A diciotto mesi dalla conversione in legge del Decreto Liste d’Attesa (DL 73/2024), l’analisi indipendente della Fondazione GIMBE restituisce un quadro che interroga direttamente i professionisti. Nonostante le quasi 58 milioni di prestazioni erogate nel 2025 e registrate dalla Piattaforma Nazionale Liste di Attesa (che contiene però solo dati aggregati di carattere nazionale senza differenze territoriali per Regione o Provincia), il sistema rimane un “labirinto” per il cittadino e una sfida gestionale per il medico.

Per i professionisti della salute questi dati rappresentano un segnale d’allarme: la trasformazione forzata del rapporto medico-paziente verso una medicina di “salvataggio” piuttosto che di gestione della salute.

Il paradosso dell’inappropriatezza: quando il “troppo” ostacola la cura

La Piattaforma Nazionale Liste di Attesa attualmente monitora 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici, classificati in base alla priorità indicata nella ricetta: Urgente (entro 3 giorni), Breve (entro 10 giorni), Differita (entro 30 giorni per le visite ed entro 60 giorni per gli esami), Programmata (entro 120 giorni).

Il presidente di fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, sottolinea un dato cruciale: tra le 17 visite specialistiche, le prime 5 (oculistica, dermatologica/allergologica, cardiologica, ortopedica e otorinolaringoiatrica) rappresentano oltre il 54% del totale; per i 95 esami diagnostici, la metà delle prestazioni riguarda appena 10 test di primo livello (soprattutto ecografie e doppler), con una quota di inappropriatezza stimata di almeno il 30%.

Per il medico, questo significa che un terzo del carico di lavoro che intasa i CUP è generato da una medicina difensiva o da prescrizioni non strettamente necessarie. In un contesto di medicina funzionale e preventiva, l’appropriatezza diventa dunque la prima forma di cura: saper distinguere tra l’esame che cambia l’iter terapeutico e quello che alimenta solo l’ansia del paziente è oggi una competenza clinica essenziale per liberare spazio a chi ha urgenze reali.

Intramoenia e frammentazione: il puzzle dei referti

Secondo le stime GIMBE, inoltre, una prestazione su tre viene ormai erogata in regime di intramoenia. Questo spostamento massiccio verso il privato out-of-pocket genera una frammentazione pericolosa del percorso diagnostico.

Il MMG o lo specialista si trovano spesso a dover ricomporre un puzzle di referti provenienti da strutture diverse. Per l’approccio integrato, che richiede una visione olistica del paziente e della sua cronicità, questa assenza di circolarità dei dati rappresenta un arretramento che penalizza direttamente la qualità e la coerenza della terapia.

La “coda invisibile”: il nemico della medicina preventiva

Il dato più allarmante denunciato da GIMBE riguarda la cosiddetta “coda invisibile”: quel 25% di prenotazioni che esce dai radar del monitoraggio nazionale dove resta intrappolata una persona su quattro, costretta ad attendere, a pagare di tasca propria o a rinunciare del tutto alla prestazione. Con tempistiche che, per prestazioni chiave come la visita oculistica o l’ecografia addominale, possono superare i 160 giorni.

Per l’approccio integrato, il ritardo diagnostico è il nemico principale. Gli approcci nutrizionali, nutraceutici e di modulazione dello stile di vita sono straordinariamente efficaci nelle fasi precoci o sub-cliniche. Quando il sistema risponde dopo sei mesi, quella “finestra di opportunità” si è chiusa: la patologia è sovente conclamata e il medico è costretto ad abbandonare l’approccio preventivo/integrato per passare a terapie d’urgenza o protocolli farmacologici pesanti.

Verso una nuova responsabilità professionale

In assenza di riforme strutturali e con i decreti attuativi sul fabbisogno del personale ancora al palo, al medico resta il compito di guida consapevole. La crisi del SSN impone di puntare ancora di più sulla prevenzione primaria: se il sistema diagnostico è in tilt, educare il paziente a stili di vita che riducano l’infiammazione e la necessità di accertamenti continui non è più solo un buon consiglio, ma l’unico atto di salute pubblica possibile.

In questo scenario, la vera sfida per il professionista è trasformare il limite del sistema in un’opportunità di alleanza con il paziente, dove l’appropriatezza e l’educazione diventano gli argini contro la deriva burocratica delle cure.

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