Un tasso in crescita del 38% rispetto al 2003, con un picco tra i giovani adulti: sono i numeri dell’obesità, una condizione che interessa oltre 6 milioni di persone con 23,3 milioni di italiani con problemi alimentari legati a sovrappeso o obesità, secondo l’Italian Barometer Obesity Report 2025, dell’IBDO (Italian Barometer Diabetes Observatory) Foundation redatto in collaborazione con Istat e altri partner scientifici.

Oggi, 4 marzo, ricorre la Giornata Mondiale dell’obesità. La condizione è riconosciuta patologia cronica, progressiva e recidivante, inclusa nei LEA (Livelli essenziali di Assistenza) dal 1° ottobre 2025 con l’intento di facilitare l’accesso alle cure. Tuttavia l’eccesso ponderale, nelle sue forme, si accompagna anche ad altre importanti implicazioni che meritano un approccio integrato. Recenti studi inoltre attestano un ruolo cruciale di nuovi fattori incidenti: il microbiota intestinale e l’inquinamento, tra questi.

Una complementarietà di fattori

Non una ma molteplici cause, in sinergia, competono e concorrono allo sviluppo dell’obesità: la responsabilità individuale quali inattività fisica, e cattiva alimentazione ad esempio, con un calo dei consumi regolare di frutta e verdura passato dal 94% del 1994 a circa il 78% nel 2024, e fattori ambientali tra cui l’inquinamento.

L’obesità è non è una patologia “isolata”, ma è associata allo sviluppo di oltre 250 patologie, tra cui diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e tumori, responsabile di circa 57.000 morti l’anno in Italia. Il VII Italian Barometer Obesity Forum ha sottolineato la necessità di una gestione sistemica e multidisciplinare per contrastare questa “pandemia silenziosa”, in aumento soprattutto tra i giovani adulti e le donne. L’analisi per generazione dell’Istat rileva una percentuale di eccesso di peso all’età di 20-24 anni molto più alta tra i nati nei primi anni 2000 (21,6%) rispetto ai nati negli anni ’60 (13,4%) e un incremento ancora più evidente tra le donne della stessa fascia di età nelle quali ’eccesso di peso riguarda il 17,4% per le nate tra il 2000 e il 2004 contro il 9,0% per coloro nate tra il 1960 e il 1964.

Sonno e obesità: una relazione bidimensionale

Nuove evidenze attestano una stretta relazione fra disturbi del sonno e obesità. Una condizione esacerba l’altra in una complessa interazione di meccanismi comportamentali, fisiologici e ormonali con forti implicazioni per la salute individuale e pubblica.

La privazione e la scarsa qualità del sonno contribuiscono, infatti, allo squilibrio energetico tramite la disregolazione degli ormoni dell’appetito, come leptina e grelina, l’aumento dell’apporto calorico e la riduzione dell’attività fisica. Inoltre, disturbi del sonno come la sindrome delle apnee notturne ostruttive (OSAS), l’insonnia e la sindrome delle gambe senza riposo (RLS) sono molto più comuni fra le persone con obesità.

Relazioni in cui giocano un ruolo importante l’infiammazione, la disregolazione autonomica, ovvero il malfunzionamento del sistema nervoso autonomo che regola le funzioni involontarie (pressione, battito, digestione), e le vie neuroendocrine.

La perdita di sonno potenzia altresì le componenti della sindrome metabolica, tra cui la resistenza all’insulina e la dislipidemia, perpetuando ulteriormente l’aumento di peso. Allo stesso modo, i disturbi del sonno indotti dall’obesità portano a stati pro-infiammatori, disfunzione vascolare e iperattivazione simpatica, aggravando i rischi cardiometabolici. È quanto emerge da una revisione sistematica di ricercatori italiani, su Nutrition, Metabolism & Cardiovascular Disease, sottolineando il legame bidirezionale tra obesità e disturbi del sonno e necessità di integrare la valutazione e la gestione del sonno nelle strategie di trattamento dell’obesità.

Affrontare questa relazione potrebbe contribuire a mitigare la progressione delle comorbilità cardiometaboliche e a migliorare gli esiti di salute generale. Non vanno neppure trascurate le dinamiche interconnesse tra obesità, disturbi del sonno e salute mentale, mediate da percorsi infiammatori, disregolazione ormonale e fattori neurocomportamentali, che attestano, ancora una volta la necessità di una presa in carico integrata con approcci terapeutici che mirino alle dimensioni fisiche, psicologiche e del sonno per migliorare la salute e la qualità della vita della persona con obesità.

Il ruolo del microbiota intestinale

Uno studio indiano, su Gut Microbes, ha analizzato i dati di sequenziamento del metagenoma del microbiota intestinale per valutare e comprendere la relazione ospite-microbiota intestinale obeso. Sono stati utilizzati 3329 campioni, di cui 1494 da soggetti obesi e 1835 controlli, provenienti da 17 paesi diversi, inclusi dati sul sequenziamento del gene 16S rRNA, tecnica metagenomica che consente di studiare la composizione del microbiota intestinale e la sua relazione con l’obesità, e sulla sequenza metagenomica.

In particolare, i dati metagenomici fecali provenienti da diverse aree geografiche sono stati curati, profilati e aggregati utilizzando un approccio basato sull’apprendimento automatico per identificare firme globali affidabili riferibili all’obesità.

Mentre le specie e i percorsi microbici intestinali sono stati sistematicamente integrati attraverso il contenuto genomico delle specie per identificare i fattori che contribuiscono ai cambiamenti funzionali associati all’obesità. È stata valutata la struttura della comunità del microbioma intestinale degli obesi, osservando una deplezione riproducibile della diversità nei soggetti obesi rispetto all’intestino magro. Le evidenze emerse fanno ipotizzare che la perdita di diversità nell’intestino degli obesi sia responsabile di perturbazioni nel repertorio funzionale microbico sano; nello specifico sono state identificate 25 specie altamente predittive e 37 associazioni di pathway come firme dell’obesità, convalidate con un’accuratezza notevolmente elevata (AUC, Specie: 0,85 e pathway: 0,80) con un set di dati di convalida indipendente.

È stato così possibile osservare una riduzione dei produttori di acidi grassi a catena corta (SCFA), ad esempio di diverse specie di Alistipes, Odoribacter splanchnicus, e una deplezione dei promotori dell’integrità della barriera intestinale tra cui Akkermansia muciniphila e Bifidobacterium longum, negli intestini delle pesone con obesità. I dati portano pertanto a ritenere che la biosintesi degli SCFA e delle purine/pirimidine, i percorsi del metabolismo dei carboidrati siano tipici dei soggetti appartenenti al gruppo controllo a fronte dell’arricchimento dei percorsi di biosintesi di aminoacidi, cofattori enzimatici e peptidoglicani degli individui obesi.

Mappando, infine, i fattori che contribuiscono a importanti cambiamenti funzionali associati all’obesità, i ricercatori hanno osservato che questi sono sia specifici del dataset sia condivisi tra i dataset. In sintesi, un’analisi completa di diversi dataset rivela le specie che contribuiscono specificamente ai cambiamenti funzionali e ai modelli microbici intestinali coerenti associati all’obesità.

La compartecipazione dell’inquinamento

La letteratura circa l’associazione tra inquinamento, stress e obesità è limitata e non è ancora disponibile una sintesi delle conoscenze sulle associazioni tra questi tre fattori. Una revisione sistematica dei database MEDLINE, Embase e Web of Science Core Collection è stata condotta, in modo indipendente da diversi revisori, per identificare studi che trattassero gli effetti di composti organici semi-volatili, pesticidi, conservanti e metalli pesanti sulla risposta allo stress psicosociale e sull’adiposità in esseri umani, animali e cellule.

Una serie di evidenze mostra un’associazione positiva tra inquinamento, stress e obesità, con una relazione di interdipendenza: l’inquinamento stimola l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene attivando la segnalazione del recettore dei glucocorticoidi e i fattori trascrizionali responsabili della differenziazione degli adipociti, dell’iperfagia e dell’obesità.

Inoltre, è emerso che gli interferenti endocrini alterano anche la via del recettore gamma attivato dal proliferatore perossisomiale, ovvero una classe di composti chimici, inclusi vari farmaci e sostanze endogene, come gli acidi grassi, che attivano i recettori nucleari PPARs (Peroxisome Proliferator-Activated Receptors), coinvolti nella regolazione dell’espressione di geni implicati nel metabolismo di lipidi, glucosio, nell’infiammazione e nella biogenesi dei perossisomi.

Una dinamica che promuove l’iperplasia e l’ipertrofia degli adipociti, alimentando l’obesità, seppure su queste associazioni possano agire in maniera indipendete e differente, sesso, età e tipo di inquinante. A fattor comune resta l’ipotesi che l’inquinamento promuove lo stress, portando all’obesità.

Fonti
Figorilli M, Velluzzi F, Redolfi S. Obesity and sleep disorders: A bidirectional relationship. Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases, 2025, 35, 104014. Doi: https://doi.org/10.1016/j.numecd.2025.104014

Chanda D, De D. Meta-analysis reveals obesity associated gut microbial alteration patterns and reproducible contributors of functional shift. Gut Microbes, 2024, 16(1):2304900. Doi: 10.1080/19490976.2024.2304900

El Kouche S, Halvick S, Morel C et al. Pollution, stress response, and obesity: A systematic review. Obesity Reviews, 2025, 26(5):e13895. Doi: 10.1111/obr.13895

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