Promotrice convinta della prevenzione primaria e della medicina integrata, Eleonora Lombardi Mistura è anche fortemente impegnata nella gestione dei primi 1.000 giorni di vita – fetal programming, epigenetica, microbiota – con un approccio centrato sulla diade madre‑bambino. Con lei abbiamo approfondito l’importanza del microbiota in questa fase come tassello fondamentale per la salute futura.

Quanto è importante il microbiota nella fase perinatale e quali fattori influenzano la sua colonizzazione nel neonato? In che modo poi queste prime interazioni impattano sulla salute futura del bambino?
«Alla base di tutto vi è la necessità di attuare una prevenzione primaria efficace, poiché i primi 1.000 giorni di vita – dalla gravidanza fino ai due anni di età – rappresentano una finestra cruciale per la programmazione della salute futura. In questo periodo, infatti, si sviluppa una intensa programmazione del feto e del bambino, essenziale per costruire una salute solida anche in età avanzata. È, quindi, necessario porre la massima attenzione e adottare le decisioni più opportune gettando le basi per una crescita sana e duratura. Tra i principali marcatori di salute troviamo il microbiota intestinale, che andrebbe salvaguardato perciò fin dalla gravidanza.
Anche se resta aperta la questione se il feto venga colonizzato già in utero, è certo che il microbiota intestinale materno influenza in misura determinante la crescita e la programmazione fetale e produce metaboliti che, attraversando la placenta, raggiungono il feto, influenzandone lo sviluppo. Un microbiota intestinale materno alterato può, inoltre, contribuire a complicanze come parto pretermine o gestosi. Durante la gravidanza, la composizione del microbiota intestinale materno subisce modificazioni fisiologiche: alcune specie batteriche, come i bifidobatteri, spinti dal progesterone, aumentano naturalmente: il nostro compito è favorire le trasformazioni eubiotiche, sostenendo un microbiota sano nella gestante.
È ormai consolidato che il neonato acquisisce parte del microbiota materno durante il passaggio nel canale del parto, rendendo la modalità del parto un momento cruciale. A tale proposito è interessante ricordare che, nel parto vaginale, il microbiota intestinale materno viene “spruzzato” sul neonato tramite lo stiramento dei tessuti, in una sorta di ‘bagno microbico’. Persino nei nati con cesareo, ma con travaglio avviato, è stato osservato un microbiota più simile a quello dei nati per via vaginale, segno di una possibile esposizione parziale.
Un altro momento chiave di questo processo di salutogenesi è l’allattamento
«Assolutamente. Tutte le società scientifiche di Pediatria e Neonatologia raccomandano l’allattamento esclusivo al seno almeno fino al sesto mese. Il latte materno è un vero e proprio alimento “intelligente”, ricco di batteri benefici (come i bifidobatteri) e anche di oligosaccaridi prebiotici, la cui funzione fino a pochi anni fa era poco chiara. Oggi sappiamo che questi zuccheri complessi nutrono in modo selettivo i ceppi batterici “buoni” e che producono metaboliti capaci di agire anche a livello epigenetico, modulando il DNA del bambino e influenzandone la salute a lungo termine. Il latte materno, quindi, non solo protegge il bambino nel momento dell’assunzione, ma esplica anche degli effetti a lungo termine. Grazie alla presenza di molte sostanze e anche di bifidobatteri che producono metaboliti estremamente sani per il bambino e per la sua salute, può contribuire tra l’altro a livelli più bassi di colesterolo e a un ridotto rischio di allergie, malattie autoimmuni e disturbi metabolici in età adulta.
Anche lo svezzamento, la dieta materna, lo stile di vita della donna gravida e l’assunzione di farmaci – come antibiotici, inibitori di pompa protonica PPI o l’antiulcera ranitidina – hanno un impatto profondo. L’abuso di farmaci può indurre infatti disbiosi, alterando l’equilibrio immunitario. Quando il loro uso è necessario, è importante promuovere la resilienza del microbiota intestinale integrando prebiotici e probiotici adeguati in modo da tamponare un eventuale danno. Oggi la ricerca in questo campo sta conseguendo ulteriori sviluppi e punta a una terapia probiotica di precisione, basata cioè su ceppi mirati».
È stato ipotizzato che il microbiota svolga un ruolo anche nello sviluppo neurologico nei primi anni: potrebbe ad esempio contribuire alla prevenzione di alcune patologie neuropsichiatriche?
Stiamo assistendo purtroppo a un aumento significativo delle patologie del neurosviluppo, che sono spesso legate a fenomeni di neuroinfiammazione e di “disconnessione” del connettoma cerebrale. Sappiamo che non sono patologie unicamente cerebrali, ma sistemiche, caratterizzate da infiammazione cronica a bassa intensità, la cosiddetta Low Grade Chronic Inflammation; se si testano le citochine infiammatorie nel sangue di bambini che presentano problemi del neurosviluppo, è facile trovare valori più alti rispetto a quelli standard.
Il microbiota intestinale gioca un ruolo chiave nel modulare questa infiammazione e di tutto ciò abbiamo puntuali riscontri sperimentali. In uno stato di eubiosi, il microbiota contribuisce a mantenere silente l’attività infiammatoria del sistema immunitario, favorendone una maturazione equilibrata e una corretta tolleranza del “self”. Questo è cruciale sin dai primi giorni di vita».
Come si inserisce in queste dinamiche l’asse intestino-cervello?
«L’asse microbiota-intestino-cervello – un sistema bidirezionale che sfrutta vie immunitarie, endocrine, nervose e metaboliche – funziona correttamente soltanto in condizioni di equilibrio microbico. La disbiosi precoce, infatti, può compromettere lo sviluppo di un connettoma sano, favorendo l’insorgenza di disturbi neurologici. Ricerche su modelli animali, ad esempio, hanno mostrato che topi privi di microbiota sviluppano sintomi simil-autistici, a conferma dell’impatto sistemico del microbiota. Anche la microglia, la cellula immunitaria del cervello che agisce di fatto come una sorta di “spazzino immunitario”, matura correttamente solo in presenza di un microbiota intestinale sano. Uno studio molto interessante condotto su donne in gravidanza ha evidenziato come livelli elevati di interleuchina-6 (un marker infiammatorio) siano correlati a ritardi nello sviluppo neurologico dei figli nei primi tre anni di vita, raccontandoci ancora come la Low Grade Chronic Inflammation sia la porta d’accesso ai disturbi dello sviluppo neurologico. Essendo il microbiota un regolatore dell’infiammazione sistemica, risulta protagonista anche sul neurosviluppo».
Queste stesse dinamiche infiammatorie si riscontrano anche in età adulta?
«Sì ed è interessante osservare che la neuroinfiammazione implicata nell’autismo infantile è simile a quella rilevata in alcune patologie neurodegenerative dell’anziano, tra cui l’Alzheimer. Inoltre, è frequente che i bambini con disturbi dello spettro autistico presentino sintomi gastrointestinali, selettività alimentare e alterazioni dell’alvo. Non a caso, l’intestino è stato definito il “secondo cervello”. Cambiando clinica ma restando sullo stesso asse, si è visto che disturbi come colon irritabile e cefalea sembrano condividere una base microbica comune. Per questa ragione si stanno cercando, e si iniziano anche a individuare, ceppi batterici che siano utili su entrambi i fronti. Sono dunque già disponibili alcune strategie preventive che vengono continuamente sottoposte al vaglio della verifica scientifica».
Il microbiota ha un ruolo nelle malattie cronico-degenerative e oncologiche?
Numerosi studi associano la disbiosi intestinale a uno stato infiammatorio cronico sistemico e a una alterata modulazione immunitaria, fattori predisponenti per patologie croniche come diabete di tipo 2, neurodegenerazioni e forme tumorali. Oggi sappiamo che l’efficacia di alcune terapie oncologiche varia anche in base al profilo del microbiota intestinale del paziente e questo apre nuove prospettive nell’oncologia personalizzata, dove il microbiota potrà diventare non solo un indicatore prognostico, ma anche un alleato terapeutico. Ovviamente per trasformare queste recenti e significative acquisizioni della scienza in consapevolezza e azione clinica ci vogliono tempo e una maggiore informazione, unitamente a una grande volontà di comunicare non soltanto ai medici, ma agli stessi pazienti».
Quali prospettive si aprono in questo senso per la medicina del futuro?
«La soglia del nuovo millennio ha introdotto grandi cambiamenti e opportunità in termini di prospettive. Stiamo entrando nell’era della medicina delle 4P: preventiva, predittiva, personalizzata e partecipativa. Oggi, ad esempio, siamo in grado di sequenziare l’intero microbiota di un paziente, traguardo impensabile fino a qualche anno fa, generando dati preziosi per la personalizzazione delle cure. La sfida sarà trasformare queste conoscenze in pratica clinica, anche grazie a un uso responsabile e mirato della tecnologia».
Serve anche una “rivoluzione culturale“
«Servono comunicazione, formazione e soprattutto alleanze: tra ginecologi e pediatri, tra ricercatori e clinici, tra operatori sanitari e pazienti. Nel paradigma dei 1.000 giorni, madre e bambino sono un tutt’uno: dobbiamo perciò prenderci cura di entrambi con un’unica visione integrata e multidisciplinare. Non dimentichiamo che le marcature epigenetiche impresse nei primi 1.000 giorni di vita non si fermano a quel bambino, ma si trasmettono alle generazioni future modellando in maniera positiva la salute globale. La salute individuale è anche salute collettiva e questo ci impone una profonda responsabilità etica e clinica».
In conclusione, come nasce questo suo impegno a 360°?
Sono nata professionalmente in un contesto medico convenzionale. Figlia di un pediatra ospedaliero, ho lavorato anch’io per molti anni in ospedale, come pediatra, prevalentemente nell’area del Pronto Soccorso. Nel 2009 ho deciso di lasciare l’ambito ospedaliero per dedicarmi alla medicina del territorio. In questo ruolo mi sono resa conto che, pur riuscendo a curare i miei piccoli pazienti durante la malattia, spesso si ripresentavano con la stessa patologia manifestando una “debolezza d’organo” ed è stata questa consapevolezza a spingermi verso un nuovo approccio. Ho intrapreso quindi un percorso formativo in Omotossicologia (oggi Medicina Bio-Regolatoria dei Sistemi) approdando alla Low Dose Medicine, di cui mi sono profondamente innamorata. Da lì è stato un susseguirsi naturale: l’epigenetica, la nutrizione, la nutraceutica, la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI). Un cammino che, più che aver scelto razionalmente, ha scelto me. Quando smetti di guardare il paziente come un insieme di pezzi da riparare focalizzandoti solo sul sintomo e inizi a considerarlo come un’unità inscindibile di corpo e mente, tutto cambia. Cambia il modo di vedere la salute, la relazione di cura e anche il significato del farmaco che si prescrive. E tutto ciò si affina e si rafforza con la pratica clinica».
| Chi è Eleonora Lombardi Mistura |
Specializzata in pediatria, la dottoressa Eleonora Lombardi Mistura ha conseguito il diploma triennale in Omotossicologia, Omeopatia e Medicine Integrate, il Corso di Perfezionamento in Low Dose Medicine in Pediatriae il Master di II livello in Nutrizione e Dietetica. Dopo aver lavorato per molti anni in ospedale occupandosi soprattutto di emergenza e allergologia pediatrica, dal 2010 esercita come pediatra di libera scelta. Le sue aree di competenza e attività clinica includono la cura delle patologie acute e croniche pediatriche, con particolare attenzione ad allergie, disturbi gastrointestinali e nutrizionali con approccio olistico. Membro fondatore della SIPeF (Società Italiana di Pediatria Funzionale) dal 2015, è membro della commissione Early Life della SIPNEI (Società Italiana di Psico Neuro Endocrino Immunologia) e docente presso corsi e master universitari. |



