un grande cambiamento nelle modalità di interazione tra generazioni: si è passato da un estremo all’altro, dalla scarsa attenzione al bisogno affettivo a situazione in cui la famiglia è più amicale, dimenticando che è fondamentale la funzione di orientamento. E questo si è trasmesso anche sull’assetto sociale, di una società fluida. Bisognerebbe prendere del buono nei due diversi approcci: tutelare il diritto del soggetto, ma anche stare in un ambito di riconoscimento di aspetti normativi, che aiutano i minori a confrontarsi con il concetto del limite, che è centrale per la crescita. I ragazzi cercano una bussola, deve essere dato loro un orientamento».  

Percorsi terapeutici

Ma quali strumenti allora vanno messi in atto, soprattutto in caso di esordio di psicopatologie? «C’è un lavoro di équipe in psichiatria: valutiamo l’evoluzione della psicopatologia attraverso la predisposizione genetica e le esposizioni ambientali. Cerchiamo di individuare la patologia precocemente, con valutazione individuale, inquadrando i fattori di rischio modificabili, opportunità di intervento psicologico o farmacologico. Arriviamo quando il disturbo c’è o ci sono i primi sintomi. Quello che constatiamo è che sono aumentati nei giovani, a livello generale, soprattutto i disturbi legati all’impulsività, quelli alimentari ma anche gli atti autoaggressivi.

Quando incontriamo un ragazzo che per predisposizione, esperienza precoce ha un esordio di psicopatologia, a quel punto abbiamo diversi strumenti. Il primo è riconoscerlo per tempo, comprenderlo e orientarlo in maniera corretta. Si può lavorare sui fattori slatentizzanti, che fanno esplodere la situazione clinica, sia psicologici sia farmacologici. I farmaci sono una grande opportunità, ne abbiamo diversi ben tollerati ed efficaci, se usati nel momento corretto: antidepressivi (gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, noradrenalina), stabilizzatori dell’umore, antipsicotici atipici, farmaci ansiolitici. Il rischio è che se non riusciamo a intervenire, il tempo complica le cose e che ragazzi si curino da soli, con sostanze, alcol. O si richiudano in dipendenze comportamentali, social network, isolamento, alterazione del ritmo sonno-veglia con danni cerebrali, evitando la scuola e attuando comportamenti impulsivi ad alto rischio, esponendosi a incidenti stradali, risse e atti di delinquenza. Personalmente sono però ottimista: i giovani sono ricchi di creatività ed energia, hanno voglia di esplorare e devono solo essere instradati.  Le rivoluzioni, comprese quelle tecnologiche, sono fatte da ragazzi. Bisogna rinforzare gli aspetti educativi, la scuola, il senso civico, temi valoriali nell’informazione. Aiutarli a costruire altri obiettivi oltre il successo, il sesso e i soldi a cui guardano e che poi non si godono».

L’esperienza delle associazioni

L’Associazione Caf Onlus (Centro di aiuto ai minori e alla famiglia in crisi) si occupa dal 1979 di minori fragili. È nata a Milano come Centro di accoglienza per bambini e ragazzi allontanati dalle famiglie d’origine su ordinanza del Tribunale per i minorenni a causa di gravi storie di maltrattamenti e abusi sessuali. In città gestisce da oltre quarant’anni 3 comunità residenziali. Nel 2014 ha realizzato un polo di servizi dedicati all’adolescenza, oggi costituito da due comunità residenziali teen, che accolgono complessivamente ragazzi (12-18 la fascia d’età) con decreto di allontanamento dalla famiglia di origine. Sono storie di incuria, maltrattamenti fisici e psicologici, abusi sessuali, forti condizioni di svantaggio sociale ed economico. Dispone poi di un Centro educativo diurno (Teen Lab) e 2 appartamenti (Teen House) per l’alta autonomia, a Cesano Boscone, dedicati a ragazzi/e che hanno richiesto il proseguo amministrativo dopo i 18 anni e potranno essere seguiti fino ai 21. 

Gaming e il rischio di isolamento 

Patrizia Mascia, psicologa e psicoterapeuta, è la referente clinica di tutta la fascia 12-21 anni. «Sono quasi 20 anni che lavoro nelle comunità – racconta –. Il fattore nuovo, accentuato dall’avvento del Covid, è la dipendenza dal gioco online, che ha inciso pesantemente sul ritiro sociale di molti ragazzi. Ci troviamo di fronte a minori, anche molto piccoli, che già a 10-11 anni hanno accesso a giochi molto violenti, da fare spesso in gruppo. E questo tipo di interazione ha sostituito in alcuni casi totalmente quella con le persone, portando questi ragazzi a una dipendenza. Più che da sostanze, nei ragazzi osserviamo oggi una dipendenza da cellulari e playstation, spesso con una inversione del ciclo sonno-sveglia e tematiche comportamentali preoccupanti: non vanno più a scuola, si alzano e giocano, non interagiscono più con i coetanei, perdono interesse in ciò che li circonda, in primis nella scuola, nello sport e nelle uscite con i coetanei. L‘unica interazione che concepiscono è quella virtuale e per questo abbiamo osservato un aumento esponenziale dei casi di isolamento sociale e quindi anche di abbandono scolastico».  

Patrizia Mascia, psicologa Clinica, psicoterapeuta cognitivo comportamentale, dal 2018 referente clinica dei servizi residenziali e semi-residenziali dell’Associazione Caf Onlus

Mancanza di regole

Il focus sulla scuola chiama in causa i genitori. «I cambiamenti riguardano anche le famiglie: oggi i genitori faticano a dare delle regole ai propri figli. Nel momento in cui i ragazzi hanno comportamenti disfunzionali vengono spesso giustificati e protetti e non vengono invece riconosciuti i bisogni emotivi reali che stanno dietro a tali comportamenti. Il figlio trova un alleato nel genitore e da esso si sente legittimato a un determinato comportamento. Dunque il professore perde di credibilità, la sua leadership viene minata alla base e così anche la sua capacità di trasmettere valori e messaggi positivi ai ragazzi».  Più in subordine, per la dottoressa Mascia, è la dipendenza da sostanze.

«Utilizzano nuovi tipi di droghe, spesso psicofarmaci che sono più fruibili. Ci sono sempre state nuove droghe: 20 anni fa erano le droghe sintetiche e la marijuana, 40 anni fa la cocaina e 50-60 anni fa l’eroina». 

Progetti educativi

La metodologia di intervento del polo di servizi dedicati all’adolescenza dell’Associazione Caf è di tipo cognitivo-comportamentale, applicata sia a livello terapeutico sia a livello educativo grazie a un team, tra psicoterapeuti ed educatori, di 20 persone. «Per tutti i ragazzi abbiamo un progetto educativo individualizzato, decidiamo degli obiettivi in base all’età e alle caratteristiche personali. Partiamo dall’acquisizione delle autonomie di base. Puntiamo molto sull’educatore, che è figura accogliente, in ascolto ma anche normativa. Abbiamo una serie di regole educative che si devono rispettare, per esempio l’uso del cellulare in determinate fasce orarie, il divieto di accesso ai social per i minori di 14 anni. Poi c’è la parte di psicoterapia, che va a indagare sfere più profonde e traumatiche del vissuto di ciascun ragazzo dando anche importanti indicazioni per orientare il percorso educativo individualizzato».

I ragazzi fanno molte cose insieme, sono spinti alla socialità. «Tutti praticano uno sport e li incentiviamo a coltivare le loro passioni anche all’esterno. Per quelli che sono in comunità, scuola e lavoro sono parti imprescindibili del progetto educativo. Vengono seguiti anche nella scuola e anche da un punto di vista sanitario, facendo riferimento a medici di base e all’occorrenza a medici specialisti».  Tante attenzioni, ma spesso si deve intervenire quando la situazione è già aggravata. Di qui l’importanza della prevenzione. «Abbiamo tantissimi genitori dei nostri ragazzi con patologie psichiatriche, dipendenze. Occorrerebbe intervenire a livello territoriale con una maggiore attenzione alle famiglie più problematiche. Ma anche con una maggiore attività di sensibilizzazione all’interno delle scuole, per esempio sul corretto utilizzo degli strumenti videoludici». 

Una lezione dai ragazzi del «Beccaria»


Un’antenna sensibile alle trasformazioni in atto è quella, per esempio, dell’Istituto penale per minorenni «Cesare Beccaria». Qui da tempo lavora la professoressa Elena Vegni, coinvolta nell’ambito della psicologia clinica penitenziaria, per la quale ha nell’équipe una struttura dedicata: è Ordinaria di psicologia clinica presso la Statale di Milano e direttrice della Struttura complessa di Psicologia clinica presso la Asst Santi Paolo e Carlo.

Elena Vegni, professoressa ordinaria di psicologia clinica presso la Statale di Milano e direttrice della Struttura complessa di Psicologia clinica presso la Asst Santi Paolo e Carlo di Milano

«Al “Beccaria” seguiamo giovani che hanno un profilo ovviamente complesso ‒ racconta ‒. Il mandato della psicologia clinica nel penitenziario è sostanzialmente sul rischio suicidario e autolesivo. Il penale minorile è fatto da tre aree: reclusione; i Cpa, centro di prima accoglienza, dove sono portati dopo l’arresto e dove viene fatta una prima valutazione e un primo inquadramento clinico; poi c’è il servizio penale esterno che è una struttura per ragazzi con pene alternative dove sono messi alla prova pur avendo una pendenza penale. In questo caso sono seguiti da una serie di agenzie ed entriamo in campo anche noi». 

La gestione dell’impulsività

I ragazzi seguiti vanno dai 17 anni in su, con attività d’équipe di tipo clinico e con interventi vari. «La parte psicofarmacologica, ove necessario, è seguita da neuropsichiatri e psichiatri. C’è anche quella degli educatori che svolgono una funzione importante per impedire che si trovino poi avulsi dal contesto sociale costruttivo, un rischio a quell’età è deleterio. Si va a lavorare su diverse tematiche. La necessità di inquadrare il funzionamento psicoemotivo del ragazzo è il punto di partenza per valutare l’eventuale rischio e per mettere in atto interventi terapeutici di aiuto, anche se l’inquadramento psicoemotivo di un ragazzo di 17-20 anni non è un’etichetta definitiva. Una delle azioni è sulla gestione delle impulsività, cerchiamo di capire le aree di fragilità, la gestione delle emozioni ma anche le potenziali risorse; valutiamo la rete sociale la storia personale, alcuni hanno barriere linguistico-culturali, uso di sostanze». 

La fiducia epistemica

Ma al di là di casi limite, come i ragazzi che poi finiscono al Beccaria, cosa sta effettivamente accadendo a questa generazione? «Nelle fasi di crescita degli adolescenti c’è sempre stata l’idea di andare contro, storicamente, quasi costituzionalmente. Ci si sente onnipotenti e si sgomita per trovare il proprio spazio vitale. La società intorno è però cambiata: ha paura e siamo noi per primi ad averla, è meno tollerante sulle incertezze, vuole risposte subito. E il movimento contro si sviluppa coerentemente con il contorno sociale. Questo non vuol dire non vedere il disagio, i numeri parlano chiaro, ma va compreso in una società più in sofferenza». Nessun dubbio che siamo una società in transizione sotto ogni aspetto, economico, geopolitico, ambientale, culturale. Tutto diventa friabile, anche il genere, sulla spinta (e controspinta) della woke culture.

«È vero che il tema dell’identità di genere è sentito, ci sono più ragazzi con problematiche alimentari, ma forse questo è necessario per transitare nella società del domani. Mi domando: l’essere più deboli è necessariamente negativo? Magari, è un auspicio, quello che conta domani non sarà essere forti, ma saper gestire situazioni meno certe, confuse, e starci armoniosamente dentro. L’operazione allora che adulti e adolescenti devono fare insieme è sapersi “accomodare” in questo stato. Un concetto della psicologia clinica è la fiducia epistemica. Si diventa un io, si cresce nel momento in cui c’è qualcuno che mi guarda e mi dà fiducia nei processi di crescita, che mi riconosce come essere pensante. Dobbiamo dare fiducia a questi ragazzi, alla loro capacità creativa di essere gli adulti di domani».  

Dipendenza e violenza di genere

Opera principalmente a Milano l’Associazione Comunità Nuova, che dal 1973 si occupa anche di giovani in condizioni di disagio e fragilità. Nasce sulla scorta dell’esperienza di don Gino Rigoldi nel carcere “Beccaria”. Oggi si è allargata a quattro aree di lavoro, una è quella dei giovani. Tra i vari progetti, ha lavorato sul tema dipendenze e violenza di genere e più recentemente sul benessere psicologico attraverso un progetto di cui è partner con il Comune di Milano, Accoglimi plus, recentemente rifinanziato grazie ai fondi europei. «Il progetto si esplica attraverso diverse azioni, in particolare consulenze sia psicologiche sia pedagogiche ‒ racconta la coordinatrice area giovani di Comunità Nuova, Martina Tisato, pedagogista ‒. Lavoriamo con ragazzi e ragazze che ci contattano direttamente (grazie a un numero verde/cellulare dedicato), o attraverso segnalazioni da scuole e famiglie. Adolescenti con difficoltà evolutive, che hanno momenti di tensione. Facciamo colloqui conoscitivi e orientiamo, in caso di necessità, ad altri servizi sul territorio, supporto psicologico-psichiatrico o direttamente servizi sociali. Uno dei grandi temi critici è la scarsa capacità di stare in relazioni con gli altri da parte dei ragazzi: sarebbe facile dare la colpa a cellulari e al Covid di questo isolamento. È più difficile per loro trovarsi anche all’aperto, sono diminuite le risorse per spazi di aggregazione, anche a Milano: l’aggregazione si lega allora al tema del consumo, sostanzialmente li troviamo poi nei bar. E questo non aiuta a costruire relazioni sane, legate a condivisioni di desideri, obiettivi».  

Martina Tisato, educatrice e pedagogista, coordina da 5 anni l’area giovani dell’Associazione Comunità Nuova Onlus

Il progetto, attivo da tre anni, si esplica anche a scuola, nelle classi. «Lavoriamo sull’accettazione delle proprie emozioni, anche quelle più critiche. Educhiamo a prestare attenzione a sintomi, cambiamenti di umore, verso sé stessi e gli altri. E dunque a individuare possibilità di aiuto. Cerchiamo di ragionare sul tema comportamenti, sui propri vissuti: tanti derivano da quelli. Con alcune scuole facciamo anche percorsi di tutoring con ragazzi volontari che vengono formati per diventare “sentinelle” del benessere all’interno della scuola.  Vediamo una scarsa capacità a chiedere aiuto, a fidarsi degli altri, degli adulti e anche dentro la scuola, con punti di riferimento più sui social. Gli adolescenti tipicamente vanno oltre le regole, sono di rottura. Ma c’è in generale un aumento dello scontro, con uso della violenza in modo poco consapevole sulle conseguenze, anche tra ragazze, con una leggerezza da film, come se non si rendessero conto. È anche vero il contrario: in alcuni ci sono anche livelli di sensibilità sul tema molto più alti rispetto al passato».  Scuola e famiglia, insegnanti e genitori, sembrano accumunati da questo percorso complesso di risintonizzazione con gli adolescenti. «Tante famiglie non accettano che i propri figli abbiano comportamenti devianti o malesseri, rifiutano la presa in carico. E nella scuola dovrebbero cambiare, in primis, gli insegnanti. Abbiamo bisogno di docenti che siano in grado di stare con ragazzi che hanno dei disturbi. E invece viene rimandato un po’ tutto all’esterno, lasciando ad altri il lato del benessere psicologico. È come se le scuole chiudessero fuori l’emotività, ma questo non è possibile».

La ricerca: rischio hikikomori tra gli adolescenti italiani 

La sovraesposizione ai social media ha un ruolo primario nel processo corrosivo dell’interazione e dell’identità adolescenziale e del benessere psicologico individuale. Ed è il principale responsabile dell’autoisolamento e dell’esplosione delle ideazioni suicidarie giovanili. È quanto sostiene uno studio condotto dal gruppo multidisciplinare Musa (Mutamenti sociali, valutazione e metodi), tra i primi a indagare il fenomeno del ritiro sociale, dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Irpps). Il paper, pubblicato su Scientific Reports del gruppo Nature, si è basato sui dati di due indagini trasversali condotte dal Gruppo nel 2019 e nel 2022 su studenti di scuole pubbliche secondarie di secondo grado e su campioni rappresentativi a livello nazionale composti rispettivamente da 3.273 e 4.288 adolescenti con un’età compresa tra 14 e 19 anni. Tre i profili di adolescenti identificati: le farfalle sociali, gli amico-centrici e i lupi solitari. Quest’ultimi sono triplicati in 3 anni, passando dal 15 al 39,4% e il sottogruppo, composto da adolescenti che non incontrano più i loro amici nel mondo extrascolastico, è quasi raddoppiato dopo la pandemia, passando dal 5,6% al 9,7%. Questo fenomeno dell’autoisolamento, che accomuna i due sessi con lieve prevalenza delle ragazze, sarebbe assimilabile a quello degli hikikomori del Giappone. Scarsa qualità delle relazioni sociali (con i genitori, in particolare con la madre), bassa fiducia relazionale (verso familiari e insegnanti), vittimizzazione da cyberbullismo e bullismo, iperconnessione da social media, scarsa partecipazione alla pratica sportiva extrascolastica e insoddisfazione per il proprio corpo, i principali fattori. 

Bibliografia

Self-isolation of adolescents after Covid-19 pandemic between social withdrawal and Hikikomori risk in ItalyLoredana CerbaraGiulia CianciminoGianni CorsettiAntonio TintoriScientific Reports, 2025, https://www.nature.com/articles/s41598-024-84187-5

How Screen Time and Social Media Hyperconnection Have Harmed Adolescents’ Relational and Psychological Well-Being since the COVID-19 Pandemic, Antonio Tintori, Giulia Ciancimino, Loredana Cerbara, Mdpi, 2024, https://www.mdpi.com/2076-0760/13/9/470

The developmental process of suicidal ideation among adolescents: social and psychological impact from a nation-wide survey,  Antonio Tintori,  Maurizio Pompili,  Giulia CianciminoGianni CorsettiLoredana Cerbara, Scientific Report, 2023, https://www.nature.com/articles/s41598-023-48201-6

The capacity for understanding mental states: The reflective self in parent and child and its significance for security of attachment, Peter Fonagy, Miriam Steele, Howard Steele, George S. Moran, Anna C. Higgitt, Infant Mental Health Journal, 1991, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/1097-0355(199123)12:3%3C201::AID-IMHJ2280120307%3E3.0.CO;2-7

The role of mentalizing and epistemic trust in the therapeutic relationship, Peter Fonagy, Elizabeth Allison, Psychotherapy (Chic), 2014, https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/24773092/  

Claudio Mencacci, Giovanni Migliarese, Quando tutto cambia 2.0: la salute psichica in adolescenza, Ed. Pacini 2023

Giuseppe Riva, Io, noi, loro. Le relazioni nell’era dei social e dell’IA, Ed. Il Mulino, 2025

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here