Negli ultimi anni, il concetto di “medicina integrata” ha assunto un ruolo crescente anche nei percorsi oncologici, affiancando i trattamenti convenzionali con approcci complementari volti a migliorare la qualità di vita, la gestione degli effetti collaterali e l’aderenza terapeutica del paziente. Abbiamo incontrato Salvatore Bonanno, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Radioterapia dell’ASP di Siracusa, per approfondire l’esperienza maturata in questo ambito e le prospettive di sviluppo di una radioterapia sempre più attenta alla persona, oltre che alla malattia.

Dr. Bonanno l’integrazione tra medicina convenzionale e medicina complementare in oncologia è un tema sempre più attuale. Qual è la sua esperienza in termini di approccio integrato durante i trattamenti radioterapici?

«Sono convinto che la medicina debba avvalersi anche di strumenti integrati e complementari per perseguire l’obiettivo ultimo del nostro agire e cioè la salute del paziente. Il desiderio di migliorare costantemente i risultati mi ha spinto a studiare metodiche differenti che l’OMS definisce non convenzionali o complementari, purché supportate da una solida documentazione scientifica e validate da esperienze cliniche. Ritengo, infatti, che ampliare il ventaglio delle opzioni terapeutiche sia molto utile, soprattutto quando il paziente affronta trattamenti impegnativi e talvolta debilitanti come sono le cure oncologiche. Un approccio integrato consente, infatti, di alleviare gli effetti collaterali dei protocolli oncologici più gravosi, sostenendo meglio l’organismo e migliorando l’aderenza alle cure».

Quali discipline o metodiche di medicina integrata ritiene più idonee ad affiancare la radioterapia?

«Ce ne sono diverse, quindi nella selezione si richiede una certa attenzione. Esistono, infatti, molte terapie e tecniche: alcune di esse, anche di tradizione millenaria, sono nate in contesti culturali e sociali diversi dal nostro, e si basano su presupposti lontani da quelli della medicina allopatica. Tra le varie opzioni, la fitoterapia è certamente quella a noi più prossima: riscopre l’uso di piante ed erbe medicinali, oggi analizzate secondo criteri scientifici rigorosi. Tuttavia, occorre grande attenzione alle possibili interazioni tra principi attivi vegetali e farmaci oncologici e non. In particolare, quando si parla di fitoterapici isolati, titolati e standardizzati con tecnologie moderne, il clinico deve possedere una conoscenza approfondita del campo per garantirne un uso sicuro ed efficace. In questo senso, la fitoterapia rappresenta una valida opzione per chi desideri avvicinarsi alle terapie complementari con un approccio scientifico.

Un’altra disciplina di grande interesse è l’agopuntura, che grazie alla scuola francese è entrata con forza in Europa traducendo un sistema millenario in una pratica medica comprensibile anche in Occidente. È richiesto, tuttavia, un importante sforzo culturale per integrarne i concetti – meridiani, agopunti, energia Qi – nella nostra visione della salute. Nell’oncologia integrata trovano spazio anche gli oli essenziali, utili per modulare sensazioni ed emozioni e per sostenere il benessere emotivo: si tratta di strumenti basati su micromolecole che richiedono anch’essi un approccio scientificamente fondato. C’è poi l’ampio campo dell’omeopatia, di cui mi occupo da tempo. Questo sistema di cura propone una visione della salute e della malattia diversa da quella insegnata nelle nostre Università, ma che oggi è oggetto di interessanti studi — soprattutto nell’ambito della fisica — che stanno via via disegnando e precisandone i meccanismi d’azione. Parallelamente, la ricerca medica sta costruendo un corpus di evidenze per tradurre le esperienze omeopatiche in un linguaggio compatibile con la medicina convenzionale, favorendo così un dialogo scientifico più maturo e aperto volto a superare diffidenze spesso dettate dalla mancanza di conoscenza».

Quale ruolo hanno le tecniche mente-corpo?

«Sono fondamentali per migliorare la qualità di vita del paziente. Penso, ad esempio, allo shiatsu, che considero utile per ridurre la fatigue, in particolare nelle donne operate di tumore mammario durante le terapie. Analogamente, le ginnastiche mediche di tradizione orientale, come il Tai Chi e il Qigong, risultano molto efficaci, soprattutto se praticate in ambienti naturali, nel verde dei parchi o in riva al mare. Queste discipline aiutano il paziente a concentrarsi sul “qui e ora”, sul percorso terapeutico in corso, alleggerendo il peso del futuro e rafforzando la propria consapevolezza e resilienza interiore».

Può riferire esperienze concrete in tal senso?

«Sì. Collaboriamo con un prezioso gruppo di volontari di associazioni con cui abbiamo organizzato un corso di canoa, “dragon boat”, un’esperienza entusiasmante cui ho partecipato personalmente. Si tratta di una pratica riabilitativa che coinvolge il cingolo scapolare, particolarmente utile per le donne operate al seno, ma è anche un’attività dal forte valore sociale: favorisce l’aggregazione tra persone che condividono la stessa esperienza di malattia, aiutandole a superarla focalizzandosi su un obiettivo concreto e raggiungibile. Se praticata al termine dei trattamenti, come accade spesso, questa attività facilita inoltre il reinserimento sociale, creando reti di relazioni e amicizie che vanno oltre l’esperienza oncologica. Per noi è occasione di confronto anche con professionisti di altri ambiti, dalla nutrizione al benessere psicofisico, nello spirito della multi-professionalità».

Queste esperienze riescono a dialogare con la struttura sanitaria che lei dirige?

«In gran parte si tratta di attività promosse da associazioni di volontariato o da fondazioni, con il contributo diretto di quei professionisti che hanno scelto di mettersi in gioco ponendosi domande, coltivando il dubbio. In Italia, purtroppo, è ancora difficile oggi integrare stabilmente questi percorsi nella sanità pubblica, anche se alcune esperienze si stanno realizzando e consolidando. L’agopuntura, ad esempio, è ormai la pratica maggiormente riconosciuta e inserita nel Servizio Sanitario Nazionale. Ad ogni modo stiamo cercando di integrare le terapie complementari, ad esempio abbiamo proposto l’agopuntura, nei progetti triennali proposti dal ministero della Salute. Tuttavia, permangono criticità: la frammentazione regionale con servizi sanitari a macchia di leopardo, la scarsità di fondi e di personale e la limitata diffusione di queste metodiche sono una realtà. Nonostante ciò, i risultati delle iniziative avviate, anche se su piccola scala, sono molto positivi».

In che termini?

«Anzitutto nella qualità della relazione medico-paziente che viene a crearsi, che diventa più diretta ed empatica. Riusciamo così a entrare nel mondo della persona, a comprenderne i bisogni spesso inespressi e ad accompagnarla nel percorso di cura. L’obiettivo reale è esserci, condividere, costruire insieme soluzioni personalizzate».

Quali altri benefici ha riscontrato nei pazienti sottoposti a percorsi integrati, ad esempio nella gestione degli effetti collaterali della radioterapia come astenia o mucositi?

«Posso citare l’esperienza con pazienti affetti da tumori del distretto testa-collo (ORL). In questi casi è fondamentale un approccio multidisciplinare che coinvolga chirurghi, oncologi, nutrizionisti e riabilitatori sin dalla diagnosi. Ho impostato, per queste pazienti, un supporto basato su integratori, estratti fitoterapici, terapie topiche etc.: questo ha permesso di mantenere gli effetti collaterali entro limiti molto lievi e di preservare una buona igiene locale e generale.

Non significa che non ci siano effetti collaterali, ma questi risultano più tollerabili e, soprattutto, aumenta l’aderenza alle terapie oncologiche — un aspetto cruciale, poiché la sospensione dei trattamenti può comprometterne l’efficacia. Ho riscontrato anche un recupero funzionale più rapido e di migliore qualità, con una significativa ricaduta positiva sulla vita quotidiana dei pazienti. In questi percorsi ho potuto sperimentare metodiche meno invasive, come l’impiego di principi vegetali antinfiammatori in alternativa, almeno temporanea e parziale, ai corticosteroidi o l’uso di agopuntura e omeopatia. Alla base vi è sempre l’apertura mentale a una visione più ampia del processo di cura: un approccio che aiuta il paziente a completare le terapie e, spesso, anche a superare la malattia.
Questa medicina integrata possiede poi un valore aggiunto profondo: nasce dalle persone e per le persone, colmando la distanza classica tra medico e paziente. E in tale contesto abbiamo realizzato esperienze interessanti di ‘medicina narrativa’, costruendo con gli attori principali, percorsi emozionali condivisi anche con gli studenti delle scuole superiori
».

Quanto conta la costruzione di reti di professionisti che condividono questo sguardo più aperto? Quali sono le sfide e le opportunità per consolidare la medicina integrata in oncologia?

«È un elemento essenziale. Con la Fondazione ARTOI, di cui sono referente per la Sicilia, stiamo innanzitutto gettando le basi per una corretta informazione in materia. Uno dei principali ostacoli nei rapporti con i colleghi oncologi è infatti la disinformazione: molti pazienti si affidano al “dottor Google” o acquistano in rete prodotti di dubbia qualità e tutto ciò compromette il dialogo, mantiene barriere. Se da un lato dunque è indispensabile potenziare le evidenze scientifiche, dall’altro dobbiamo far sì che i pazienti si rivolgano a professionisti qualificati, evitando il rischio del fai da te e, a pioggia, quello di essere raggirati. La credibilità delle terapie integrate e complementari si costruisce con serietà, rigore scientifico e collaborazione interdisciplinare».

Quali competenze specifiche ritiene necessarie perché il personale sanitario possa gestire efficacemente un modello di oncologia integrata?

«Le Università mostrano oggi una crescente sensibilità verso la medicina integrata: in diversi Atenei sono stati attivati percorsi, anche se non curricolari, Master e Corsi di perfezionamento soprattutto in agopuntura, fitoterapia e nutrizione. C’è ancora molta strada da fare, ma con il supporto di Fondazioni come ARTOI e attraverso convegni e workshop nazionali e regionali, stiamo consolidando la formazione e la ricerca. Bisogna puntare sulla qualità, presentare esperienze cliniche solide e dati oggettivi per rafforzare la nostra credibilità. Questo vale tanto per la pratica clinica quanto per la formazione.
I risultati si stanno già manifestando in un dialogo sempre più costruttivo con i colleghi.
L’integrazione tra oncologia e approcci complementari non rappresenta un’alternativa, ma un’evoluzione del modello di cura: un paradigma capace di unire rigore scientifico, attenzione globale alla persona e una visione più umana, sostenibile e centrata sulla qualità della vita del paziente oncologico
».

Chi è Salvatore Bonanno
Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Catania, Salvatore Bonanno successivamente ha conseguito la specializzazione in Radioterapia presso l’Università degli Studi di Genova e in Oncologia a Catania.
Dal 2021 ricopre il ruolo di Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Radioterapia della ASP di Siracusa. È impegnato nella comunità collaborando attivamente con la Lega italiana per la lotta contro i tumori, con l’associazione ANGOLO OdV (Associazione Nazionale Guariti O Lungoviventi Oncologici) e con LIONS Club International.
La sua area di expertise include il trattamento delle neoplasie del distretto testa-collo, polmonari, cerebrali, gastrointestinali, mammarie, urologiche, ginecologiche, ematologiche, cutanee e ossee. È referente regionale per la Sicilia della Fondazione ARTOI.

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