Articolo realizzato in collaborazione con Eli Lilly
Il medico di medicina generale è spesso il primo a riconoscere un eccesso di peso, anche quando il paziente si presenta in studio per tutt’altro motivo. Da qui può iniziare una presa in carico che non si esaurisce con il dimagrimento: l’obesità è una malattia cronica, progressiva e recidivante, che richiede attenzione clinica, cure nel tempo e, quando necessario, la collaborazione di diversi professionisti. La conoscenza della persona, della sua storia e delle sue abitudini rende il medico di famiglia un riferimento essenziale.
Il primo incontro in studio
Dal mal di schiena a un controllo della pressione, da un certificato a una visita per un problema del tutto diverso: le ragioni per cui una persona si rivolge al medico di famiglia sono tante. Spesso è proprio durante queste visite che emerge una condizione di eccesso ponderale di cui il paziente non è pienamente consapevole. Secondo i dati ISTAT relativi al 2025, il 46,4% degli adulti italiani è in eccesso di peso: il 34,8% è in sovrappeso e l’11,6% presenta obesità.
«Sta a noi aiutare il paziente a prendere consapevolezza del problema, senza colpevolizzarlo – spiega Gianmarco Marrocco, medico di famiglia e vicesegretario provinciale FIMMG Roma. – L’obesità non è soltanto una questione estetica: aumenta il rischio di diabete, malattie cardiovascolari, disturbi respiratori e del sonno. Dopo una valutazione clinica, il nostro compito è impostare insieme al paziente un programma terapeutico che parta dagli stili di vita, in primis una sana alimentazione e attività fisica, e preveda, quando necessario, anche le terapie farmacologiche. Intervenire precocemente può fare una grande differenza».

L’inquadramento parte dall’anamnesi e dalla valutazione di peso, altezza, indice di massa corporea e circonferenza vita. Quando utile, può essere approfondito con una valutazione della composizione corporea. Gli esami di laboratorio servono invece a indagare eventuali comorbidità, in base alle caratteristiche del paziente.
Una cura su misura
«Le linee guida sono un riferimento indispensabile, ma poi bisogna guardare al singolo paziente – prosegue Marrocco. – Contano la familiarità, le altre patologie, le terapie farmacologiche assunte, le abitudini alimentari, il lavoro, il sonno e la possibilità concreta di fare attività fisica. Non possiamo proporre lo stesso percorso a tutti».
Un quarantenne con un indice di massa corporea (BMI) di 31-32, senza complicanze rilevanti, può essere seguito dal medico di famiglia con controlli periodici e un programma personalizzato. Quando il quadro è più complesso, per la presenza di comorbidità o la necessità di valutazioni e trattamenti specifici, entra in gioco la collaborazione con lo specialista. La necessità di coinvolgere lo specialista non dipende soltanto dal BMI, ma dalla valutazione complessiva del paziente.
Gli stili di vita restano fondamentali
Alimentazione, movimento e qualità del sonno sono parte integrante del trattamento. Il medico di famiglia può aiutare il paziente a individuare obiettivi realistici, tenendo conto anche delle sue condizioni di vita: per chi lavora su turni o passa molte ore alla guida, ad esempio, cambiare le proprie abitudini può essere più difficile. «L’attività fisica regolare e una corretta alimentazione sono essenziali, così come l’attenzione al sonno. Ma non possiamo ridurre l’obesità alla sola forza di volontà: è una malattia multifattoriale, che richiede ascolto e sostegno nel tempo. Il paziente non deve essere lasciato solo».
Quando indicata, la terapia farmacologica si affianca agli interventi sugli stili di vita e amplia le possibilità di cura. Nei casi appropriati può essere valutato anche il trattamento chirurgico. «le nuove terapie farmacologiche sono una risorsa importante, che si affianca senza sostituire attenzione all’alimentazione e movimento. L’obiettivo non è inseguire un risultato rapido: è migliorare la salute e mantenere i benefici nel tempo», sottolinea Marrocco.
La collaborazione sul territorio
Nella gestione dell’obesità può essere utile il confronto con l’endocrinologo e, quando necessario, il contributo del nutrizionista e dello psicologo. Anche il farmacista può contribuire a orientare il paziente: davanti a una condizione di obesità evidente, oppure quando vengono richieste terapie farmacologiche o integratori per dimagrire, può suggerire di rivolgersi al proprio medico di famiglia per un’adeguata valutazione clinica. «Il medico di famiglia non è soltanto il primo filtro prima dello specialista. È il professionista che segue la persona nel tempo, conosce le sue comorbidità, controlla l’andamento delle terapie e tiene insieme i diversi interventi. La presa in carico può essere condivisa, ma il paziente deve poter contare su un riferimento stabile». In questa prospettiva anche le Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) possono favorire una maggiore collaborazione fra colleghi e una gestione più continuativa dei pazienti, valorizzando il rapporto di fiducia con il proprio medico.
Prevenzione e accesso alle cure
La prevenzione comincia dall’infanzia. È importante rafforzare il dialogo tra pediatri di libera scelta e medici di famiglia, anche attraverso un Fascicolo Sanitario Elettronico completo e facilmente consultabile, così da non perdere informazioni utili nel passaggio all’età adulta. Serve inoltre coinvolgere le famiglie nell’educazione alimentare e nella promozione del movimento. «La formazione dei medici deve tenere il passo con le nuove evidenze e con le possibilità terapeutiche – conclude Marrocco -. La Legge 149/2025 ha riconosciuto l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, ponendo le basi per l’accesso a percorsi di diagnosi e cura nell’ambito dei LEA. La sfida ora è tradurre questo riconoscimento in percorsi assistenziali realmente accessibili e continuativi. Prevenire e trattare l’obesità significa migliorare la qualità di vita delle persone e ridurre, nel tempo, il peso delle complicanze anche sul Servizio Sanitario Nazionale».



