Consumare alimenti considerati favorevoli al microbiota intestinale può associarsi a un profilo cognitivo più efficiente nella terza età. È quanto suggerisce uno studio pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease, condotto su 2.629 adulti di almeno 60 anni inclusi nell’indagine statunitense NHANES 2011-2014.
I ricercatori hanno utilizzato il Dietary Index for Gut Microbiota, o DI-GM, un indice che valuta quanto la dieta sia coerente con un ambiente intestinale ritenuto favorevole. A punteggi più elevati corrispondevano migliori risultati in alcune prove cognitive, anche dopo gli aggiustamenti statistici.
Il DI-GM è stato sviluppato nel 2024 a partire da una revisione di 106 studi. Attribuisce un punteggio positivo a latticini fermentati, ceci, soia, cereali integrali, fibre, mirtilli rossi, avocado, broccoli, caffè e tè verde; penalizza invece carni rosse e lavorate, cereali raffinati e diete in cui almeno il 40% dell’energia deriva dai grassi.
Nei dati NHANES il tè verde non era distinguibile, quindi il punteggio massimo utilizzato arrivava a 13. Non si tratta di una dieta prescrittiva, ma di uno strumento sintetico per descrivere la qualità del menu dal punto di vista del microbiota.
Quali domini cognitivi sono stati valutati
Le capacità cognitive sono state esplorate con tre strumenti. Il CERAD valuta apprendimento e richiamo di parole; l’Animal Fluency Test indaga fluidità verbale e funzioni esecutive; il Digit Symbol Substitution Test misura velocità di elaborazione, attenzione sostenuta e memoria di lavoro.
Sono test utili negli studi epidemiologici, ma non equivalgono a una diagnosi clinica di decadimento cognitivo o demenza.
I risultati principali
Rispetto ai partecipanti con DI-GM compreso tra 0 e 3, quelli con punteggio pari o superiore a 6 ottenevano in media 1,11 punti in più nel test di fluidità verbale e 4,95 punti in più nel test dei simboli.
Anche il punteggio cognitivo globale risultava superiore. Non è emersa invece un’associazione significativa con il CERAD. Il segnale sembra quindi riguardare soprattutto rapidità mentale, attenzione e funzioni esecutive, più che tutte le componenti della memoria.
Il possibile ruolo dell’infiammazione
Fibre e alimenti vegetali vengono fermentati dai microrganismi intestinali, con produzione di acidi grassi a catena corta, tra cui il butirrato. Questi metaboliti partecipano alla regolazione della barriera intestinale, del sistema immunitario e dei segnali lungo l’asse intestino-cervello.
Gli autori hanno inoltre osservato che l’indice infiammatorio della dieta spiegava in parte il legame tra DI-GM e risultati cognitivi. Una dieta più favorevole al microbiota potrebbe quindi associarsi a una minore pressione infiammatoria, pur senza dimostrare da sola il meccanismo biologico sottostante.
La conferma da una coorte con metagenomica
Un secondo lavoro ha affiancato ai dati NHANES una coorte di Hong Kong con analisi metagenomiche. In questa popolazione, un maggiore apporto di fibre era associato a punteggi cognitivi migliori e a una maggiore presenza di batteri fermentatori.
Tra questi, Eubacterium ventriosum spiegava una piccola quota dell’associazione tra fibre e riduzione del rischio di demenza. Anche questo risultato, tuttavia, va interpretato come ipotesi biologica e non come prova terapeutica.
Limiti da considerare nella pratica clinica
Il limite principale è il disegno trasversale: dieta e cognizione sono state fotografate nello stesso periodo. Non è quindi possibile stabilire se l’alimentazione abbia contribuito a migliori prestazioni cognitive o se persone più sane, autonome e con abitudini complessivamente favorevoli fossero più inclini a seguire un’alimentazione di qualità.
Inoltre, i richiami alimentari di 24 ore possono contenere errori e il DI-GM resta un indicatore indiretto: nello studio sul Journal of Alzheimer’s Disease il microbiota dei singoli partecipanti non è stato misurato direttamente.
Cosa sappiamo dagli interventi sul microbiota
Una revisione del 2026 su 15 studi di intervento ha riportato segnali favorevoli per dieta, probiotici e altre strategie mirate al microbiota, soprattutto nelle fasi iniziali del deterioramento cognitivo.
Gli autori hanno però evidenziato l’eterogeneità degli studi e la necessità di trial più ampi, più lunghi e meglio standardizzati prima di tradurre questi approcci in raccomandazioni specifiche.
Il messaggio per medici di famiglia e specialisti
Per la pratica clinica, il messaggio resta prudente ma coerente con le raccomandazioni nutrizionali generali: promuovere un maggiore consumo di fibre, legumi, cereali integrali, verdure e alimenti fermentati, limitando carni lavorate e prodotti raffinati.
Non esiste ancora un menu capace di prevenire l’Alzheimer, ma sostenere il microbiota intestinale potrebbe rappresentare uno dei tasselli di uno stile di vita favorevole all’invecchiamento cerebrale.
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