Quale futuro per l’insegnamento delle medicine complementari?

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Couple using a digital tabletQualche mese fa il British Medical Journal ha aperto un dibattito, con tanto di sondaggio e voto online, sull’opportunità o meno di insegnare agli studenti di medicina e scienze sanitarie del Regno Unito elementi di medicina complementare (MC) nel corso della preparazione universitaria. In sostanza si è chiesto se fosse il caso di fornire ai futuri medici e personale sanitario elementi per discutere con competenza le scelte dei pazienti che decidono di curarsi con le MC, introducendo nei corsi di laurea l’insegnamento dei principi di base delle MC più diffuse; oppure se questo tipo di studio non sia opportuno perché si corre il rischio di “indottrinare” gli studenti nonostante si tratti di una proposta che non riguarda in alcun modo l’insegnamento della pratica delle MC. Per la cronaca questa ultima opzione è risultata, seppur di poco, vincente (53% vs 47%). Va rilevato che in precedenza un’indagine svolta presso tutte le 31 università mediche della Gran Bretagna, (Smith KR e coll. BMJ Open 2011), che ha avuto un tasso di risposta del 58,1%, mostrava che tutti gli insegnamenti medici universitari praticati in quel paese includevano elementi di MC. Naturalmente le modalità dell’insegnamento, così come i contenuti e in particolare le discipline non convenzionali descritte nei corsi offerti agli studenti erano molto diverse da una università all’altra, e quindi anche la visione dell’appropriatezza o meno dell’uso delle MC nelle varie patologie era estremamente variabile. Ne parliamo in questa sede per rilevare come la realtà italiana sia alquanto diversa. Sono pochissime le università che nel nostro Paese offrono corsi di laurea in medicina con lezioni sulle discipline complementari, mentre sono cresciuti negli ultimi anni i corsi di perfezionamento e master di I e II livello sull’argomento. La fitoterapia, ad esempio, è parte integrante dei corsi di Farmacia, ma complessivamente possiamo dire che in Italia, così come purtroppo avviene nella maggioranza dei paesi europei, a livello di Facoltà di medicina lo studente non può accedere ad alcuna informazione istituzionale che riguardi le MC. La conoscenza degli elementi di base, quando esiste questa curiosità o interesse specifico, avviene pertanto in un circuito parallelo, sostenuto e mantenuto nel tempo, nonostante grandi difficolta di ordine economico e organizzativo dalle associazioni e società scientifiche di settore, con la collaborazione di tanti professionisti volonterosi. Perché ne vogliamo parlare in questo momento? Il fatto è che sono sempre più frequenti i segnali che giungono da diverse parti che descrivono come un fenomeno in costante crescita la disaffezione degli studenti verso i corsi base di MC, un fenomeno che riguarda in particolare l’omeopatia, ma in parte anche l’agopuntura e le altre discipline, che interessa non solo la realtà italiana ma anche quella europea e internazionale, che coinvolge in primo luogo i medici ma anche gli operatori delle discipline del benessere. Gli studenti che frequentano i corsi triennali, ma anche i master universitari, sono pochi, sempre più spesso interrompono il corso prima di giungere al termine dei 3 anni previsti o una volta diplomati non si mettono nell’ottica di diventare praticanti della disciplina di cui sono, faticosamente, diventati esperti. Il calo degli studenti è dovuto a fattori quali la scarsa conoscenza delle MC, che non sono presenti nel corso di laurea e la mancanza fino a pochi mesi fa di un riconoscimento ufficiale del titolo ottenuto, quindi della difficoltà di attribuire crediti formativi ai corsi di MC, ecc. Per fortuna, come abbiamo avuto modo di dire nel numero di ottobre di Medicina Naturale, ora esiste un riconoscimento che sarà attuato attraverso l’applicazione dell’Accordo Stato-Regioni ormai in fase di attuazione. Ma le considerazioni che si possono fare sono anche altre. Esiste sicuramente un fenomeno culturale che fa sì che il linguaggio della medicina moderna, ipertecnologica, mal si sposi con i principi antichi e anche le metodiche con cui si trasmettono gli insegnamenti complementari. Un altro fattore da considerare è che il processo di integrazione delle MC nelle istituzioni ha nel tempo ridotto, se non abolito, il carattere “alternativo” ovvero trasgressivo di queste pratiche, che tanto aveva affascinato una intera generazione di giovani medici 2 o 3 decadi fa. La scarsa presenza, o più spesso una vera e propria assenza, di giovani leve nei corsi di formazione di MC rimane comunque a mio parere l’elemento di maggiore criticità per il futuro di queste discipline e ottenere la possibilità di illustrare agli studenti di medicina e chirurgia, odontoiatria, veterinaria e farmacia, ma anche delle altre lauree sanitarie, i principi di base e le prove di efficacia di queste discipline costituisce un elemento fondamentale di crescita. Sapranno capaci le università italiane di cogliere questa grande opportunità di integrazione di saperi? Ai posteri l’ardua sentenza.

Elio Rossi

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