Diete estreme, test genetici “fai da te” e integratori miracolosi: la longevità è diventata un business globale che spesso corre più veloce della validazione scientifica. Per fare chiarezza su questo delicato confine, si è tenuto a Roma l’11 marzo il convegno “Vivere meglio, vivere più a lungo. Le opportunità cliniche contro i falsi miti”, organizzato da Salvatore Pennisi, esperto in medicina funzionale.

La trappola del business

«Dopo la pandemia, l’attenzione sulla longevità è esplosa, ma il mercato ha spesso spostato il focus dalla gestione etica della salute a un business fatto di promesse irrealizzabili», ha ammonito Giovanni Scapagnini, vicepresidente della Società italiana di Nutraceutica – SINUt. «Difatti, sebbene la ricerca ha chiarito il ruolo di fenomeni come l’infiammazione cronica di basso grado (l’ormai noto inflammaging) e l’accumulo di cellule senescenti, la traduzione di queste scoperte in protocolli efficaci richiede tempo e onestà intellettuale, per evitare che la paura dell’invecchiamento diventi una leva puramente commerciale».

Il rischio, condiviso dai relatori, è difatti proprio quello di vendere la longevità come un “farmaco da banco”, ignorando che l’invecchiamento sano richiede protocolli clinici complessi e personalizzati frutto di una profonda conoscenza dei meccanismi biochimici che regolano la nostra biologia.

Il ruolo della genetica e quello dell’epigenetica

Un contributo fondamentale è arrivato da Giuseppe Novelli, ordinario di Genetica Medica presso l’Università di Roma Tor Vergata e presidente della Fondazione Lorenzini di Milano, che ha smontato definitivamente il mito del determinismo genetico. Non esiste un unico “gene della vecchiaia”; la longevità è invece il frutto di un’interazione complessa tra il genoma e l’epigenoma, quel “vestito” chimico che riveste i nostri geni e che viene modellato quotidianamente dallo stile di vita, dall’attività fisica e dall’ambiente circostante.

In questa visione, la genetica non rappresenta una condanna o una soluzione definitiva, ma un tassello di una valutazione olistica che deve necessariamente partire dalla singolarità di ogni individuo.

Sul piano cellulare, la discussione è stata approfondita da Carlo Alberto Redi, biologo cellulare, ordinario di Zoologia all’Università di Pavia e Accademico dei Lincei, che ha identificato nella senescenza cellulare il vero motore dei processi di invecchiamento. Comprendere come determinate cellule smettano di replicarsi e inizino a secernere molecole infiammatorie è la chiave per sviluppare interventi mirati che possano, in futuro, agire selettivamente sui tessuti degradati.

Parallelamente, Ennio Tasciotti, direttore del Programma Longevità Umana presso l’IRCCS San Raffaele di Roma, ha focalizzato l’attenzione sui mitocondri, definendo la loro integrità come un requisito centrale per la resilienza tissutale: preservare queste centrali energetiche cellulari è infatti l’unica strategia concreta per distinguere la medicina fondata sull’evidenza dagli approcci di benessere superficiale.

Il ruolo del microbiota, l’esposoma e la medicina rigenerativa

La visione sistemica del convegno ha abbracciato anche il ruolo del microbiota intestinale e della salute cutanea.Lorenza Putignani, direttore dell’Unità Microbiomica presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, ha spiegato come lo studio dell’enterofenotipo permetta di misurare l’impatto degli stress ambientali sulla longevità, mentre Pucci Romano, specialista in Dermatologia e presidente di Skineco, ha ricordato che la pelle è lo specchio dell’esposoma e riflette l’invecchiamento dell’intero organismo.

Infine, lo sguardo si è allargato alla medicina rigenerativa con Massimo Danese, chirurgo vascolare e Presidente SIMCRI, e alla neurologia con Paolo Calabresi, direttore della Neurologia al Policlinico Gemelli di Roma, il quale ha ribadito che, in assenza di cure definitive per le demenze, le leve più efficaci restano la stimolazione cognitiva e sociale unite a corretti regimi alimentari e uno stile di vita attivo.

In sintesi, l’evento ha sancito che la vera medicina della longevità non vende formule magiche, ma costruisce percorsi di salute basati sulla verità scientifica e sulla centralità della persona, anche se esistono dei tratti comuni rinvenibili in tutte le popolazioni centenarie – come ha ricordato Lorenzo Calò, professore ordinario di Cardiologia presso l’Università degli Studi di Roma «Foro Italico», direttore del Centro di Cardiologia del Policlinico Casilino di Roma e ricercatore esperto di longevità: un’alimentazione sana, una vita attiva, un corretto ritmo sonno-veglia, il contatto con la natura, l’evitare la negatività, il silenzio, il gioco e le relazioni sociali.

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