Negli ultimi anni, la ricerca nelle neuroscienze, nella PNEI e nella fitoterapia correlate al disturbo mentale e psicosomatico, hanno permesso un cambio di prospettiva clinico e terapeutico fondamentale da integrare nella pratica ordinaria. Tali ricerche convergono in un’unica prospettiva al contempo moderna e antica: l’essere umano è uno ed è interconnesso con ogni altro essere umano e con l’ambiente che lo circonda. 

Salute mentale

Negli ultimi anni, il numero di persone che presentano un disturbo psichiatrico, stress correlato o psicosomatico è aumentato esponenzialmente, a partire dai giovani. In quasi ogni famiglia si tocca con mano un sintomo psicosomatico in almeno uno dei membri. Molti terapeuti si occupano di pazienti psichiatrici o non psichiatrici in cura con psicofarmaci.

Non stupiscono, quindi, le parole della presidente uscente della Società Italiana di Psichiatria, Emi Bondi, che, nel contesto del tavolo tecnico sulla salute mentale del Ministero della salute, afferma in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 Ottobre del 2025 che dice «La realtà è che in un decennio che ha visto quintuplicare i casi di molte patologie psichiatriche, soprattutto tra i più giovani e le categorie più fragili, l’Italia si è trovata a lottare ad armi impari con la società che cambia, con sempre meno risorse, sempre meno strutture pubbliche e sempre meno personale, che abbandona i dipartimenti per mancanza di sicurezza e di certezze professionali».

Qualche dato

Secondo le stime più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), oltre un miliardo di persone nel mondo convive con un disturbo mentale, con la depressione e l’ansia che si confermano le problematiche più diffuse. I dati sono confermati in particolare dal Mental Health Atlas 2024. La depressione colpisce circa il 4% della popolazione globale, mentre i disturbi d’ansia sono ancora più diffusi, con una prevalenza del 4,4%.

A livello di genere, le donne risultano più colpite (14,8%) rispetto agli uomini (13%) e il suicidio è tra le principali cause di morte nella fascia d’età giovanile. Per misurare il carico di malattia, l’indicatore DALY (Disability-Adjusted Life Years) posiziona i disturbi mentali e neurologici come la principale causa di disabilità a livello planetario, superando patologie come le malattie cardiovascolari e il cancro. L’impatto cumulativo dei disturbi mentali comporta la perdita dell’11% della quantità totale di vita sana a livello globale.

A livello economico, i costi sono in rapida escalation: nel 2024, si stima che il costo della salute mentale sul posto di lavoro ammonti a 2,7 trilioni di dollari per i Paesi analizzati, pari in media al 4,4% del loro PIL. Nonostante il riconoscimento del problema, i report più recenti mostrano una preoccupante stagnazione degli investimenti pubblici. La spesa per la salute mentale si ferma ad appena il 2% dei bilanci sanitari totali, e meno del 10% dei Paesi ha completato la transizione verso modelli di assistenza comunitaria.

Questo persistente divario tra la gravità del problema e l’allocazione delle risorse rappresenta la principale sfida per il futuro. L’Italia riflette fedelmente il trend globale. L’indagine congiunta AXA-Ipsos del 2024, il Mind Health Report, ha rivelato che il 32% della popolazione globale e il 27% degli italiani soffrono di disturbi del benessere mentale, dato rispetto al 2022 ma in aumento di 6 punti percentuali, e che il 43% dei giovani italiani (18-24 anni) riporta problemi di salute mentale. Il report ha anche evidenziato come il 54% dei lavoratori italiani soffra di stress di media-alta intensità. (Mental Health Atlas 2024, WHO 2021, WHO 2024, AXA-Ipsos, 2024).

La crisi è evidente tra i giovani. Un’indagine del 2024 dell’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano ha rilevato che il 51,4% dei ragazzi soffre di ansia e tristezza prolungata, mentre quasi la metà (49,8%) lamenta un eccesso di stanchezza. I dati dell’Indice di Salute Mentale di Openpolis (2023) mostrano un peggioramento costante per la fascia d’età 14-19 anni, che non ha ancora recuperato i livelli pre-pandemici. Le ragazze sono le più colpite, con quasi l’80% delle quindicenni che dichiara di sentirsi molto stressata dall’impegno scolastico, a fronte del 60,2% dei coetanei maschi. L’incremento dei disturbi si riflette anche sull’uso e sulla spesa per i farmaci psicotropi.

Secondo l’ultimo Rapporto AIFA OsMed 2024, 1 italiano su 5 ha assunto psicofarmaci nel corso dell’anno 2021 e il trend è ulteriormente aumentato a seguire. La spesa totale del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) per psicofarmaci, inclusi antidepressivi e antipsicotici, ammonta a 729,1 milioni di euro. La spesa a carico dei cittadini per le benzodiazepine ha raggiunto i 533,5 milioni di euro. Il consumo di antidepressivi ha mostrato un progressivo aumento del 3,1% nel 2023. (AIFA 2024)

Uno dei punti critici già sottolineati dal report prodotto in occasione della giornata mondiale della salute mentale del 2024 afferma che un solo un paziente su tre riceve un trattamento sanitario adeguato. Questo divario persiste a causa di una combinazione di fattori, tra cui la stagnazione degli investimenti pubblici, la carenza di personale specializzato e modelli di cura ancora incentrati sulla gestione delle patologie gravi e meno sull’assistenza comunitaria e l’approccio multidisciplinare e integrato secondo una prospettiva PNEI.

Il mancato superamento di queste barriere rende inefficace ogni sforzo programmatico e mantiene la salute mentale in una condizione di priorità teorica ma non operativa. La soluzione richiede un cambio di paradigma radicale, che includa un massiccio investimento nella prevenzione e un approccio bio-psico-sociale, superando la visione puramente clinica della malattia. (WHO 2024)

Antidepressivi e benzodiazepine

Gli psicofarmaci hanno segnato una svolta significativa nella lettura del sintomo psichiatrico (soprattutto a partire dal DSM III) diventando per decenni strumento terapeutico d’elezione. Hanno permesso e continuano a permettere la gestione della sintomatologia mentale e l’integrazione sociale dei pazienti affetti da patologie gravi e debilitanti. Il punto critico è che negli anni sono stati applicati in maniera protocollare a differenti classificazioni diagnostiche e a differenti livelli di gravità, con una conseguente diminuzione della loro efficacia e un aumento dell’interruzione del trattamento per gli effetti avversi. In particolare, antidepressivi e ansiolitici. 

Gli antidepressivi sono ancora oggi un presidio fondamentale e imprescindibile nelle condizioni cliniche che lo richiedono. Irvine Kirsch, con i suoi studi sull’effetto placebo applicati agli antidepressivi, alla fine del secolo scorso ha aperto una breccia importante. Kirsch ha dimostrato che l’efficacia degli antidepressivi è superiore al placebo in modo significativo solo nelle depressioni severe (10-20% dei casi trattati). In tutte le altre forme (80-90%), l’effetto non è distinguibile dal placebo. Nella sua ricerca è emerso un altro dato di interessante e varia interpretazione: circa il 40% degli studi condotti sull’efficacia degli antidepressivi non sono stati pubblicati. (Kirsch, 1998).

La comunità scientifica per tamponare questa diffidenza creata dalla pubblicazione di Kirsh ha affidato un lavoro ampio di revisione della letteratura alla Oxford University che è riuscita a pubblicare la sua ricerca nel 2018. La meta-analisi di Cipriani e colleghi, condotta su oltre 116.000 pazienti ha indagato l’efficacia dei 21 principali antidepressivi concludendo che: gli antidepressivi funzionano nel 60% dei casi nelle depressioni gravi contro il 40% dell’effetto placebo. Lo psicofarmaco funziona il 20% in più del placebo nelle forme gravi.

Un dato statisticamente significativo, ma, come già notato da Fournier, clinicamente meno rilevante nelle depressioni lievi e moderate. Nelle forme non gravi, gli SSRI sono davvero lo strumento migliore? Meno della metà dei soggetti trattati mostra una remissione dei sintomi dopo 6 mesi, e nei giovani si osserva un rischio aumentato di ideazione suicidaria (Li et al., 2022).

Gli psicofarmaci antidepressivi restano strumenti fondamentali in contesti di gravità e per il contenimento, il dubbio sorge nei casi di utilizzo improprio. Come affermano Delgado e Moreno (1999), questi farmaci “riducono la sintomatologia, un po’ come fa il cortisone nei confronti dell’infiammazione”, ma, come aggiunge Mayberg (2004), non curano la depressione in senso stretto, data l’elevata frequenza di ricadute.

Le benzodiazepine sono gli psicofarmaci più prescritti, nonostante le linee guida ne limitino l’uso alla gestione dell’acuzie. Il contrasto tra prescrizioni e protocolli suggerisce un’ampia diffusione dell’autosomministrazione e della prescrizione impropria. L’intervento essenziale per l’ansia dovrebbe essere sociale, psicoterapico e basato su terapie complementari come la fitoterapia, riservando il farmaco ai casi più gravi e acuti, come indicato dalla piramide dell’OMS, e limitando l’utilizzo delle benzodiazepine al tempo massimo delle 2-4 settimane come indicato dai protocolli terapeutici.

L’uso cronico comporta una diminuzione di efficacia, rischi di dipendenza, tolleranza e, secondo studi recenti, un aumento del rischio di Alzheimer e rallentamento cognitivo negli anziani (Zeraatkar, 2025). È interessante notare come una recente revisione (Müller, 2025) indichi che l’unico rimedio ad azione benzodiazepinica con efficacia significativa e assenza di effetti avversi pesanti sia stato il Silexan (lavanda).

Prospettive

La sfida della salute mentale oggi si vince con l’integrazione. Riconoscere l’importanza vitale dello strumento farmacologico in ambito clinico deve andare di pari passo con la necessità di un approccio multidisciplinare che rimetta al centro la persona nella sua interezza bio-psico-sociale.

Cosa fare nei casi lievi nei sintomi che non soddisfano i criteri per una diagnosi psichiatrica ansiosa o depressiva? Ampliare la visione è oggi un atto fondamentale e coerente con un cambio di paradigma che sta avvenendo trasversalmente a tutte le discipline, psichiatria inclusa.

Secondo questa prospettiva, è fondamentale includere tra gli strumenti di valutazione tutti i precursori e i cofattori degli ormoni e neurotrasmettitori garanti del benessere mentale, l’equilibrio dell’asse intestino-microbiota-cervello e il processo di neuroinflamaging oltre alla eco-bio-psicologia e alla rete PNEI ed è fondamentale includere tra gli strumenti di guarigione del disturbo mentale anche la fitoterapia, la nutraceutica, la nutrizione, le pratiche di miglioramento dello stile di vita (esercizio fisico, yoga) e una psicoterapia  o un percorso di consapevolezza (mindfulness based) che permetta di cogliere il senso dell’esperienza che il paziente sta vivendo. 

Tratto dal numero di giugno 2026 di Medicina Integrata

Bibliografia

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  • Mental Health Atlas 2024 https://www.who.int/publications/i/item/9789240114487
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  • Fournier, J. C., DeRubeis, R. J., Hollon, S. D., Dimidjian, S., Amsterdam, J. D., & Shelton, R. C. (2010). Antidepressant drug effects and depression severity: A patient-level meta-analysis. JAMA, 303(1), 47-53.
  • AXA-IPSOS 2024 https://corporate.axa.it/-/axa-pubblica-la-quarta-edizione-del-mind-health-report
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  • Mayberg, H. S. (2004). Depression: A neuropsychiatric perspective. In J. Panksepp (Ed.), Textbook of biological psychiatry (pp. 197–229). Wiley-Liss.
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  • Zeraatkar et al. (2025). Comparative effectiveness of interventions to facilitate deprescription of benzodiazepines and other sedative hypnotics: systematic review and meta-analysis. BMJ, 389, e081336.
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