A Merano, in Alto Adige, da oltre un decennio, accanto alle terapie convenzionali è stato intrapreso un percorso di integrazione con la medicina complementare. Un progetto che ha attirato l’attenzione non soltanto dei pazienti, ma anche della comunità scientifica, poiché rappresenta uno dei pochi esempi in Italia di applicazione strutturata e documentata della medicina integrata, unendo rigore clinico e attenzione alla persona nella sua globalità. Nell’ospedale cittadino i pazienti hanno la possibilità di accedere a trattamenti che non sostituiscono le cure tradizionali ma le affiancano, con l’obiettivo di migliorarne la tollerabilità, ridurre gli effetti collaterali e sostenere la qualità della vita.

A coordinare il progetto è Giuseppe Cristina, medico con lunga esperienza clinica e istituzionale, oggi responsabile del settore di Medicina Complementare dell’Ospedale “Franz Tappeiner” di Merano. Con lui abbiamo parlato delle origini di questa esperienza, dei risultati già conseguiti e delle prospettive future.

Dall’oncologia classica alla medicina integrata: qual è stato il percorso che l’ha condotta a occuparsi di medicina complementare all’interno dell’ospedale di Merano?

«Sono arrivato a Merano nel 2019, dopo oltre vent’anni di attività presso l’Ospedale di Colleferro, in provincia di Roma. Lì ho avuto modo di occuparmi di oncologia accademica e di cure palliative, ricoprendo vari incarichi istituzionali all’interno della sanità pubblica. Con il tempo, l’esperienza clinica mi ha portato a riflettere su un aspetto: l’oncologia classica, pur essendo imprescindibile e fondamentale, non riesce da sola a rispondere a tutte le domande e ai bisogni che questa tipologia di pazienti pone al clinico. Molti malati oncologici convivono, infatti, con sintomi persistenti, effetti collaterali rilevanti o problematiche psicologiche che le terapie standard non sempre riescono a gestire efficacemente. Da qui è nata la mia ricerca di percorsi integrativi, una ricerca che continua tuttora. Così, quando si è presentata la possibilità di assumere la responsabilità del settore di Medicina Complementare a Merano, già attivo come progetto di integrazione da diversi anni, ho colto l’occasione di “cambiare squadra” pur restando nell’ambito oncologico».

Una scelta che è stata anche una sfida personale

«Indubbiamente. La medicina integrata implica un approccio diverso, richiede di conciliare evidenze scientifiche, tradizioni terapeutiche e un ascolto profondo della persona. Inoltre, Merano è un territorio particolare: una terra di confine che risente molto della cultura austriaca-tedesca, storicamente più attenta alla medicina complementare. Per me è stato uno stimolo forte, sia professionale che umano e con il tempo si è rivelata un’esperienza gratificante a più livelli».

Dall’idea al progetto istituzionale: quali sono stati i passaggi organizzativi che hanno reso possibile l’integrazione delle terapie complementari nell’ospedale?

«Tutto è iniziato con un’indagine condotta sul territorio, che aveva evidenziato un interesse significativo da parte della popolazione verso le cure complementari, soprattutto come supporto ai trattamenti oncologici. Sulla scorta di questi dati, la Provincia di Bolzano propose nel 2009 come progetto pilota l’apertura in via sperimentale del Servizio di Medicina Complementare nell’Ospedale di Merano. Dopo i primi anni, valutati positivamente, nel 2012 giunge la delibera provinciale che istituzionalizza il servizio all’interno della sanità pubblica. Da allora il modello si è evoluto, fino a divenire un punto di riferimento stabile e riconosciuto. Non è stato un percorso semplice né immediato: l’integrazione ha richiesto tempo, risorse e soprattutto il superamento di diffidenze, tanto culturali quanto professionali. Oggi, però, possiamo affermare che il servizio è pienamente inserito nel sistema sanitario locale».

Quali sono le principali metodiche praticate a Merano e con quali risorse professionali?

«Il reparto che dirigo si avvale di 5 medici e di 5 infermieri. Le metodiche terapeutiche attualmente praticate comprendono l’agopuntura (somatica, auricoloterapia, laser needle), la fitoterapia, le infusioni di micronutrienti (vitamine, minerali, aminoacidi, acidi grassi). Nel reparto è disponibile un’apparecchiatura dedicata all’ipertermia oncologica profonda. Tale trattamento è l’unico con azione diretta sul tumore tra quelli offerti; tutte le altre metodologie disponibili hanno un ruolo di sostegno e complementare alle terapie oncologiche. A livello infermieristico i pazienti possono usufruire di interventi di supporto orientati al benessere globale, in un’ottica di assistenza integrata, con l’impiego di oli essenziali o di tecniche manuali come la riflessologia plantare. Per alcuni anni è stata attiva anche la componente omeopatica, oggi non più disponibile per ragioni legate agli avvicendamenti del personale. Tuttavia, il reparto mantiene una flessibilità che consente di adattare l’offerta terapeutica alle competenze presenti e ai bisogni emergenti dei pazienti, e oggi questa terapia viene applicata in relazione alle conoscenze dei singoli medici che operano in reparto».

In quali aree cliniche trova applicazione la medicina complementare?

«L’indicazione principale, la nostra mission così come è stata definita anche a livello normativo negli atti approvati a livello provinciale, riguarda il paziente oncologico, con il suo ampio ventaglio di problemi e di esigenze, dalle complicanze delle terapie al dolore cronico. In quota minore accogliamo pazienti con patologie croniche e degenerative, fornendo assistenza e supporto a soggetti con problematiche complesse come la sclerosi multipla o la fibromialgia che, non trovando sollievo o risposte efficaci nei trattamenti standard, si rivolgono alla medicina integrata. Non va dimenticata l’area, importante, del dolore cronico nelle sue diverse manifestazioni».

Quanti pazienti vengono trattati ogni anno?

«Le prestazioni dispensate agli utenti che accedono al servizio di Medicina Complementare superano le migliaia per anno. La popolazione dei pazienti assistita è composta per circa il 90% da persone con malattie oncologiche e il restante 10% da patologie cronico-degenerative».

Sono stati pubblicati lavori scientifici che documentano l’efficacia dell’esperienza clinica condotta in reparto?

«Sì. Il primo studio risale al 2015 e riguardava donne con tumore mammario: il confronto tra un gruppo di pazienti trattato esclusivamente con le terapie standard con un altro che riceveva anche trattamenti complementari personalizzati e multicomponente, ha dimostrato che l’integrazione migliorava in modo significativo la qualità della vita, in particolare riducendo la fatigue, un effetto collaterale che ricorre costantemente durante le terapie oncologiche. Lo studio citato è interessante in quanto fotografa l’attività clinica effettuata in quel periodo, i servizi offerti in reparto e i risultati concretamente conseguiti con le terapie complementari. Successivamente abbiamo partecipato a uno studio multicentrico sugli effetti dell’agopuntura nella disfagia acuta in pazienti sottoposti a radio-chemioterapia per HNSCC, in collaborazione con Dipartimento di Scienze Biomediche Sperimentali e Cliniche “Mario Serio” dell’Università degli Studi di Firenze».  

Quali altri studi avete in corso?

«Attualmente sono in corso altri due progetti. Uno è lo studio VISSIA (Valutazione della qualItà di vita in Pazienti con toSsicità cutanea da trattamenti antiblastici. Studio randomizzato controllato di un protocollo dermocosmetIco specifico verso trattamento stAndard), con la collaborazione di tre enti SABES Azienda Sanitaria Alto Adige, Krebshilfe Assistenza Tumori Alto Adige, APEO Associazione Professionale di Estetica Oncologica, si propone di definire un trattamento dermatologico specifico come approccio proattivo per promuovere la qualità di vita e la continuità dei trattamenti antiblastici. Il reclutamento è giunto al 50% e contiamo di completarlo entro il 2025 per poi elaborare e valutare i dati ottenuti.

L’altro è una ricerca sull’emesi ritardata indotta da chemioterapia, un problema poco indagato rispetto all’emesi acuta. Qui il nostro approccio prevede l’impiego della fitoterapia e dell’aromaterapia. La gestione della malattia neoplastica, come e più di altre patologie, richiede un’assistenza completa della persona considerata nella sua interezza. Radio, chemio, immunoterapia, insieme alle più recenti terapie farmacologiche, sono necessarie e fondamentali per ottenere il miglior risultato clinico possibile. A fronte del miglioramento dei tassi di sopravvivenza e guarigione ottenuto negli ultimi anni, la qualità della vita acquisisce un valore centrale per il paziente e il clinico, soprattutto per terapie che si protraggono nel tempo. Il paziente con una migliore qualità di vita è infatti in grado di portare a termine le sue terapie senza interruzioni, si sente meglio ed è psicologicamente più stabile. Questo risultato si può raggiungere attraverso una efficace comunicazione medico-paziente, all’utilizzo contemporaneo di terapie innovative e comprovate terapie complementari di supporto».

Entrando nel merito dei rapporti con la medicina convenzionale, come si è sviluppata la collaborazione con gli oncologi e i medici di altre specialità?

«All’inizio non sono mancate diffidenza e opposizione. Con il tempo, però, gli esiti positivi ottenuti nei pazienti sono risultati evidenti. Gli studi multicentrici hanno avuto un ruolo decisivo in questo percorso di riconoscimento e avvicinamento: così i radioterapisti hanno iniziato a inviare pazienti con regolarità al reparto dopo aver constatato direttamente gli effetti dell’agopuntura sulla xerostomia. In questo modo le terapie complementari sono passate da “oggetto di sospetto” a risorsa ordinaria».

Sono già stati definiti protocolli condivisi?

«Non ancora, anche se esperienze come quella della Toscana, dove sono stati approvati specifici PDTA di oncologia integrata, stanno aprendo la strada. Resta comunque chiaro che l’integrazione rappresenta un supporto importante per l’oncologo, che può affidare i propri pazienti a professionisti esperti e alleggerire così anche una parte del suo carico assistenziale».

Guardando al futuro, quali prospettive vede per la medicina integrata a Merano e in Italia?

«A livello locale continueremo lungo la strada intrapresa, insistendo soprattutto sulla ricerca, poiché senza dati scientifici è difficile pensare di consolidare un modello. Il percorso avviato a Merano dimostra che la medicina integrata, se condotta con metodo e rigore, è in grado di portare benefici reali ai pazienti e di arricchire l’offerta sanitaria pubblica. Non si tratta di proporre “alternative”, ma di offrire un approccio terapeutico omnicomprensivo basato sulla persona, questo è lo spirito con cui lavoriamo ogni giorno. La nostra società sta cambiando e si prospetta, con l’aumento dell’età media, anche un incremento dell’incidenza dei tumori. Parallelamente migliora l’efficacia delle terapie oncologiche e se un tempo la sopravvivenza si misurava in mesi, oggi si parla di anni. Aumenta così il numero di persone guarite e di long survivors insieme a nuove esigenze e bisogni clinici. Pensiamo alle artralgie croniche da inibitori dell’aromatasi o all’osteoporosi nei pazienti in terapia ormonale o ancora alle complicanze cardiologiche nei malati che hanno assunto antracicline. C’è dunque un ventaglio di situazioni in cui l’oncologia integrata rappresenta un intervento importante che sarebbe sbagliato non utilizzare. Si tratta di uno spazio non ancora del tutto coperto che non è affatto vuoto».

Chi è Giuseppe Cristina

Laureatosi in Medicina e Chirurgia all’Università “La Sapienza” di Roma, Giuseppe Cristina ha conseguito la specializzazione in Endocrinologia, approfondendo in particolare disturbi del metabolismo e le complicanze legate al diabete. Parallelamente ha maturato un interesse crescente per l’oncologia, campo nel quale ha arricchito la propria formazione con corsi e soggiorni di studio negli Stati Uniti, presso centri di eccellenza in Texas, Florida e New York.Rientrato in Italia, ha intrapreso un lungo percorso professionale presso l’Ospedale di Colleferro (ASL Roma 5), dove è stato responsabile del Servizio di cure palliative, viceprimario e per un periodo, direttore dell’Unità operativa di Oncologia. Negli ultimi anni è stato responsabile del Day hospital medico e dell’Ambulatorio di Endocrinologia Oncologica dello stesso ospedale, consolidando una visione integrata della medicina che unisce approccio specialistico e presa in carico globale del paziente.Dal 2019 ha portato questa esperienza a Merano, dove coordina il settore di Medicina Complementare, con l’obiettivo di perfezionare l’integrazione nel setting ospedaliero tra le terapie oncologiche convenzionali e i trattamenti integrati basati sulle evidenze scientifiche, per una cura più completa e centrata sulla persona.

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