È stata trattata con psilocibina, presso la clinica psichiatrica dell’ospedale “Santissima Annunziata” di Chieti la prima paziente, una donna di 63 anni, affetta da depressione maggiore resistente ai farmaci.

Lo studio, sperimentale, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, finanziato con fondi PNRR , è stato avviato a seguito dell’autorizzazione di AIFA sulla base di evidenze di efficacia della psilocibina emerse da studi clinici condotti negli Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera e Australia.

Studi che hanno evidenziato la potenzialità di una o due somministrazioni della sostanza di esercitare effetti antidepressivi rapidi e duraturi, con miglioramenti clinici significativi persistenti fino a sei mesi in pazienti che presentano depressione refrattaria alle terapie convenzionali.

Lo studio

Sono tre i centri clinici partecipanti: l’Ospedale di Chieti, la ASL Roma 5 e il Policlinico Riuniti di Foggia. I centri sono già coinvolti in fase preclinica, in cui saranno arruolati i 68 pazienti con diagnosi di depressione resistente previsti dallo studio e avviati a ricevere, random, una terapia con psilocibina o un trattamento di neuromodulazione accelerata (rTMS).

Obiettivo dello studio è confrontare i due approcci, già noti per gli effetti antidepressivi, valutarne la (migliore) efficacia, l’eventuale superiorità dell’uso rispetto all’altro e definire trattamenti su misura per ciascun paziente partecipante e eventualmente futuro. Ciò grazie a tecniche di neuroimaging ed elettroencefalografia (EEG) che forniranno dati sull’attività cerebrale prima e a 60 giorni dal trattamento, utili a capire quali network cerebrali vengono modulati dalla psilocibina e quali altri dalla rTMS.

L’ipotesi infatti è che i due trattamenti agiscano su circuiti differenti. Ulteriore obiettivo dello studio è deprivare la psilocibina dell’effetto psichedelico e rendere tale terapia applicabile nella pratica clinica su larga scala. I ricercatori sono altresì convinti che l’esperienza psichedelica non sia l’elemento “sine qua non” per produrre l’effetto terapeutico: ipotesi che verrà testata in fase preclinica somministrando ai pazienti la psilocibina in associazione alla ketanserina, un farmaco anch’esso in grado di inibire i recettori della serotonina che mediano l’effetto psichedelico della psilocibina. Se l’ipotesi trovasse conferma sarà possibile mantenere l’azione terapeutica riducendo o eliminando l’effetto allucinogeno.

Estratta da alcune specie di funghi, la psilocibina ha proprietà allucinogene. Una volta assunta viene trasformata nell’organismo in psilocina che agisce su recettori della serotonina, modulando l’attività delle reti cerebrali coinvolte nell’umore, nella percezione e nel pensiero. Gli effetti benefici della sostanza sulla sintomatologia depressiva sono ormai noti. La depressione e i disturbi dell’umore, come l’ansia, non sono gli unici quadri clinici in cui la psilocibina è impiegata, vari studi sono stati condotti nel corso degli ultimi anni nel trattamento di dipendenze, Alzheimer, dolore cronico e altre condizioni psichiatriche e neurodegenerative.

I dati sulla prima paziente trattata

La donna ha assunto la terapia con psilocibina come da protocollo senza che successivamente si siano manifestate particolari criticità cliniche.

Lo studio, in doppio cieco, prevede una seconda somministrazione dello stesso trattamento farmacologico a distanza di tre settimane, seguita da un attento follow-up clinico per valutare l’evoluzione dei sintomi depressivi nel tempo.

Particolarità dello studio è l’integrazione con la stimolazione magnetica transcranica (Tms), una tecnica di stimolazione cerebrale non invasiva, cui sono sottoposti tutti i pazienti arruolati; coloro candidati al placebo farmacologico una Tms attiva e coloro in trattamento con psilocibina una stimolazione magnetica sham (placebo). Così facendo, entrambi i gruppi hanno accesso a un intervento potenzialmente efficace, garantendo al contempo l’equilibrio etico e metodologico della ricerca. Gli esperti sottolineano che il trattamento, in caso di outcome positivi, rappresenterà un passaggio epocale per la ricerca clinica italiana nel campo delle neuroscienze e della psichiatria, aprendo nuove prospettive per lo studio di approcci terapeutici innovativi nei disturbi dell’umore.

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