Dare voce alla malattia, sensibilizzare la classe medica e il territorio alla gestione del dolore cronico; promuovere una informazione corretta e accreditata; generare dati sui bisogni attuali dei pazienti a 16 anni dalla Legge 38; trasformare i bisogni in azioni, concrete, fattive ed efficaci; sostenere la formazione delle nuove generazioni, a partire dai corsi universitari; fare rete sul territorio, fra le diverse professionali, in ottica di integrazione, multidisciplinare e multimodale, e di presa in carico olistica della persona. Offrire le medesime opportunità di cure e l’equo accesso alle stesse e ai servizi a livello nazionale; promuovere la sinergia fra le diverse infrastrutture; definire percorsi, almeno “basici” e di “prima linea” per l’intercettazione precoce del paziente con dolore e la tempestiva presa in carico dello specialista algologo.

Sono le richieste e le necessità emergenti di una patologia – il dolore cronico – ancora insoddisfatti o solo parzialmente realizzati. A incidere sui mancati “obiettivi” raggiunti, l’“invisibilità” del dolore, il non riconoscimento o la sottovalutazione talvolta anche da parte di medici e specialisti, sia esso dolore cronico oncologico e non oncologico.

È quanto emerso dall’incontro “Strategie d’azione per il dolore cronico”, promosso dalla Fondazione Nora e Alberto Gentili (Milano, 30 marzo 2026), accompagnato da una survey – un’indagine demoscopica condotta da SWG – che ha fornito uno scenario completo del fenomeno dolore: le criticità irrisolte sono oggi punto di partenza per la messa a terra di una “roadmap” di progettualità, potenzialmente realizzabili con la compartecipazione attiva fra istituzioni, clinici di diversa expertise, società scientifiche, fondazioni e pazienti.

Il “punto” di partenza

Serve una generale rilettura del fenomeno dolore cronico e una presa in carico, nuova, impegnata, sinergica, integrata in grado di ridare dignità a questa patologia poco considerata e riconosciuta nonostante i numeri importanti. Infatti, il dolore cronico incide e irrompe nella vita di 10 milioni di italiani, secondo i dati l’Istituto Superiore di Sanità, compromettendo la qualità della quotidianità: limitazioni nello studio, nell’attività professionale, nella gestione del tempo libero e ricreativo, nelle relazioni sociali, nel sonno.

Complici diversi fattori: la scarsa conoscenza della Legge 38 e dei diritti correlati (40%) come anche della differenza fra terapie del dolore e cure palliative, la difficoltà di accesso alle cure (1 paziente su 2) o alle informazioni su farmaci, esenzioni e strutture di riferimento (37%), la mancata attenzione ai reali bisogni della persona e della malattia (70%) anche da parte della classe medica, l’assenza di una prescrizione terapeutica mirata alla gestione e controllo del dolore (28%), sebbene mediamente il paziente percepisca una intensità della sintomatologia dolorosa pari a 6,3 su una scala da 0 a 10.

Sono i dati emersi dalla survey su 492 pazienti affetti da dolore cronico, distribuiti su tutto il territorio nazionale, condotta tra ottobre e novembre 2025 su cui riflettere, rileggere e ridisegnare la gestione della problematica.

I “pilastri

Nella globalità di una visione nuova, integrata e multidisciplinare del dolore cronico, serve una alleanza territoriale che veda compartecipi il Medico di Medicina Generale, prima sentinella per l’intercettazione del paziente con dolore e la somministrazione di una prima terapia di approccio, lo specialista – dal terapista del dolore, all’oncologo, al reumatologo, all’algologo – per la definizione delle opportunità terapeutiche, come soluzioni conservative, semi-invasive o invasive, il farmacista per il monitoraggio dell’aderenza terapeutica e il counselling per al corretta assunzione o l’indicazione di una terapia di primo intervento, precedente alla prescrizione specialistica, per evitare l’evoluzione del dolore verso la cronicità -. La rilettura e sensibilizzazione al dolore cronico deve “prendersi in carico” e in cura di 5 pilastri, i principali che disegnano i bisogni dei pazienti e dell’(in)formazione:

  1. Tutela legislativa: diffondere conoscenza della Legge 38, agire affinché le norme vigenti agevolino e non ostacolino l’accesso alle cure, supportando il paziente senza criminalizzarlo se è in terapia con oppioidi e cannabinoidi. Ne è un esempio l’ultimo decreto sul Codice della strada in vigore dal 14 dicembre 2024, con aggiornamenti al 2026, che inasprisce le pene per chi è alla guida dopo aver assunto stupefacenti, eliminando la necessità di provare lo “stato di alterazione psico-fisica”. Una disposizione che indice sulla dignità della persona con dolore cronico e impatta ulteriormente sulla qualità della vita, imponendo una scelta fra il curarsi o mantenere la patente di guida. «Il paziente con dolore cronico in terapia con stupefacenti viene considerato alla stregua di un tossicodipendente, un problema già esistente ancora prima del Codice della Strada. Occorre distinguere il paziente dall’abusatore secondo criteri scientifici, che ci sono. Infatti, l’impatto prodotto sul sistema nervoso centrale (SNC), indotto da sostanze stupefacenti assunte a scopo ludico – spiega Diego Fornasari, Presidente di AISD (Associazione Italiana per lo Studio del Dolore) – è sensibilmente differente da quello di sostanze assunte in maniera costante e a un dosaggio controllato del paziente in terapia che consente l’adattamento graduale alla nuova situazione del SNC. Ciò significa che le sostanze agiscono in maniera sensibilmente differente con prove diverse anche alla guida. Alla base è necessaria la corretta formazione che deve estendersi anche alle Forze dell’Ordine, ai medici legali e alle figure che incontrano il paziente con dolore cronico . Sulla faccenda si parla da tempo e si potrebbero dare anche risposte concrete in tempi rapidi». Al riguardo è stato istituito anche un Tavolo di Esperti per rispondere al nuovo Decreto Sicurezza. Ma è solo una sfaccettatura del problema, in cui la (dis)informazione resta un aspetto cruciale e dominate: «Il dato che 28% di pazienti con dolore non abbia una terapia specifica fa riflettere sulla capacità di informare sul diritto alla cura e sulla possibilità di accedere a centri specializzati – prosegue Fornasari – inoltre la Legge 38, inoltre, è sconosciuta ancora in troppi casi, anche tra chi soffre di dolore cronico».
  2. Formazione: è necessario, per superare l’incertezza clinica e colmare eventuali lacune scientifiche, che i nuovi medici siano (in)formati sul dolore e dolore cronico, con percorsi accademici e master, che sia rafforzata la preparazione della classe medica, compreso dei farmacisti, sull’uso di terapie avanzate, attraverso una formazione obbligatoria e continuata.
  3. Integrazione professionale: nessun malato deve (più) ritrovarsi senza alcuna cura. È prioritaria la costruzione di una rete coordinata, che veda collaborare medico di base, specialista di patologia e terapista del dolore. «Devono essere parte del percorso integrato al paziente con dolore anche lo psicologo, lo psico-oncologo, il nutrizionista ed altre figure professionali – dichiara Grazia Armento, oncologa, palliativista e ricercatrice presso il Centro di Cure Palliative e Terapia del Dolore dell’Istituto Europeo di oncologia di Milano – così come deve mutare l’attenzione al dolore anche da parte dell’oncologo che spesso punta a curare e trattare il tumore, trascurando la componente dolore che spesso impatta sulla persona più della malattia oncologia stessa». Lo sottolinea anche Pierangelo Lora Aprile, Segretario Scientifico SIMG (Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie), esperto in medicina del dolore: «Non è accettabile che il 44% dei nostri pazienti abbia la percezione che il dolore sia un aspetto secondario, al quale diamo poca attenzione. SIMG è da 40 anni in prima linea per diffondere l’appropriatezza nel prendersi cura delle persone con dolore e ha promosso la Legge 38, che continuiamo a sostenere con corsi di formazione per tutti i medici di famiglia e in particolare con la formazione di medici di medicina generale, affinché siano “certificati” esperti in terapia del dolore». Nella gestione del dolore, anche non oncologico, vanno considerati ulteriori altri aspetti, di assoluta rilevanza: «La visione del reumatologo sul dolore è più tardiva in termini di arrivo del paziente alla nostra attenzione e di conseguenza alla scelta delle terapie – aggiunge Piercarlo Sarzi Puttini, Direttore dell’Unità Operativa di Reumatologia presso l’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano –. Quest’ultima è condizionata dalla necessità di trattare del dolore residuo, come nel caso di pazienti con artrite reumatoide o in persone con dolore nociplastico, legato sia a aspetti sistemici e di carico (allodinia, cefalea, emicrania, ecc…) in cui l’obiettivo è la gestione del dolore. Ciò è fondamentale per il self management che direzione sia il timing che il dosaggio della terapia». Aggiunge Leonardo Consoletti, Presidente di Federdolore – SICD: «Come medici dobbiamo migliorare la gestione interdisciplinare. Sono i nostri malati a chiederlo affermando, quasi nel 50% dei casi, la scarsa comunicazione e collaborazione tra chi li ha in cura. Una corretta e precoce presa in carico può migliorare il dato che oggi vede pazienti in terapia ma con ancora un dolore medio tra il moderato e severo».
  4. Informazione: È necessario vincere l’attuale analfabetismo sanitario dei pazienti con dolore, occorre promuovere campagne istituzionali che spieghino chiaramente i diritti sanciti dalla Legge 38/2010 e informino sui percorsi di cura. «Occorre sfatare ad esempio la paura del cittadino-paziente verso gli oppiacei, necessari nel piano terapeutico laddove l’uso di analgesici non è sufficiente al controllo del dolore- commenta ancora Consoletti -. È necessario promuove anche una “cultura” verso queste sostaze nel cittadino e dell’efficacia e sicurezza del loro sotto la guida del medico e dello specialista di patologia ».
  5. Accesso alle Terapie: garantire equità e continuità delle cure sull’intero territorio nazionale. La prima azione deve essere orientata all’abbattimento delle barriere economiche, liste d’attesa e carenze di scorte, specie per i farmaci cannabinoidi, rischiano di creare pazienti di serie A e di serie B, in base alla regione di residenza.


«Come fondazione – conclude la presidente Marta Gentilivogliamo essere motori e promotori di un cambiamento normativo e sociale non più differibile, stilando una serie di priorità concrete per chi ha il potere di decidere, stilando una roadmap, un piano d’azione volto a migliorare concretamente la gestione del problema nel nostro Paese».

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