Il Servizio Sanitario Nazionale sta attraversando una crisi di “ossigeno finanziario” che colpisce direttamente il suo pilastro principale: il capitale umano. Questo è il quadro tracciato dall’analisi condotta dalla Fondazione GIMBE.
Secondo i dati presentati da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, lo scorso 22 gennaio alla Camera dei Deputati nel corso dell’audizione sulla riforma delle professioni sanitarie (DdL C. 2700), l’Italia si trova di fronte a un paradosso strutturale.
Nonostante una densità di 5,4 medici ogni mille abitanti — tra le più alte dell’area OCSE (media 3,9) — il sistema pubblico perde pezzi ogni giorno, con carenze selettive che impattano prevalentemente su alcune aree: MMG (al 1° gennaio 2024 ne mancavano oltre 5.500) così come emergenza-urgenza, discipline di laboratorio, radioterapia, medicina nucleare, cure palliative, medicina di comunità e delle cure primarie. A tacere della crisi delle professioni infermieristiche per cui l’Italia si colloca al 23° posto su 31 Paesi dell’area OCSE con 6,9 infermieri ogni mille abitanti a fronte di una media di 9,5.
Ne è una testimonianza il fatto che oltre 92 mila medici abbiano già scelto di operare al di fuori del SSN.
Per chi vive la professione quotidianamente, questa emorragia non è che il risultato di un definanziamento cronico. Tra il 2012 e il 2024, al capitolo personale sono stati sottratti circa 33 miliardi di euro. La quota di spesa destinata a chi cura è scesa progressivamente, passando dal 39,7% al 36,6% in poco più di un decennio. Questa contrazione si traduce in una medicina sempre più frammentata e prestazionale, dove il tempo dedicato alla relazione, all’ascolto e alla visione d’insieme del paziente — elementi cardine per chi pratica una medicina olistica e preventiva — viene sistematicamente sacrificato.
Una riforma senza investimenti aggiuntivi
La legge delega attualmente in discussione, pur enunciando principi condivisibili sulla valorizzazione delle professioni, appare tuttavia priva di leve concrete.
GIMBE evidenzia come la norma non preveda investimenti aggiuntivi per rendere attrattive le specialità oggi disertate, come la medicina di comunità e le cure primarie. Al 1° gennaio 2024, la carenza di oltre 5.500 medici di famiglia rappresenta un ostacolo insormontabile per una reale medicina territoriale, che dovrebbe essere la prima linea per la prevenzione e la gestione della cronicità.
Un altro punto critico riguarda la responsabilità professionale. Se da un lato la riforma tenta di rafforzare lo “scudo penale”, dall’altro introduce incertezze pericolose equiparando le linee guida alle “buone pratiche clinico-assistenziali”. Questa sovrapposizione rischia di generare confusione metodologica e giuridica, esponendo il medico a una maggiore discrezionalità interpretativa dei magistrati e alimentando ulteriormente la medicina difensiva.
Verso l’ultima chiamata
Senza risorse vincolate al personale e criteri rigorosi per il fabbisogno professionale, il SSN rischia di non avere più i margini per recuperare il terreno perduto. In un contesto segnato dall’autonomia differenziata, l’assenza di investimenti strutturali aggraverà le diseguaglianze territoriali, rendendo il diritto alla salute sempre più dipendente dalla regione di residenza.
Per il medico che aspira a una pratica clinica olistica e di qualità, questa riforma rappresenta un’ultima chiamata. Rimettere i professionisti al centro del sistema è l’unica via per evitare che la sanità pubblica perda definitivamente la sua capacità di tutela globale della salute.


