L’ipertensione arteriosa non è considerata una malattia in sé, ma piuttosto un importante fattore di rischio che può portare a patologie cardiovascolari come ictus, infarto, scompenso cardiaco, fibrillazione atriale, insufficienza renale e altre problematiche. Lo stile di vita ed una corretta alimentazione, associate alle terapie oggi disponibili consentono di ridurre quasi completamente questo rischio aggiuntivo. Ne parlato con Agostino Virdis, docente di Medicina Interna all’Università di Pisa e Presidente della Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa.

Il pericolo di sviluppare malattie cardiovascolari cresce proporzionalmente all’aumento dei valori della pressione sanguigna. Per esempio, chi ha una pressione sistolica di 120 mmHg – ritenuta normale – presenta comunque un rischio leggermente più alto rispetto a chi registra 110 mmHg.
L’ipertensione costituisce un rilevante fattore di rischio per malattie come la cardiopatia ischemica, l’ictus, lo scompenso cardiaco e l’insufficienza renale. Il suo impatto complessivo, misurato in anni di vita persi o vissuti con disabilità, risulta fra i più alti. Un ulteriore aspetto critico riguarda la sua assenza di sintomi: si stima infatti che tra il 40% e il 50% degli adulti ipertesi ignori di esserne affetto, mentre molti pazienti in trattamento non raggiungono i valori ottimali di pressione raccomandati.

Quali sono le cause dell’ipertensione?
L’ipertensione si distingue in forme essenziali (primitive) e secondarie, che costituiscono una piccola parte dei casi e sono dovute a cause specifiche.
La forma essenziale rappresenta la maggioranza dei casi di ipertensione arteriosa e deriva da una complessa combinazione di fattori genetici ed ambientali, i quali influenzano negativamente i sistemi di regolazione cardiovascolare, facendo aumentare la pressione sanguigna. L’ipertensione secondaria, invece, è meno comune e va sospettata soprattutto nei giovani sotto i 40 anni, in pazienti con ipertensione difficile da trattare o in chi, pur avendo un buon controllo pressorio, registra improvvisamente un marcato aumento della pressione. Le cause più frequenti di ipertensione secondaria includono malattie renali aterosclerotiche (come la stenosi delle arterie renali), patologie renali parenchimali (ad esempio glomerulonefriti, infezioni delle vie urinarie, nefriti) e disturbi endocrini. Tra questi ultimi, l’iperaldosteronismo causato da patologie surrenaliche è la causa principale; altre condizioni come feocromocitoma, paraganglioma e la sindrome di Cushing sono più rare. Nei bambini occorre considerare anche la coartazione dell’aorta come possibile causa secondaria. In queste situazioni, trattare la causa sottostante può migliorare il controllo della pressione sanguigna.
Chi è più a rischio?
Esistono categorie di persone particolarmente a rischio di sviluppare ipertensione arteriosa. In primo luogo, chi presenta una familiarità per la malattia, ovvero ha genitori, fratelli o parenti consanguinei ipertesi. La predisposizione genetica è un fattore che dovrebbe mettere in allarme e spingere a controlli periodici, soprattutto con l’avanzare dell’età. Anche la familiarità legata ad altre condizioni, come il colesterolo elevato, rappresenta un rischio aggiuntivo. Un altro elemento importante è lo stile di vita: trascurare uno stile di vita sano può favorire l’insorgenza della patologia.
Come prevenire l’ipertensione arteriosa?
L’ipertensione arteriosa è causata da fattori genetici e ambientali come stress, consumo eccessivo di sale e obesità. È utile individuare chi è predisposto e correggere gli stili di vita a rischio. Alcune forme genetiche sono rare; tuttavia, i figli dei soggetti ipertesi hanno più probabilità di sviluppare la malattia e dovrebbero monitorare regolarmente la pressione sanguigna e mantenere uno stile di vita sano per prevenire danni a organi come arterie, cuore, reni e cervello.
La maggior parte dei casi di ipertensione arteriosa è attribuibile a comportamenti e abitudini di vita non adeguati. È opportuno monitorare i valori della pressione arteriosa fin dalla giovane età e adottare strategie comprovate per mantenerla entro limiti raccomandati.
Non è semplice, per il medico, suggerire cambiamenti nelle abitudini di vita dei pazienti. Sarebbe necessario conoscere in maniera approfondita la storia del proprio assistito, la composizione della sua famiglia, i ritmi di lavoro, le preferenze alimentari.
Se un paziente interrompe il consumo di tabacco, segue consigli alimentari per mantenere il peso sotto controllo e dedica del tempo all’attività fisica, sta sicuramente favorendo il proprio benessere.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dedica una sezione delle linee-guida per il trattamento dell’ipertensione arteriosa alle indicazioni di ordine non farmacologico utili, in particolare, per quei pazienti che non presentano fattori di rischio aggiuntivi. Ad esempio:
- controllare il peso corporeo,
- contenere il consumo di alcol,
- evitare il fumo,
- limitare le condizioni di stress,
- ridurre l’apporto di sale e l’uso degli alimenti che ne sono ricchi (ad esempio gli insaccati),
- contenere il consumo di grassi animali (contengono colesterolo),
- non abusare di liquirizia,
- seguire una dieta ricca di magnesio e potassio (cereali, frutta, verdura, agrumi),
- esercitare regolarmente un’attività fisica.
Virdis, sottolinea come fra le indicazioni dell’organizzazione Mondiale della Sanità, alcune risultano particolarmente importanti e svolgono un ruolo cruciale nella prevenzione delle malattie arteriose. Per esempio, adottare uno stile di vita virtuoso è fondamentale sia per prevenire l’ipertensione nei soggetti sani sia per migliorare i valori pressori in chi già ne è affetto. Il medico consiglia sempre di seguire una corretta alimentazione, ponendo particolare attenzione al consumo di sale. È raccomandato utilizzare meno di 5 grammi di sale al giorno, ma il consumo medio nel nostro paese è circa il doppio, considerando anche il sale presente nei cibi processati. Ridurre il sale e preferire alimenti freschi, come pesce, verdura e frutta, sono strategie efficaci. Un suggerimento utile è usare il sale iposodico per diminuire l’assunzione di sodio nella dieta.
Un ulteriore elemento di rilievo riguarda il consumo di alcol: attualmente non è stata identificata una soglia minima di assunzione alcolica che sia associata a benefici per la salute, mentre l’assunzione eccessiva rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di ipertensione arteriosa. Il consumo di alcol determina inoltre un incremento dei livelli di trigliceridi e favorisce l’aumento ponderale. Si raccomanda pertanto di limitare o eliminare l’assunzione di bevande alcoliche, soprattutto nei soggetti che mirano alla perdita di peso. Evidenze epidemiologiche confermano una relazione diretta tra l’assunzione di alcolici e l’aumento dei valori pressori; tale rischio si manifesta sia nella popolazione maschile che femminile quando l’introito supera 1-2 unità alcoliche al giorno (10-20 g di alcol/giorno).
Esistono tuttavia differenze fisiologiche tra uomini e donne attribuibili a un metabolismo dell’alcol ridotto nelle donne e a una diversa composizione corporea; tali differenze giustificano limiti di consumo giornaliero leggermente superiori per gli uomini rispetto alle donne. Una riduzione del consumo fino all’astinenza può comportare una diminuzione della pressione arteriosa pari a circa 3,3/2,0 mmHg.
Evitare il consumo eccessivo di alcol, anche occasionale, perché può aumentare la pressione sanguigna e il rischio di emorragia cerebrale. L’abuso di alcolici eleva i trigliceridi, causa danni cardiovascolari e apporta molte calorie; quindi, le bevande alcoliche dovrebbero essere limitate o escluse se si vuole perdere peso.
L’attività fisica regolare è essenziale: almeno 30 minuti al giorno per 5 giorni a settimana, se non ci sono controindicazioni cliniche. Anche semplici attività come camminare o andare in bicicletta possono essere utili. Il mantenimento del peso corporeo è strettamente collegato al controllo della pressione; perdere peso può significare ridurre la quantità di farmaci necessari. Infine, il fumo di sigaretta va assolutamente evitato, poiché danneggia irreparabilmente la salute.
Quali sono i sintomi dell’ipertensione arteriosa?
L’ipertensione arteriosa è spesso priva di sintomi, soprattutto per molti anni. Solo quando si manifestano danni acuti agli organi (come scompenso cardiaco, problemi cerebrali o renali) possono comparire disturbi. Sintomi comuni come mal di testa, epistassi o cefalea non sono correlati all’ipertensione dal punto di vista patologico, ma possono generare paura e allarme inducendo il paziente a misurare la pressione. È fondamentale misurare regolarmente la pressione, anche in assenza di sintomi, utilizzando dispositivi elettronici validati e seguendo le indicazioni del medico.
La misurazione domiciliare della pressione può risultare più affidabile rispetto a quella effettuata in ambulatorio, dove spesso i valori possono essere influenzati da ansia o agitazione. Tuttavia, qualsiasi variazione della terapia deve essere sempre concordata con il medico.
Qual è il ruolo del medico e dei nutraceutici?
Il medico ha un ruolo centrale nell’identificazione del paziente iperteso e nella gestione della patologia. Oltre a promuovere uno stile di vita sano e una corretta alimentazione, può consigliare l’uso di alcuni nutraceutici, soprattutto nei casi di dislipidemia e ipercolesterolemia, prima di arrivare al trattamento farmacologico.
L’uso dei nutraceutici trova un razionale di utilizzo al fine di supportare il paziente nel migliorare il proprio controllo pressorio e dei principali fattori di rischio. Tuttavia, i principali studi clinici e le linee guida internazionali sottolineano che i nutraceutici non hanno un impatto diretto sulla riduzione del rischio cardiovascolare e non possono sostituire i farmaci quando questi sono necessari.
Consapevolezza e prevenzione: la responsabilità del cittadino
In Italia, la classe medica è preparata e attenta al tema dell’ipertensione arteriosa. Le società scientifiche promuovono campagne educazionali, come la Giornata Mondiale dell’Ipertensione il 17 maggio, per sensibilizzare la popolazione. Tuttavia, la responsabilità della prevenzione non può essere affidata solo al medico: è fondamentale che il cittadino sia consapevole della propria salute e parte attiva nel processo di prevenzione. Quando il paziente si coinvolge in prima persona, ad esempio nell’auto-misurazione della pressione, nel corretto stile di vita ed in una adeguata attività fisica è più propenso ad aderire alla terapia e a prendersi cura del proprio benessere.



