Le malattie cardiovascolari continuano a rappresentare la prima causa di morte a livello globale e anche nel nostro Paese, con costi sanitari associati che si attestano a circa 19-24 miliardi di euro, di cui 11-16 miliardi diretti e 5-8 miliardi indiretti, secondo la Società italiana per la prevenzione cardiovascolare (Siprec). Secondo un report della World Heart Federation (Whf) i decessi sono aumentati del 60% a livello globale: da 12,1 milioni nel 1990 a 20,5 milioni nel 2021. In base ai dati Istat nello stesso anno (l’ultimo disponibile) in Italia hanno causato 217.523 vittime (ma la stima è oggi oltre 240mila), seguite dai tumori con 174.511: insieme causano più del 55% dei decessi totali.

In realtà il tasso di mortalità a livello globale è sceso da 354,5 decessi per 100.000 persone nel 1990 a 239,9 decessi per 100.000 persone (dato disponibile, 2019), grazie ai migliori trattamenti farmacologici e al miglioramento del controllo dei fattori di rischio. L’apparente contraddizione si spiega con la combinazione di due fattori: l’invecchiamento e la crescita della popolazione. Un campanello d’allarme è poi l’aumento di alcune patologie, come miocarditi e pericarditi, dal Covid in poi, soprattutto tra i giovani maschi. Che cosa si può fare di più a livello di politiche di prevenzione, stili di vita, screening e ovviamente nuove terapie?  Il fattore preventivo risulta fondamentale. 

Il fattore prevenzione

Il report ha evidenziato che l’ipertensione, l’inquinamento atmosferico, l’uso di tabacco e l’ipercolesterolemia sono i principali fattori. Secondo il professor Fausto Pinto, coautore del report ed ex presidente della WHF, è possibile prevenire fino all’80% degli infarti e degli ictus prematuri. «Si stima che circa 47mila decessi siano attribuibili al mancato controllo del colesterolo» ha rilevato Furio Colivicchi,past president Anmco, l’Associazione nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri, e direttore Cardiologia clinica e riabilitativa dell’ospedale San Filippo Neri di Roma. L’attenzione è verso il cambiamento degli stili di vita, cercando di contrastare i fattori patogenetici aterosclerotici, come la dislipidemia dieta pro-infiammatoria, il fumo, l’ipertensione arteriosa, il diabete mellito, la sedentarietà, l’obesità. Oggi si punta però l’attenzione sullo stato infiammatorio cronico di basso grado e ossidativo chiamato anche inflammaging, che contribuisce alla progressione della placca aterosclerotica, lo stress, e anche l’inquinamento elettromagnetico.

La Siprec ribadisce che i primi attori della prevenzione debbano essere i medici di medicina generale, che hanno il compito di identificare i pazienti a rischio, per esempio, di sviluppare diabete e, se diabetici, di sviluppare le complicanze croniche. In Italia però solo il 50% dei pazienti con malattie cardiovascolari aderisce correttamente alle cure. Secondo la campagna sociale di Fondazione Pubblicità Progresso Prendi a cuore la tua salute: Aderire alle terapie salva la vita, realizzata con l’endorsement delle Associazioni regionali cardiologi ambulatoriali (Arca), la Federazione italiana medici di famiglia (Fimmg), Società italiana dei medici di medicina generale e delle cure primarie (Simg) Federazione ordini farmacisti italiani (Fofi) e altre associazioni, in Europa aiutare i pazienti ad assumere correttamente le terapie prescritte permetterebbe di salvare la vita di circa 200mila pazienti e di ridurre le spese sanitarie di circa 125 miliardi di euro l’anno. Ogni anno, rileva la campagna, nel mondo si sfiorano i 19 milioni di decessi.

L’Insulino resistenza 

Il legame tra le malattie cardiovascolari e l’insulino resistenza, la cui diffusione è stimata in tutto il mondo con una prevalenza fino a circa la metà della popolazione generale, è da anni al centro degli studi di Serafino Fazio, già professore di Medicina Interna all’Università degli Studi di Napoli Federico II, specialista in medicina interna e cardiologia che sul tema ha pubblicato diversi paper. L’obiettivo è stimolare la comunità scientifica e i decisori a promuovere una campagna di screening per attuare meccanismi di controllo preventivi (in Italia si stimano circa 4 milioni di persone con il diabete, di cui 3,5 milioni di tipo 2).  

Serafino Fazio, già professore di Medicina Interna all’Università degli Studi di Napoli Federico II, specialista in medicina interna e cardiologia 

«L’insulino resistenza è causa di ipercolesterolemia ‒ spiega ‒. Una persona insulino resistente ha il colesterolo totale,  LDL aumentato e quello HDL basso, oltre a trigliceridi elevati. Ed è anche la causa principale dell’ipertensione arteriosa essenziale, quella più diffusa.

L’insulina in eccesso determina un aumento della ritenzione di sodio a livello renale e crea un eccesso di volume nei vasi ematici. Inoltre, è presente un’alterazione dell’omeostasi vascolare perché si riduce la formazione di ossido nitrico a favore dell’endotelina-1, che è un peptide vasocostrittore e si determina anche uno stimolo del sistema nervoso simpatico con aumento della noradrenalina. Tutti presupposti perché si determini ipertensione arteriosa. Associata all’insulino resistenza, è anche un fattore di crescita: stimola la disfunzione endoteliale che è alla base dello sviluppo di aterosclsclerosi, a sua volta associata all’aumento di trombosi; determina ipertensione arteriosa, danno renale, ma anche aumento dei tumori e del rischio di malattie neurodegenerative e invecchiamento. Gli ultimi studi correlano l’insulino resistenza e livelli elevati di insulina all’aumento di mortalità per tutte le cause». 

Lo stile di vita 

È il movimento una delle chiavi, insieme alla dieta, per contrastarla. «L’insulino resistenza è determinata da diversi fattori ancora non del tutto conosciuti, ma quello principale è uno stile di vita inadeguato, dove la sedentarietà gioca il ruolo maggiore. I recettori dell’insulina sono molto numerosi a livello dei muscoli che usiamo per la deambulazione: se non sono stimolati a sufficienza diminuiscono o risultano meno attivi. Nell’insulino resistenza si alterano anche i recettori a livello epatico, dove l’eccesso di insulina può determinare lo sviluppo di fegato grasso non alcolico. Basta una camminata di 10 mila passi (anche meno, in rapporto all’età), tutti insieme e a buona andatura, un’ora al giorno almeno 4-5 volte la settimana, per stimolarli e prevenire o ridurre l’insulino resistenza. C’è una diatriba, cioè se venga prima l’obesità o l’insulino resistenza: in realtà credo che venga prima l’insulino resistenza, come dimostrato dall’uso dei GLP-1 agonisti recettoriali. Infatti, con il loro uso, il miglioramento dell’insulino resistenza avviene largamente prima della riduzione del peso». 

Curare l’alimentazione

Il secondo aspetto chiave è quello della dieta: sovrappeso e obesità sempre più diffusi indicano che c’è un progressivo pericoloso abbandono di una dieta equilibrata. «Obesità e rischi cardiovascolari sono aumentati enormemente anche nei bambini. La Campania è tra le regioni con più alto tasso di obesità infantile in Europa e questo è dovuto al cambiamento dello stile di vita. C’è un eccesso di cibo ipercalorico e ultraprocessato, che è anche addizionato di zuccheri; si è ridotto il consumo di verdure, che sono poco caloriche e ricche di sostanze che possono prevenire i danni da insulino resistenza. Si acquistano cibi precotti, con additivi che possono nuocere alla salute.

La dieta deve essere bilanciata ed equilibrata nella sua composizione tra lipidi, proteine o zuccheri: se si eccede in qualunque direzione si creano squilibri. E poi deve essere molto variata. Bisogna tornare a insegnare cultura alimentare a partire dalle scuole. Vanno soprattutto ridotti gli idrati di carbonio che sono la spinta maggiore all’insulino resistenza. Anche l’alcool, in eccesso, contribuisce all’insulino resistenza a livello epatico e crea fegato grasso. Ma un bicchiere di vino rosso al giorno, in una persona sana, può portare i benefici dei tannini, polifenoli, flavonoidi. Il giusto sta nel mezzo».

L’importanza dello screening

Il professor Fazio si sta battendo per diffondere anche tra i medici di medicina generale l’attività di screening sull’insulino resistenza. «La ricerca dell’insulino resistenza e il dosaggio dell’insulinemia vengono fatte da pochissimi medici. L’indice più affidabile per questa diagnosi è l’HOMA-IR (Homeostasis Model Assessment of Insulin Resistance) che si basa sul dosaggio simultaneo di insulina e glicemia a digiuno. Il suo valore normale negli adulti è compreso tra 0,23 e 2,5, se è superiore significa che c’è insulino resistenza».  Anche le medicina integrata può dare il suo contributo. «Anni fa studiai molto la berberina, sostanza naturale che la medicina indiana e cinese usano da oltre due secoli per il controllo del diabete. Agisce come sensibilizzante all’insulina, come la metformina, farmaco che si utilizza nel diabete di tipo 2. Se non si riesce a risolvere con il cambiamento di stile di vita e i prodotti naturali, la soluzione può essere appunto la metformina o i farmaci di nuova generazione, quali gli agonisti recettoriali del GLP-1, come la semaglutide, o gli inibitori del SGLT-2, per le forme più severe».

Per il professor Fazio si è puntato troppo negli anni solo sul colesterolo come trigger principale delle malattie cardiovascolari, esagerandone la sua implicazione. «È pur sempre una sostanza fondamentale per il mantenimento della struttura cellulare, costituisce le membrane, fondamentali a livello neurologico, è la sostanza da cui si formano la maggior parte degli ormoni. Abbassarlo in maniera eccessiva, come si è fatto nei soggetti a rischio, fino alla quasi inesistenza, è sbagliato e può produrre un danno». Anche le statine, pur apportando benefici, hanno un risvolto della medaglia. «Molti studi mettono in evidenza che quando si forza troppo l’abbassamento del colesterolo con le statine, queste possono provocare insulino resistenza fino a determinare diabete: si riduce un fattore di rischio, creandone un altro. Anche il riso rosso fermentato, che contiene monacolina K, agisce con il meccanismo delle statine». 

L’infiammazione come trigger

Secondo Massimo Fioranelli, medico, specialista in Cardiologia e Medicina interna la chiave del problema delle malattie cardiovascolari, il principale fattore di rischio, è l’infiammazione cronica a basso grado, che dà poca sintomatologia.

Massimo Fioranelli, medico, specialista in Cardiologia e Medicina interna

«Questa iperattivazione del sistema immunitario, che per l’80% risiede nel nostro sistema gastrointestinale, provoca la produzione di citochine infiammatorie. Quando visitiamo un paziente ci rendiamo conto facilmente della compromissione infiammatoria del soggetto. Se, per esempio, l’intestino è alterato, sia in senso di una stitichezza sia in senso diarroico, è in genere un effetto dell’infiammazione. Un altro indicatore di infiammazione sistemica è l’astenia marcata, gonfiori o dolori addominali, l’insonnia, che è tipicamente indotta dall’iperespressione dell’interleuchina 6. Quando un individuo dorme poco e male, con risvegli notturni, soprattutto tra le 3 e le 4 del mattino, di base c’è una patologia infiammatoria.

Anche la perdita della massa muscolare è un indice di infiammazione; il paziente sarcopenico con masse muscolari ridotte rimanda all’infiammazione sistemica. Abbiamo poi esami ematochimici abbastanza semplici che possiamo fare, come la valutazione dell’aumento della proteina C reattiva ad alta sensibilità o aumento del colesterolo, che segnala come l’organismo stia compensando l’infiammazione, le alterazioni delle frazioni proteiche, le anemie refrattarie eccetera. Ma più che abbassare tout court il colesterolo, bisognerebbe chiedersi perché un organismo, che ha una evoluzione di 3 milioni di anni, sta manifestando questo tipo di risposta. Ed è compito del medico capire il meccanismo fisiopatologico per cui ci sono queste manifestazioni». 

I tratti genetici e lo stress

Certo, la questione è complessa. E volendo, può spingersi fino a livello genetico. Il professore Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ricorda, per esempio, che il rovescio della medaglia di avere ereditato tratti genetici dell’uomo di Neanderthal è per esempio «la predisposizione al diabete attraverso geni che pervengono la degradazione dei grassi, che all’uomo di Neanderthal servivano per difendersi da temperature troppo basse o come fonte di energia»; e che «senza i geni di Neanderthal infarto del cuore o ictus del cervello non esisterebbero perché allora serviva una coagulazione vivace per chiudere in fretta le ferite e non morire dissanguati» (Giuseppe Remuzzi, Le impronte del signor Neanderthal, Solferino). Ma ci sono aspetti peculiari della vita moderna che sono indubbiamente correlati e su cui si può agire.  

«L’infiammazione è un meccanismo naturale di adattamento e difesa degli organismi viventi. Se le patologie cardiovascolari diventano un problema sociale significa che a monte c’è una qualità della vita nettamente peggiorata, sempre più frenetica: passiamo il tempo a stressarci per soddisfare dei bisogni indotti. Lo stress psichico è tra i principali meccanismi che scatenano l’infiammazione: è la risposta dell’organismo a un pericolo, ma se diventa cronico, oltre le 72 ore, l’organismo ci presenta un conto biologico da pagare. L’altro motivo è che mangiamo veramente male. Poche multinazionali dominano l’agroalimentare e hanno interessi che si espandono alla farmaceutica. E le cure che a volte facciamo per alcuni disturbi non fanno che peggiorare la situazione. Se ho una gastrite per un’infiammazione dell’intestino e uso in cronico un inibitore di pompa protonica, senza alcun’altra strategia terapeutica di supporto, non faccio che peggiorare la condizione: altero il microbiota, riduco la funzionalità del sistema immunitario e cronicizzo la malattia». 

Agire sul microbiota

Il fronte del microbiota continua a essere una delle possibili chiavi di approccio integrato. «Vedo con ottimismo una certa apertura degli ultimi congressi della cardiologia tradizionale: noi da più di 20 anni parliamo di microbiota. Avevamo la documentazione che quando la permeabilità intestinale è alterata, le pressioni di riempimento cardiaco variano. E sapevamo che quando c’è una disfunzione dell’intestino tutte le patologie cardiovascolari peggiorano, anche da un punto di vista meccanico, emodinamico. Nessun trattamento puoi svincolarsi oggi dalla visione del microbiota intestinale che è un regolamentare fondamentale del nostro sistema immunitario: quando usiamo un inibitore di pompa protonica o un antibiotico, queste sostanze chimiche possono creare danni al microbiota.

Uno dei grandi problemi legato alle malattie cardiovascolari è, per esempio, l’obesità e tra i ceppi più interessanti c’è per esempio il bifido Akkermansia muciniphila, ma c’è ancora molto da fare da parte della ricerca per modulare la flora batterica intestinale e darci risposte più appropriate. Non è cosa semplice e non è legata solo all’integrazione con probiotici, prebiotici o postbiotici». La cardiologia integrata, secondo Fioranelli, nella stragrande maggioranza dei casi può portare un grande miglioramento alla qualità di vita dei pazienti. «Non esistono soltanto le sostanze chimiche, ma anche terapie più naturali, complementari. Come antinfiammatorio generale, che colpisce magari le articolazioni, potremmo benissimo usare la curcuma, da impiegare curando anche l’aspetto nutrizionale e l’approccio non farmacologico».  

La diagnostica dello stress 

Antonio Sacco è medico di medicina generale presso l’Asl di Verona. Specialista in Idrologia medica, ha conseguito molteplici master universitari, tra cui ossigeno-ozono terapia, omotossicologia, ottimizzazione neuropsicofisica e CRM terapia per patologie stress correlate. Da 25 anni integra le conoscenze di Medicina Funzionale anche in ambito cardiovascolare.

Antonio Sacco, medico di medicina generale presso l’Asl di Verona. Specialista in Idrologia medica, ha conseguito molteplici master universitari, tra cui ossigeno-ozono terapia, omotossicologia, ottimizzazione neuropsicofisica e CRM terapia per patologie stress correlate

«Oggi si punta molto sui fattori di rischio legati allo stile di vita che predispongono all’infiammazione, quali la gestione dello stress, l’attività fisica e la sedentarietà, la qualità del sonno, la respirazione non efficace, la qualità del cibo e i ritmi circadiani alterati. E c’è la possibilità di monitorarli e correggerli in modo personalizzato utilizzando tecnologie innovative e non invasive.

Tra queste la fotopletismografia periferica PPG, la bioimpedenziometria corporea con analisi intracellulare, la Tomografia elettrolitica extracellulare per il riconoscimento e la localizzazione di processi infiammatori cronici di basso grado, che permettono di essere predittivi in ambito di prevenzione primaria e secondaria sia su pazienti cardiovascolari sia su persone sane o su atleti.  L’innovazione è la diagnostica dello stress e della variabilità cardiaca con strumenti che utilizzano tecnologie tradizionali quali i campi bioelettrici a bassissime frequenze, supportati da ricerche e pubblicazioni scientifiche. Valutiamo parametri innovativi quali il tessuto adiposo intramuscolare (IMAT), che è un fattore di rischio predittivo di insulino resistenza, steatosi epatica, infiltrazione di grasso del muscolo scheletrico e cardiaco, dopo di che si va a monitorare la matrice extracellulare. E ancora la coerenza e la variabilità cardiaca, l’aritmia sinusale respiratoria, che sono indici di buona salute e predittivi di rischio cardiovascolare. Tutto questo permette di sapere in tempo reale qual è la condizione vascolare del paziente in risposta agli stressors. La piattaforma è in grado di mettere insieme centinaia di dati e permette di estrapolare, per esempio, l’età biologica, predire il rischio di malattia e la riserva di salute.  Si monitorano i soggetti con strumentazione di telemedicina e AI a distanza, basandoci sul biofeedback respiratorio».  

Monitoraggio costante

Oggi si parla spesso di inflammaging, dove il ruolo dello stress come trigger è sempre più importante. «Se parlo di cardiologia metabolica, non posso fermarmi solo all’aspetto cardiovascolare. Il cuore è in stretto collegamento con il cervello e l’intestino. È un unico sistema dove lo stress la fa da padrone. Il nervo vago è l’unico nervo antinfiammatorio, ma sotto stress perde questa capacità e le sue fibre afferenti non sono in grado di informare il cervello su ciò che avviene in periferia. Stessa cosa avviene nell’infiammazione dell’endotelio, che non possiamo avvertire a livello di sintomi, ma solo con esami strumentali e di laboratorio predittivi. L’infiammazione di basso grado, silente, coinvolge la matrice extracellulare che si può testare e trattare con le nuove tecnologie. Anche per le abitudini alimentari utilizzo un’app che funziona con l’Ai dove il paziente registra per 7 giorni ciò che mangia, la quantità e l’orario. Vado così a verificare il carico glicemico, se è giustamente alto al mattino o se lo è invece di sera, quando dovrebbe essere zero, indicando pertanto una curva del cortisolo e dell’insulina invertita. Vado a vedere il PRAL, la quantità del carico renale potenziale dovuto a cibi acidi, il Food insulin index.

Attenzione al colesterolo

Come causa della maggior parte delle patologie cardiovascolari, è sottolineato anche da Massimo Fioranelli, co-curatore fra l’altro, con Luca Speciani, di Cardiologia integrata, un nuovo approccio nella strategia terapeutica della malattia cardiovascolare, Tecniche Nuove. Un volume che fa una revisione critica dell’approccio meccanicistico della cardiologia odierna, offrendo una visione sistemica che apre a nuovi orizzonti di cura. «Di per sé è non è un killer cosi come è stato descritto ‒ sottolinea ‒. È l’unico grasso del nostro organismo che non viene metabolizzato, l’organismo lo recupera in tutte le parti in cui viene perso. È una sostanza antiossidante che protegge le membrane, il 30% del nostro cervello è fatto di colesterolo, costituisce la struttura chimica di base dei principali ormoni steroidei, della vitamina D, ed è estremamente importante per il sistema immunitario, la regolazione della proliferazione cellulare, la modulazione dell’infiammazione e del metabolismo.

È un fattore di nutrimento del sistema immunitario, che lavora soprattutto di notte; e anche per questo la produzione di colesterolo è massima nelle ore notturne. L’induzione di un enzima epatico, HMG-CoA reduttasi, da parte di alcuni ormoni, in particolari l’insulina, determina un aumento della produzione di colesterolo, che dunque è un fattore di protezione immunitaria. Oggi dobbiamo essere consapevoli del problema serio dell’inquinamento elettromagnetico che secondo il mainstream non darebbe alcuna problematica biologica.

Abbiamo invece visto dall’ampia letteratura che induce la modifica di alcuni parametri immunologici, tra cui il blocco della calcineurina, una fosfatasi implicata in una grande varietà di risposte biologiche, compresa l’attivazione dei linfociti, l’attività neuronale, lo sviluppo muscolare, la crescita dei neuriti, e la morfogenesi delle valvole cardiache. È di fondamentale importanza nel meccanismo di signaling che porta all’attivazione dei linfociti, soprattutto di quelli T. Il blocco della calcineurina inibisce la funzione dei linfociti, cellule fondamentali nella risposta immunitaria».  

La micoterapia funzionale

Come terapia di supporto cardiovascolare il dottor Sacco utilizza integratori per correggere gli squilibri evidenziati nei test che permettono una terapia di precisione, ma anche la Micoterapia Funzionale, tra i primissimi a sperimentarla già 26 anni fa. «Si differenzia da quella classica che tiene conto solo del tropismo d’organo di ogni fungo medicinale: prima di prescriverli si usano test predittivi, per identificare lo stato neurovegetativo del paziente in quel momento. Utilizzo funghi come Reishi, Cordyceps, Agaricus, Shiitake, Maitake, Pleurotus Chaga, abbinati a fitoterapici specifici. Sono di supporto per il cuore, il controllo lipidico e glicemico. Regolano la glicemia, il colesterolo Ldl, l’infiammazione; detossificano il fegato, modulano la risposta allo stress. Vanno ad agire su molti fattori causali delle cardiopatie molto prima che si manifestano segni e sintomi che portano poi ad aterosclerosi, diabete di tipo 2, sindrome metabolica. E possono essere affiancati ai farmaci convenzionali, prestando attenzione a eventuali interazioni. Cosi è possibile mettere in pratica la vera medicina preventiva e di precisione che in ambito cardiovascolare oggi è necessaria».

Obesità nel mirino 

Il tema dell’intreccio fra sovrappeso, obesità e malattie cardiovascolari è stato al centro del congresso Change in Cardiology 2025. Durante la tre giorni, che si è svolta al Centro Congressi del Lingotto di Torino, l’attenzione, in particolare, è stata rivolta ai  nuovi farmaci contro l’obesità, semaglutide e tirzepatide. I pazienti trattati con questi farmaci possono perdere tra il 10% e il 20% del loro peso corporeo, con una significativa riduzione del rischio di eventi cardiovascolari. In base ai dati comunicati, l’obesità comporta un rischio di fibrillazione atriale di quasi 50% superiore rispetto a chi ha un peso normale; un rischio di infarto e ictus aumentato del 64% e di scompenso cardiaco incrementato del 30%. Sovrappeso e obesità colpiscono più del 60% della popolazione europea. Secondo dati Istat (anno 2021), l’11,5% degli adulti nel nostro Paese è obeso, con una maggiore prevalenza tra gli uomini (12,3%) rispetto alle donne (10,8%). Questo si traduce in circa 4 milioni di persone adulte obese in Italia, di cui circa 400mila convivono con lo scompenso cardiaco. 

Tratto dal numero di giugno 2025 di Medicina Integrata

Bibliografia di riferimento

Insulin Resistance with Associated Hyperinsulinemia as a Cause of the Development and Worsening of Heart Failure, Umberto Attanasio, Valentina Mercurio, Serafino Fazio, Biomedicina, 2024

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39767796

Chronically Increased Levels of Circulating Insulin Secondary to Insulin Resistance: A Silent Killer, Serafino Fazio, Paolo Bellavite , Flora Affuso, Biomedicina, 2024 

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39457728

Insulin Resistance/Hyperinsulinemia, Neglected Risk Factor for the Development and Worsening of Heart Failure with Preserved Ejection Fraction, Serafino Fazio, Valentina Mercurio, Valeria Fazio, Antonio Ruvolo , Flora Affuso, Biomedicina, 2024

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38672161

A Descriptive Review of the Action Mechanisms of Berberine, Quercetin and Silymarin on Insulin Resistance/Hyperinsulinemia and Cardiovascular Prevention, Paolo Bellavite, Serafino Fazio, Flora Affuso, Molecules, 2023

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37298967

Insulin Resistance, a Risk Factor for Alzheimer’s Disease: Pathological Mechanisms and a New Proposal for a Preventive Therapeutic Approach, Flora Affuso, Filomena Micillo, Serafino Fazio, Biomedicines 2024

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39200352

Insulin resistance: Is it time for primary prevention?, Valentina Mercurio , Guido Carlomagno, Valeria Fazio, Serafino Fazio, World J Cardiol, 2012

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Insulin Resistance/Hyperinsulinemia as an Independent Risk Factor That Has Been Overlooked for Too Long, Serafino Fazio, Flora Affuso, Arturo Cesaro, Loredana Tibullo, Valeria Fazio, Paolo Calabrò, Biomedicines 2024

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Electromagnetic fields may act via calcineurin inhibition to suppress immunity, thereby increasing risk for opportunistic infection: Conceivable mechanisms of action, PR Doyon, O Johansson, Med Hypotheses, 2017

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/28818275

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https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26682791

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