La dieta a base vegetale, ricca di sostanze fitochimiche come chiave per influenzare la longevità, in grado di favorire un invecchiamento in salute. È questo l’obiettivo della biologia molecolare che intende arrivare a ridurre l’attuale divario tra lifespan, l’allungamento importante della vita media, e la healthspan, cioè il tempo trascorso libero da malattie croniche, che impattano sensibilmente sui costi sanitari e sulla qualità della vita delle persone.
Per fare ciò occorre non solo garantire sopravvivenza, ma una sopravvivenza di qualità: obiettivo che può essere raggiunto con la comprensione dei processi molecolari che compromettono l’integrità cellulare, quindi migliorarne la resilienza adattativa.
È quanto sottolinea un numero speciale di Parmaceuticals che ha indagato ruolo e potenzialità dei fitochimici nel modulare la biologia dell’invecchiamento, quindi la possibile influenza sull’insorgenza di patologie legate all’età.
Le proprietà dei fitochimici
Capacità antiossidanti e di regolazione di alcuni processi biologici, come l’infiammazione cronica di basso grado, la senescenza cellulare, la disfunzione mitocondriale e il metabolismo lipidico, “trigger” dell’invecchiamento e dell’insorgenza di patologie, anche gravi. Sono alcune delle proprietà riconosciute alle piante in grado di agire su alcuni dei principali fattori di innesco della senescenza a livello generale e di specifiche funzioni legate, più di altre, alla lifespan.
Qualche esempio sugli effetti potenziali esercitati da piante e dai loro fitochimici:
Protezione vascolare e neuro-inflammaging
Un recente studio condotto su topi knockout per l’apolipoproteina E (ApoE−/−) dimostra che l’infuso di tè bianco, ricco di polifenoli, è in grado di migliorare il profilo lipidico plasmatico, ridurre l’infiammazione vascolare e lo stress ossidativo e diminuire il carico lesionale, indicando in modelli in vivo come una matrice complessa di fitochimici possa rimodellare un fenotipo aterosclerotico multifattoriale.
Tali dati supportano l’evidenza di altri studi secondo cui alcuni carotenoidi algali, e in particolare l’astaxantina, possano rappresentare dei potenziali inibitori della proproteina convertasi subtilisina/kexina di tipo 9 (PCSK9), una proteasi che guida la degradazione dei recettori epatici delle lipoproteine a bassa densità (LDL) e aumenta il colesterolo LDL circolante. I risultati suggeriscono che anziché sostituire gli attuali inibitori biologici di PCSK9, si potrebbe pensare a una integrazione nutraceutica, in particolare in soggetti con rischio cardiovascolare moderato o in contesti di prevenzione secondaria in cui l’aderenza alla farmacoterapia può essere subottimale.
Ulteriori studi clinici e preclinici sembrano, inoltre, indicare la capacità dell’astaxantina nel migliorare il profilo lipidico, aumentare la sensibilità all’insulina e attivare la segnalazione citoprotettiva attraverso la fosfatidilinositolo 3-chinasi (PI3K)–AKT e il fattore nucleare eritroide 2 correlato al fattore 2 (Nrf2), attenuando in parallelo il fattore nucleare κB (NF-κB) e l’infiammazione sistemica.
Di particolare interesse appare l’applicazione di questa classe di fitochimici alimentari nel sistema nervoso: alcuni lavori sembrano evidenziare l’influenza di queste molecole nell’interazione tra stress ossidativo, neuroinfiammazione e disfunzione mitocondriale nei disturbi neurodegenerativi legati all’età. Di attenzione è il physcion, un antrachinone presente in molte piante medicinali e vegetali, che sembra in grado di attenuare l’attivazione microgliale e il rilascio di citochine pro-infiammatorie in un modello di neuroinfiammazione indotto da lipopolisaccaride (LPS), sovraregolando Nrf2 e l’eme-ossigenasi-1 (HO-1) e ripristinando le proteine sinaptiche.
Dati che potrebbero dare nuove risposte al processo di “neuro-inflammaging“, lo stato di infiammazione cerebrale cronica di basso grado acceleratore del declino cognitivo. Altre sostanze studiate per i loro potenziali effetti sulla modulazione dell’infiammazione o dei processi infettivi includono apigenina e quercetina, due flavonoidi abbondanti nella propoli, e un estratto acquoso standardizzato contenente radici di Angelica gigas e fiori di Pueraria lobata che avrebbe migliorato la funzione immunitaria nei macrofagi e nei topi immunodepressi. Dati che confermano la relazione e l’esistenza di un asse intestino-immunità-cervello.
Senescenza cellulare
Questa rappresenta una risposta allo stress cellulare innescata da danni al DNA, logoramento dei telomeri e disfunzione mitocondriale, tra i vari stimoli possibili, che esitano nell’arresto stabile del ciclo cellulare. Come dirette conseguenze le cellule senescenti perderebbero la loro funzione fisiologica, diventerebbero resistenti all’apoptosi e rilascerebbero un fenotipo secretorio pro-infiammatorio associato alla senescenza (SASP), responsabile della degenerazione tissutale e dell’infiammazione cronica.
In questo contesto i fitochimici senolitici sono sotto osservazione della ricerca quali possibili composti in grado di eliminare selettivamente le cellule senescenti; fra questi di interesse è l’ε-viniferina, un dimero del resveratrolo, che pare in grado di ridurre lo stress ossidativo mitocondriale e ringiovanire le cellule senescenti attraverso la regolazione del gene RGS16. Il composto, da studi di laboratorio, avrebbe ridotto la produzione di ROS mitocondriali, migliorato l’efficienza bioenergetica e attivato la mitofagia, promuovendo la rimozione dei mitocondri danneggiati.
L’azione a livello osseo
La perdita di integrità neuromuscolare e metabolica costituisce l’innesco della sarcopenia e della fragilità, condizioni tipiche dell’invecchiamento, in cui anche i fitochimici potrebbero profilarsi come uno strumento di contrasto efficace per le loro proprietà modulanti sui mitocondri, coinvolti anche nella miogenesi e nella rigenerazione muscolare.
È allo studio, ad esempio, un estratto dell’arbusto Cotoneaster microphyllus Nakai che in studi sperimentali avrebbe mostrato la capacità di stimolare la formazione ossea e ridurre il riassorbimento, suggerendo un potenziale anti-osteoporotico. Mentre altre molecole come resveratrolo e sakuranetina avrebbero fatto osservare miglioramenti dei parametri correlati alla telomerasi, a fronte di apigenina, genisteina ed esperetina che eserciterebbero significativi effetti antinfiammatori: tutti fattori che, come detto, concorrono (all’accelerazione) dell’invecchiamento.
Le attese
Prima di introdurre i fitochimici nella pratica clinica, la ricerca deve dare risposte ad alcuni aspetti ancora irrisolti: il profilo di assorbimento e distribuzione tissutale che rimane una limitazione critica per molti fitochimici, evidenziando la necessità di sistemi di rilascio innovativi e di una migliore comprensione del metabolismo mediato dal microbiota, le relazioni dose-risposta non lineari ancora poco chiare, lo sviluppo di studi con endpoint funzionali e incentrati sul paziente, necessari a determinare se i promettenti risultati preclinici possano essere tradotti in miglioramenti misurabili della durata della salute.
Fonte
Medoro A, Scapagnini G, Davinelli S. The Role of Phytochemicals in Aging and Aging-Related Diseases. Pharmaceuticals 2025, 18(11), 1713. Doi: https://doi.org/10.3390/ph18111713


