L’infiammazione cronica di basso grado (low-grade chronic inflammation, LGI) è uno stato infiammatorio sistemico subclinico caratterizzato da livelli costantemente elevati di citochine pro-infiammatorie – interleuchina-6 (IL-6), TNF-alfa, proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP) – in assenza di un processo infettivo o lesionale acuto identificabile. A differenza dell’infiammazione acuta, che segue una traiettoria biologicamente definita con fase di avvio, picco e risoluzione, la LGI persiste in modo cronico senza raggiungere la fase di risoluzione attiva, generando un danno tissutale progressivo e silente.

La sua rilevanza clinica è oggi documentata trasversalmente in molteplici contesti patologici: sindrome metabolica, diabete di tipo 2, aterosclerosi, malattie infiammatorie intestinali croniche, patologie autoimmuni e disturbi neurodegenerativi. Un recentissimo Scientific Statement dell’American College of Cardiology (2025) conferma che l’infiammazione residua, misurata con hsCRP, rimane fortemente predittiva di eventi cardiovascolari ricorrenti anche nei pazienti in terapia con statine, e che valori elevati di hsCRP in soggetti apparentemente sani identificano una popolazione ad alto rischio in cui la terapia ipolipemizzante riduce significativamente il rischio di primo evento, indipendentemente dai livelli di LDL-colesterolo.

Biomarcatori: oltre la PCR standard

La pratica clinica ordinaria sottostima sistematicamente la LGI: i range di normalità dell’hsCRP standard (≤5 mg/L) non riflettono la stratificazione del rischio infiammatorio. Valori compresi tra 1 e 3 mg/L, convenzionalmente nella norma, corrispondono a un rischio cardiovascolare intermedio clinicamente rilevante.

Rasmussen et al. (2021) hanno proposto il recettore solubile dell’attivatore del plasminogeno di tipo urochinasi (suPAR) come biomarcatore specifico dell’infiammazione cronica sistemica, evidenziando come condivida le stesse cause di rischio e gli stessi outcome prognostici della LGI ed esprima in modo più stabile lo stato infiammatorio cronico rispetto ai tradizionali marcatori di fase acuta. Questo sottolinea la necessità di un approccio diagnostico più articolato nel paziente con sintomatologia aspecifica persistente.

Sul piano clinico, la costellazione di segni che orienta verso una LGI comprende: affaticamento cronico non proporzionale all’attività, dolori muscolo-articolari diffusi e migranti, discomfort gastrointestinale ricorrente, alterazioni dell’umore, difficoltà cognitive e frequenti episodi infettivi delle prime vie aeree. In assenza di una patologia organica identificabile, questi quadri meritano una valutazione del profilo infiammatorio con hsCRP, IL-6, ferritina e, ove possibile, rapporto omega-6/omega-3 ematico.

Il ruolo centrale dell’asse intestino-infiammazione

La fisiopatologia della LGI è strettamente connessa all’integrità della barriera intestinale e alla composizione del microbiota. Di Vincenzo et al. (2023) descrivono in modo sistematico il meccanismo con cui la perdita di integrità delle tight junctions epitheliali – modulata da disbiotici, dieta ipercalorica, stress cronico e FANS – consente la traslocazione di lipopolisaccaridi batterici (LPS) nel torrente circolatorio. Il legame LPS-TLR4 attiva il fattore di trascrizione NF-κB con conseguente produzione massiva di citochine pro-infiammatorie, creando un circolo che perpetua lo stato di infiammazione sistemica a bassa intensità.

Malesza et al. (2021) hanno documentato come la dieta di tipo occidentale – caratterizzata da elevato apporto di grassi saturi, zuccheri raffinati e rapporto omega-6/omega-3 sfavorevole – induca disbiosi intestinale, disfunzione della barriera e incremento della permeabilità, con conseguente endotossiemia e sviluppo di infiammazione sistemica di basso grado. Questi dati supportano la centralità dell’intervento sull’asse microbiota-mucosa intestinale in qualsiasi protocollo terapeutico orientato al controllo della LGI.

Razionale nutraceutico: molecole con meccanismi d’azione documentati

La gestione della LGI richiede un intervento multilivello che agisca contemporaneamente su inibizione enzimatica dell’infiammazione, modulazione trascrizionale, ripristino della barriera intestinale e attivazione dei meccanismi di risoluzione attiva. La farmacologia convenzionale (FANS, corticosteroidi) presenta profili di sicurezza non adeguati all’uso prolungato; la nutraceutica evidence-based offre oggi alternative con efficacia documentata e tossicità nettamente inferiore.

  • Boswellia serrata Efferth e Oesch (2020) hanno condotto una revisione sistematica sull’attività antinfiammatoria e antitumorale dei principi attivi della boswellia, documentando come l’acido acetil-11-cheto-β-boswellico (AKBA) agisca come inibitore selettivo della 5-lipossigenasi (5-LOX) e della COX-1/2, riducendo la sintesi di leucotrieni e prostanoidi pro-infiammatori. I trial clinici inclusi nella revisione ne dimostrano l’efficacia nell’osteoartrite, nelle malattie infiammatorie intestinali e nell’asma, con un profilo di sicurezza favorevole anche nell’uso a lungo termine. A differenza dei FANS, l’inibizione della 5-LOX non induce effetti gastroerosivi, rendendola particolarmente adatta nei pazienti con coinvolgimento gastrointestinale.
  • Acidi grassi omega-3 (EPA e DHA) Chamani et al. (2020) hanno esaminato il ruolo delle resolvine – molecole lipidiche bioattive derivate da EPA e DHA – nella risoluzione dell’infiammazione cronica. Le resolvine di serie E (da EPA) e di serie D (da DHA) agiscono attraverso recettori accoppiati a proteine G, limitando l’infiltrazione leucocitaria, promuovendo la fagocitosi dei detriti cellulari e attivando il processo di riparazione tissutale. Il meccanismo è qualitativamente diverso dagli antinfiammatori convenzionali: mentre questi ultimi bloccano l’avvio dell’infiammazione, le resolvine ne attivano la risoluzione attiva. Questo le rende particolarmente rilevanti nella gestione della LGI, in cui il deficit non è nell’avvio ma nel mancato completamento del processo infiammatorio.
  • Uncaria tomentosa Gli alcaloidi ossindolici dell’uncaria esercitano un’azione immunomodulante mediata dall’inibizione di NF-κB, riducendo la trascrizione di geni pro-infiammatori e la produzione di TNF-alfa e IL-6. L’azione è sovrapponibile, per selettività di target, a quella di alcuni immunosoppressori biologici, ma con un profilo di sicurezza ben diverso e senza soppressione sistemica della risposta immunitaria adattativa.
  • L-glutammina e zinco gluconato La L-glutammina rappresenta il principale substrato energetico degli enterociti e supporta la sintesi delle proteine delle tight junctions (occludina, claudine, ZO-1). In condizioni di infiammazione cronica, il turnover epiteliale accelera e il fabbisogno di glutammina aumenta in modo significativo. Lo zinco gluconato, dal canto suo, regola l’espressione genica delle proteine giunzionali e riduce lo stress ossidativo che destabilizza la barriera mucosale, contribuendo al ripristino strutturale dell’epitelio intestinale.

Applicazione clinica: un protocollo integrativo strutturato

Il razionale fisiopatologico descritto trova un’applicazione pratica nel protocollo messo a punto dalla NMI – Nutrizione Medicina Integrata, che associa tre formulazioni sinergiche negli integratori antinfiammatori naturali del Kit Antinfiammazione: FLOGUT (boswellia serrata standardizzata in AKBA, uncaria tomentosa, zinco gluconato, L-glutammina), con azione diretta sull’infiammazione intestinale e articolare e sul ripristino della barriera mucosale; FLORAGUT (ceppi probiotici specifici con prebiotici), per il riequilibrio del microbiota e la modulazione della risposta immunitaria sistemica; OMEGA BALANCE (EPA 350 mg, DHA 250 mg per capsula, con vitamina E naturale), per l’attivazione dei meccanismi di risoluzione attiva attraverso la biosintesi di resolvine.

La combinazione dei tre prodotti crea un’azione contemporanea su: inibizione enzimatica (5-LOX, COX-2), modulazione trascrizionale (NF-κB), ripristino della barriera intestinale, riequilibrio del microbiota e attivazione delle resolvine. Le indicazioni cliniche comprendono: percorsi di dieta antinfiammatoria, patologie autoimmuni (tiroidite di Hashimoto, artrite reumatoide, fibromialgia), malattie infiammatorie intestinali croniche, sindrome metabolica con componente infiammatoria e infiammazione cronica sistemica. La durata minima consigliata è di 2-3 mesi per consentire il ripristino strutturale della barriera intestinale e la rimodulazione del microbiota, con possibilità di utilizzo continuativo nei pazienti cronici sotto supervisione del professionista sanitario.

Riferimenti bibliografici

  1. Mensah GA, Arnold N, Prabhu SD, Ridker PM, Welty FK. Inflammation and Cardiovascular Disease: 2025 ACC Scientific Statement. J Am Coll Cardiol. 2025.
  2. Rasmussen LJH, Petersen JEV, Eugen-Olsen J. Soluble Urokinase Plasminogen Activator Receptor (suPAR) as a Biomarker of Systemic Chronic Inflammation. Front Immunol. 2021;12:780641.
  3. Di Vincenzo F, Del Gaudio A, Petito V, Lopetuso LR, Scaldaferri F. Gut microbiota, intestinal permeability, and systemic inflammation: a narrative review. Intern Emerg Med. 2024;19(2):275-293.
  4. Malesza IJ, Malesza M, Walkowiak J, et al. High-Fat, Western-Style Diet, Systemic Inflammation, and Gut Microbiota: A Narrative Review. Cells. 2021;10(11):3164.
  5. Efferth T, Oesch F. Anti-inflammatory and anti-cancer activities of frankincense: Targets, treatments and toxicities. Semin Cancer Biol. 2022;80:39-57.
  6. Chamani S, Bianconi V, Tasbandi A, et al. Resolution of Inflammation in Neurodegenerative Diseases: The Role of Resolvins. Mediators Inflamm. 2020;2020:3267172.

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