L’acufene, noto anche come tinnito, è una percezione uditiva soggettiva che può seriamente compromettere la qualità della vita del paziente. Caratterizzato dalla presenza di suoni come fischi, ronzii o pulsazioni in assenza di stimoli sonori esterni, il fenomeno affligge milioni di persone in tutto il mondo. La natura di questo disturbo non è legata ad una mera alterazione dell’apparato uditivo, ma rappresenta un problema dalla significativa ampiezza clinica, soprattutto in assenza di una causa organica evidente. Oltre a cause organiche infatti, sempre più evidenze scientifiche dimostrano la preoccupante correlazione con una componente di natura psicosomatica, legando il problema a stress, ansia, vulnerabilità psicologica e depressione. In molti casi, l’acufene è un campanello d’allarme che richiama l’attenzione verso uno squilibrio più ampio, interessando fattori psicologici, somatici, neuroendocrini e comportamentali che contribuiscono sia all’insorgenza che alla persistenza del sintomo.
Tipologie di acufene
A causa della limitata conoscenza dei processi fisiologici che causano l’acufene e per la natura per lo più soggettiva di questo fenomeno, ad oggi non esiste una classificazione uniforme e globalmente riconosciuta. Nonostante le numerose classificazioni distinguano in acuto, cronico, subcronico, oggettivo, soggettivo, uditivo, somato-sensoriale, legato a psicopatologie o combinato, per meglio comprendere l’ampiezza clinica del problema, è utile distinguere l’acufene principalmente in primario, secondario e psicosomatico. La forma più comune di acufene è quella primaria, definita anche come idiopatica. Spesso associato a ipoacusia neurosensoriale, l’acufene primario è presumibilmente il risultato di alterazioni funzionali e neuroplastiche a livello periferico e centrale delle vie uditive.
L’acufene secondario è invece correlato a una causa organica specifica e identificabile che può interessare le strutture uditive, come nel caso dell’otosclerosi, della malattia di Ménière, dei tumori del nervo acustico o riguardare ambiti non strettamente uditivi, come nel caso delle anomalie vascolari, delle disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare o dell’ipertensione endocranica. In questi casi, il trattamento non va focalizzato sull’acufene ma sulla risoluzione della patologia sottostante. Di fronte a un acufene primario dove l’origine appare più incerta o in assenza di cause organiche, l’acufene si presenta come espressione somatica di uno stress emotivo, ansia o disturbi psichici, risultando fortemente condizionato da processi psicologici inconsci e dinamiche emotive che rappresentano simbolicamente la voce della sofferenza psicologica del paziente che richiede necessariamente un intervento terapeutico mirato.
Epidemiologia e fisiopatologia
Studi recenti evidenziano come l’acufene coinvolga aree cerebrali note per la modulazione emotiva oltre che per il controllo dei segnali uditivi, come il nucleus accumbens, la corteccia prefrontale ventromediale e la corteccia cingolata anteriore, dimostrando di fatto il complesso intreccio tra la componente uditiva e quella psichica che conduce a una percezione persistente e disturbante che può arrivare a interferire pesantemente sulla qualità della vita dei pazienti. Secondo una recente revisione sistematica pubblicata su Frontiers in Public Health, l’incidenza dell’acufene sulla popolazione mondiale adulta si aggira intorno al 14,4%, con punte del 23% negli over 65. Seppur molti di loro convivano con l’acufene senza riportare segnali di sofferenza, circa il 2,3% dei pazienti è afflitto da forme gravi e invalidanti [1], suggerendo come l’impatto clinico possa essere fortemente condizionato dalla risposta individuale allo stimolo interno.
Psicosomatica dell’acufene
Per molti pazienti l’acufene fa il suo esordio durante un periodo di forte stress emotivo, in seguito a un significativo evento negativo oppure durante un momento di caos esistenziale, senza presentare anomalie uditive tangibili. Di fatto, questo disturbo riflette una richiesta interiorizzata di ascoltare parti profonde di sé stessi, invitando il paziente a riconoscere la propria sofferenza. Acufeni che compaiono in momenti di apparente benessere possono rappresentare un campanello d’allarme legato a sovraccarico emotivo, conflitti interiori, traumi del passato o desiderio inconscio di evitare il silenzio interiore che potrebbe rivelare verità scomode.
I pazienti affetti da acufene cronico presentano maggiori livelli di stress, con un rischio nettamente maggiore di sviluppare ansia e depressione. In quest’ottica l’acufene riveste una duplice condizione, poiché può nascere da uno stress emotivo ma può anche dare luogo a importanti complicanze psicologiche. Alla luce delle numerose evidenze appare quindi estremamente rilevante il ruolo del sistema limbico e dell’asse mente-corpo nell’insorgenza dell’acufene, rendendo necessario un approccio terapeutico multidisciplinare nel trattamento di questi pazienti.
Quando il suono cura
L’uso di suoni ambientali e musica rilassante possono aiutare ad attenuare l’impatto emotivo del disturbo, aiutando il cervello a rielaborare e diminuire la percezione dell’acufene. Spegnendo il circolo vizioso di stress e attenzione focalizzata al sintomo, la musicoterapia si è affermata negli ultimi anni come uno degli approcci complementari più promettenti nel trattamento dell’acufene. Attraverso l’uso di suoni rilassanti, musica classica e rumori naturali, il paziente viene distolto dal fastidio generato dall’acufene. L’ascolto di particolari frequenze, specie se associate ad ambienti tranquilli ed esercizi di rilassamento, incide favorevolmente sulla qualità della vita del paziente modulando l’attività cerebrale attraverso un effetto di distrazione e rilassamento.
Nonostante i benefici documentati, in alcuni casi però la musicoterapia tradizionale non è in grado di modificare profondamente le basi neurofisiologiche dell’acufene. In virtù di questa lacuna supportata da recenti studi in proposito, si sta facendo strada negli ultimi anni la “notched music therapy” o terapia del suono personalizzato che utilizza suoni calibrati sulla frequenza dell’acufene del singolo paziente. La musica, utilizzata in modo strutturato e personalizzato, è in grado di agire sia sul sistema uditivo che sulle componenti emotive e cognitive coinvolte nel disturbo. Una recente meta-analisi su 14 trial randomizzati e 793 pazienti ha dimostrato come la “notched music therapy”, ovvero una musica a cui sono state rimosse digitalmente le frequenze corrispondenti all’acufene del paziente, sia in grado di ridurre in maniera significativa diversi indicatori della scala di disabilità e del punteggio di volume dell’acufene già dopo tre mesi di trattamento [6]. Attraverso l’impiego degli stessi parametri di misurazione, un recente studio su 615 pazienti affetti da acufene cronico, ha messo in luce l’efficacia della musicoterapia, riportando i pazienti dopo 3 mesi di terapia entro livelli per così dire “asintomatici” [7].
Una bussola interiore
L’acufene è spesso la risultante di un’esperienza emotiva intensa che coinvolge la percezione, il controllo dell’attenzione e la capacità di gestire lo stress. L’approccio più efficace per il trattamento dell’acufene psicosomatico fa capo alla terapia cognitivo-comportamentale (CBT) che accompagna il paziente verso una gestione del sintomo attraverso il cambiamento delle proprie reazioni cognitive ed emotive. L’impiego di questa terapia, più di altre, è in grado di ridurre significativamente il distress legato all’acufene, migliorando umore, sonno e qualità della vita [8].
Anche altre tecniche di rilassamento, il cui scopo è quello di desensibilizzare la mente dal disturbo, riducendo la componente di preoccupazione ossessiva, come la mindfulness e l’ipnosi, stanno guadagnando terreno. Queste terapie non spengono l’acufene ma aiutano il paziente a reinterpretarne il significato, riducendo l’iperfocalizzazione e aiutandolo a ritrovare un senso di autocontrollo. In sintesi, l’impiego di queste terapie si rivela fondamentale per imparare a convivere con il sintomo, riscoprendo il silenzio interiore anche in presenza del rumore.
Curarsi a tavola
Negli ultimi anni la ricerca ha esplorato il possibile ruolo dell’alimentazione nell’insorgenza e nella gestione dell’acufene, offrendo numerose evidenze a dimostrazione del ruolo chiave nella percezione del sintomo. Secondo uno studio condotto recentemente dalla Chengdu University of Traditional Chinese Medicine [2], che ha coinvolto oltre 301.000 partecipanti, il consumo di alimenti ricchi di fibre, come frutta e verdura, riduce significativamente il rischio di insorgenza dell’acufene.
La correlazione potrebbe trovare il suo razionale negli effetti protettivi e antiossidanti di questi alimenti, migliorando la salute vascolare e nervosa dei pazienti. Uno studio longitudinale su adulti over 50 ha posto inoltre in evidenza come bassi livelli di zinco e di ferro aumentino rispettivamente del 44% e del 35% il rischio di sviluppare acufene [3]. Anche l’integrazione di folati [4] e vitamina B12 [5] si è dimostrata efficace nel rallentare il deterioramento uditivo, suggerendo come ad una dieta più sana corrisponda una minore probabilità di riportare acufeni persistenti.
Bibliografia:
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