Calcio e vitamina D sono elementi fondamentali per la salute ossea, e agiscono con un meccanismo sinergico che, fin dalla giovane età, permette di il corretto sviluppo dello scheletro. Se il primo è principale componente dell’osso, la vitamina D permette che il minerale sia correttamente assorbito dall’organismo, laddove è necessario, evitando accumuli che potrebbero portare a effetti indesiderati.

Per mantenere le ossa in salute è opportuno seguire una dieta calcica per tutta la vita. Il calcio si trova in molti alimenti, come gli spinaci e i legumi, e in alcune acque, ma le fonti più ricche sono latte e i latticini. «Tuttavia– precisa Cesare Liberali, – la tolleranza al lattosio può diminuire con l’età, rendendo difficile raggiungere il fabbisogno giornaliero solo con la dieta. In questo caso, così come nei pazienti a rischio di fragilità ossea, può essere necessario ricorrere all’integrazione. Il calcio, oltre a integrare l’azione della vitamina D e dei farmaci per il trattamento dell’osteoporosi, è importante per la funzionalità muscolare».

Per contro, la vitamina D dipende solo in minima parte dall’alimentazione; con la dieta è possibile assumere solo il 20% del fabbisogno. Il restante 80% viene infatti prodotto dall’organismo, attraverso l’esposizione solare.

Osteoporosi: una patologia silenziosa ma diffusa  

L’osteoporosi è caratterizzata dalla progressiva perdita di densità ossea; spesso resta asintomatica fino alla comparsa di fratture da fragilità, che possono verificarsi anche in seguito a traumi minimi.

La malattia rappresenta lo stadio più avanzato di un processo che inizia con l’osteopenia, una riduzione meno severa della densità minerale ossea ma già indicativa di un aumentato rischio. Le donne in post-menopausa sono i soggetti più esposti, a causa della riduzione della protezione estrogenica che accelera la demineralizzazione.

Spiega Orazio Falla, responsabile dell’ambulatorio osteoporosi ASL Roma 5: «accanto alle forme primitive legate all’età e alla carenza estrogenica, esistono forme secondarie di osteoporosi associate a patologie preesistenti, che possono riguardare anche soggetti giovani. Tra queste rientrano le malattie da malassorbimento, come la celiachia, le patologie endocrine, come l’ipertiroidismo, le malattie reumatologiche (lupus eritematoso, artrite reumatoide, ed ematologiche (mieloma multiplo, gammopatie monoclonali). Un presupposto fondamentale del trattamento è la correzione delle carenze di calcio e vitamina D, da affiancare, quando necessario, a terapie farmacologiche specifiche».

Quando ricorrere alla supplementazione?

I soggetti predisposti alla fragilità ossea dovrebbero seguire una dieta ricca di calcio, assicurare una sufficiente esposizione solare, e svolgere regolarmente attività fisica. L’apporto medio è di circa 1 grammo al giorno, quantità che aumenta in particolari fasi della vita, come gravidanza e allattamento. 

«In Italia l’assunzione di calcio è tra le più basse d’Europa, e anche i livelli di vitamina D risultano spesso insufficienti. Lo stile di vita moderno comporta infatti una ridotta esposizione solare, limitando la produzione endogena di vitamina D; a questo si aggiunge un’alimentazione spesso povera di pesce grasso, principale fonte alimentare di questo nutriente. L’integrazione di calcio e vitamina D dovrebbe essere calibrata sulle reali necessità del paziente e basata su un’anamnesi nutrizionale che tenga conto di età, sesso, stile di vita e condizioni cliniche preesistenti, fattori che influenzano il fabbisogno individuale» prosegue Falla.

Importante anche la scelta del tipo di supplementazione, al fine di assicurare una migliore aderenza. «Il calcio citrato offre un profilo di tollerabilità maggiore rispetto al calcio carbonato, che pur presentando una buona biodisponibilità è spesso associato a una percezione di minore digeribilità. Queste caratteristiche contribuiscono a una maggiore compliance dei pazienti» spiega Falla.

Il ruolo del medico per una corretta presa in carico del paziente

Il medico di medicina generale dovrebbe essere il primo riferimento del paziente, e intercettare eventuali carenze nutrizionali, stili di vita inadeguati e fattori di rischio sottovalutati.

Secondo Liberali è fondamentale che vi sia un confronto tra medico di base e specialista «per garantire una presa in carico adeguata alla complessità della patologia e alle esigenze del singolo paziente. In generale il MMG può gestire in autonomia i casi meno gravi, come i pazienti che necessitano di integrare calcio e vitamina D; e inoltre i soggetti con livelli di paratormone alterati, un indicatore che spesso riflette valori insufficienti di vitamina D, e persone con osteopenia o forme iniziali di osteoporosi. Quando invece compaiono fratture,  cedimenti  vertebrali o altre  complicanze  importanti,  diventa necessario  il coinvolgimento  dello specialista, spesso un endocrinologo o un  clinico dell’area osteometabolica».

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here