Il dolore cronico rappresenta un burden importante per la salute pubblica, eppure ancora molto spesso sottovalutato. In Italia la patologia interessa ben 13 milioni di persone, pari a circa 1 cittadino su 4, tuttavia, la sua gestione permane in una situazione di incertezza. Una fotografia puntuale in tal senso arriva da una indagine nazionale di recente pubblicazione su BMC Health Services Research basata sull’analisi delle risposte di 492 pazienti.

Le principali evidenze emerse

Lo studio condotto tra il 31 ottobre e l’11 novembre 2025 tramite metodologia CAWI ha coinvolto pazienti adulti affetti da dolore cronico da almeno 3 mesi con una distribuzione territoriale per genere estremamente bilanciata (53% donne, 47% uomini). Con riguardo al profilo clinico, le condizioni muscolo-scheletriche rappresentavano la prima causa di dolore (57%), seguite da patologie infiammatorie croniche e autoimmuni (17%), condizioni neuropatiche o neurologiche (9%), dolore oncologico (3%) e sindromi dolorose idiopatiche o complesse (2%).

L’intensità media del dolore dichiarata nell’ultima settimana è stata di 6,2 ± 1,8 su una scala NRS (0-10), con il 52% dei soggetti che ha riferito un dolore severo (NRS tra 7 e 10) e il 40% un dolore di intensità moderata (4-6). Ciononostante, il 28% del campione ha dichiarato di non ricevere alcuna terapia specifica per la gestione del dolore. Eppure, si tratta di una patologia particolarmente impattante se è vero che si ripercuote in modo significativo sul quotidiano, influenzando negativamente la qualità del sonno (74,8%), il lavoro e lo studio (75,5%), il caregiving (64,1%) e la cura personale (51,9%).

Difficoltà di orientamento e carenza di specialisti

L’indagine evidenzia un accesso alle cure specialistiche limitato e, più in generale, caratterizzato da una scarsa continuità. Tra i pazienti sottoposti a trattamento, le prescrizioni iniziali sono state effettuate da specialisti della patologia di base (44,1%), medici di medicina generale (42,9%) e solo nel 13% dei casi da specialisti di terapia del dolore. Inoltre, solo il 22% di chi era stato inizialmente preso in carico da uno specialista di terapia del dolore ha continuato a essere seguito da questa figura.

Più in generale, solo il 4% dei partecipanti è attualmente seguito da uno specialista del dolore, mentre ben il 40% fa riferimento al medico di famiglia, il 26% ad uno specialista della patologia di base, il 18% al fisioterapista. Da sottolineare che il 9% ha riferito di non avere alcuna figura professionale di riferimento per la gestione del dolore.

Il 71,7% riferisce difficoltà nel reperire specialisti competenti e il 65,4% segnala una mancanza di informazioni chiare sul percorso di cura.

La percezione della medicina generale e il coordinamento di cura

La collaborazione interprofessionale risulta inefficiente per la maggior parte degli intervistati: il 48,5% ritiene inadeguata la comunicazione tra medico di medicina generale e specialista, mentre il 48,6% giudica scarsa la collaborazione complessiva. Sebbene il medico di famiglia rimanga il principale riferimento, il 65,6% dei partecipanti lo ritiene competente nella gestione del dolore (rispetto all’89,8% registrato per gli specialisti d’organo).

Il 44,1% percepisce, inoltre, che il proprio medico di medicina generale consideri il dolore cronico come un problema secondario. Gli autori evidenziano la necessità di rafforzare la formazione del medico di medicina generale per facilitare una diagnosi precoce, adottare un approccio biopsicosociale e migliorare i percorsi di invio ai servizi di secondo livello.

Scarsa conoscenza della Legge 38/2010 e barriere su oppioidi e cannabinoidi

Sebbene la Legge 38/2010 tuteli il diritto alla terapia del dolore, la conoscenza normativa tra i pazienti risulta marginale: solo il 7,5% dichiara di conoscerla approfonditamente, il 53,3% ne ha una conoscenza superficiale e il 39,2% non la conosce affatto.

Inoltre, il 47,6% dei partecipanti non è in grado di distinguere la terapia del dolore dalle cure palliative. Per quanto riguarda le opzioni terapeutiche avanzate, il 58,8% percepisce difficile l’accesso a terapie con oppioidi o cannabinoidi. Le principali barriere sono rappresentate da restrizioni normative (58%), riluttanza dei medici prescrittori (54,9%) e ostacoli di natura burocratica o amministrativa (47,8%).

Istituzioni e bisogni inespressi dei pazienti

I dati riflettono un marcato senso di isolamento: il 74,5% dei partecipanti considera la tematica del dolore cronico poco trattata nel dibattito pubblico, l’80,5% la ritiene sottorappresentata nei media e il 67,2% dichiara di non sentirsi sostenuto dal Servizio Sanitario Nazionale.

Inoltre, il 65,9% osserva che il dolore viene ancora interpretato prevalentemente come un semplice sintomo anziché come una patologia autonoma. Tra le informazioni maggiormente richieste figurano la ricerca di centri e servizi specialistici (51,6%), indicazioni sulle modifiche dello stile di vita (41%), dettagli su farmaci ed effetti collaterali (39,6%), esenzioni ticket (38,6%) e approcci o terapie non farmacologiche (36,9%).

Prospettive e limiti dell’indagine

Se l’indagine rivela in dettaglio una fotografia a tinte fosche sono gli stessi autori che ne sottolineano alcuni limiti, a partire dall’impiego di una survey online (CAWI), che potrebbe aver parzialmente escluso la popolazione con un minore grado di digitalizzazione, la natura trasversale dello studio e l’affidamento a diagnosi e livelli di dolore auto-riferiti senza conferma clinica diretta.

Nelle conclusioni, la ricerca sollecita riforme normative, campagne d’informazione pubblica, il potenziamento dei percorsi clinici multidisciplinari e un possibile supporto integrativo derivante dalla sanità digitale (come biosensori o app dedicate), al fine di convertire le garanzie della legge in prestazioni e diritti concretamente accessibili per i pazienti.

Fonte

Consoletti, L., Gentili, M., Giacomelli, L. et al. Chronic pain in Italy: exploring patient perspectives on care gaps and opportunities. BMC Health Serv Res (2026). https://doi.org/10.1186/s12913-026-15505-y

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