La medicina di genere nasce dalla consapevolezza che le caratteristiche biologiche e i fattori sociali e culturali possano influenzare il benessere psicofisico e la risposta alle cure di una persona. Numerose ricerche ormai hanno dimostrato che l’esordio, l’evoluzione e le manifestazioni cliniche delle patologie tengono conto di variabili legate al sesso e al genere del paziente e che, dunque, i risultati ottenuti da studi clinici e sperimentazioni condotti prevalentemente su uomini caucasici non possono essere considerati automaticamente rappresentativi dell’intera popolazione.
Lo studio della longevità rappresenta uno degli ambiti in cui questo approccio risulta particolarmente rilevante. Il panel The Science of Self-Care: From Hype to Health, parte del ciclo di eventi del Milan Longevity Summit, tenutosi dal 20 al 23 maggio all’Allianz MiCo di Milano, ha affrontato questo tema alla luce delle evidenze scientifiche riguardanti le aspettative di vita e lo stato di salute degli italiani.
La perdita di vita sana delle donne
Le donne, in media, vivono più a lungo degli uomini (nel 2025 l’aspettativa di vita era di circa 86 anni per le donne e quasi 82 per gli uomini), ma godono di meno anni di buona salute. L’incremento della speranza di vita, quindi, non è stato accompagnato da un miglioramento delle condizioni di salute a lungo termine.
Roberta Crialesi, research director dell’Istituto Italiano di Statistica ISTAT, ha spiegato questo paradosso evidenziando come la fetta di popolazione femminile sia soggetta con maggiore rapidità all’insorgenza di patologie croniche o invalidità. «Le donne trascorrono circa 12 anni con limitazioni, ovvero più del 50% dell’aspettativa di vita complessiva a 65 anni, mentre per gli uomini questa quota si attesta al 40%. I dati ci dimostrano che, a 75 anni e più, oltre tre donne su quattro convivono con patologie croniche».
Il tema della comorbidità è rilevante perché oggi interessa circa 13 milioni di persone e, secondo le proiezioni, il numero assoluto di anziani con oltre 2 patologie croniche aumenterà di oltre 2 milioni entro il 2044. Di questi, il 60% sarà composto da donne.
A essere colpita non solo la salute strettamente fisica, ma anche quella mentale, che rappresenta una criticità rilevante anche tra le più giovani. «L’indice di benessere psicologico è sistematicamente inferiore tra le donne rispetto agli uomini – continua Crialesi – con differenze più accentuate tra le giovanissime e le più anziane. Tra i fattori che contribuiscono a queste disuguaglianze vi sono l’isolamento, la precarietà economica e il carico di cura. Quest’ultimo, spesso invisibile nelle statistiche sanitarie, ricade prevalentemente sulle donne (70% contro il 20% degli uomini), limitando il tempo che possono dedicare alla propria salute e al proprio benessere, con conseguenze spesso rilevanti sia dal punto di vista medico sia da quello sociale».
Le cause della minore longevità femminile
A incidere su una sana longevità non sono, dunque, solo le caratteristiche biologiche. A influenzare il rischio di comorbidità e di mortalità delle donne incidono in larga parte gli stili di vita. La sedentarietà, ad esempio, è una criticità rilevante (35-36% delle donne contro il 28% degli uomini), così come l’obesità e il consumo di alcol, entrambi aumentati significativamente nelle giovani tra i 18 e i 24 anni. Le abitudini di vita non salutari, però, si concentrano soprattutto nei gruppi sociali più svantaggiati a livello economico e culturale. Tra le donne over 75 con multicronicità, infatti, l’Istat osserva che la percentuale maggiore è composta da soggetti con un basso grado di istruzione e scarse risorse economiche.
Parlando proprio di disponibilità finanziaria, è estremamente rilevante il gender gap nel mondo del lavoro. Dal Rendiconto di genere dell’INPS 2025 è emerso che le donne, in Italia, guadagnano in media il 20% in meno degli uomini, che solo il 18% delle assunzioni di donne è a tempo indeterminato e che, tra i dirigenti, solo il 21,1% è di genere femminile. Ciò si tramuta in una maggiore povertà anche negli anni della pensione. Le pensioni delle donne nel privato sono il 44,2% inferiori rispetto a quelle dei colleghi uomini, a causa non solo di guadagni inferiori, ma anche di interruzioni lavorative per richieste di congedo e aspettativa. Proprio per adempiere ai “doveri” di cura della casa e della famiglia. Avere meno tempo per se stesse e meno denaro può disincentivare le donne dal curarsi o, comunque, dal sottoporsi ad alcuni controlli medici.
Annabella Amatulli, head of Regulatory, Enterprise, Therapeutics e presidente di Healthcare Business Association, durante il panel citato in precedenza, ha evidenziato la bassa adesione femminile agli screening in Italia: «In totale sono 5,8 milioni gli italiani che hanno rinunciato a curarsi o a sottoporsi a certe prestazioni sanitarie – ha spiegato – e le donne over 45 sono le più colpite. Solo il 54% delle donne aderisce alla mammografia e il 42% allo screening cervicale, con un forte divario territoriale a vantaggio del nord del Paese».
La rilevanza della medicina di genere
Nonostante le problematiche finora elencate, la salute femminile continua a essere un ambito poco esplorato nella ricerca scientifica. Si stima, infatti, che, escludendo il settore oncologico, gli investimenti destinati allo sviluppo di nuovi farmaci, tecnologie e metodologie riguardanti patologie che colpiscono specificamente le donne siano solo l’1-2% del totale. Ciò, purtroppo, non sorprende se si considera che, per decenni, farmaci e tecnologie siano stati studiati prettamente su un prototipo maschile caucasico di circa 70 kg e che le donne siano state oggetto di studi solo nel loro aspetto riproduttivo.
L’assunzione del corpo maschile come modello universale ha ridotto le donne a semplici “varianti” del prototipo e ha ostacolato lo studio del ruolo che le peculiarità biologiche femminili possono svolgere nell’insorgenza, nella manifestazione e nella cura delle patologie più note.
«Uno degli esempi più clamorosi riguarda le malattie cardiovascolari – afferma Amatulli – la prima causa di morte femminile ancor prima del tumore al seno. Il fatto che alcuni episodi acuti come l’infarto si manifestino nelle donne con segnali aspecifici, come nausea, stanchezza e dispnea, contribuisce a una probabilità del 50% di ricevere una diagnosi inizialmente errata. Possiamo stimare che a livello globale siano 75 milioni gli anni di vita persi ogni anno dalle donne per cattiva salute o morte precoce, anche a causa degli errori diagnostici».
La prevenzione femminile non è solo una questione sanitaria, ma di giustizia ed equità. Garantire alle donne diagnosi tempestive, percorsi di prevenzione efficaci e cure adeguate è necessario per permettere alle donne di invecchiare in buona salute e di contribuire alla vita sociale ed economica fino a quando ne avranno la volontà.



