L’omeopatia tra vecchi attacchi e nuove analisi

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Il 7 settembre, organizzata dall’Istituto Superiore di Sanità, si è tenuta la prima riunione della Commissione promossa su richiesta del presidente della Fnomceo per discutere delle evidenze scientifiche della medicina omeopatica. Membri della commissione, oltre al presidente dell’Iss, sono i direttori di vari dipartimenti dell’Istituto e, in netta minoranza numerica, i rappresentanti delle Federazioni e società scientifiche del mondo dell’omeopatia italiana.

Nei prossimi mesi (o forse anni) dovrebbero essere analizzati il complesso degli studi clinici e di laboratorio, almeno un paio di migliaia, prodotti negli ultimi anni in campo umano, veterinario e anche nel mondo vegetale, per verificare se l’omeopatia abbia o meno basi scientifiche.

L’istituzione della commissione nasce dalla polemica e dalla campagna di critica nei confronti dell’omeopatia, con il pronunciamento senza appello dell’Istituto Superiore di Sanità e le prese di posizione, altrettanto negative, di vari personaggi skeptical, di fatto come conseguenza della diffusione sui media dei risultati del cosiddetto ‘Report Australiano’ del 2015 sull’efficacia dell’omeopatia. Il report era stato promosso dal Consiglio Nazionale per la Salute e la Ricerca Medica (NHMRC), il più importante organo di ricerca medica in Australia, fortemente critico nei confronti delle prove di efficacia della medicina omeopatica.

A proposito dell’attendibilità di questo report, vale la pena segnalare una notizia di poche settimane fa, che naturalmente ha avuto pochi riscontri sui mezzi di comunicazione: nell’ambito di un’indagine del Senato australiano, il rappresentante del NHMRC ha dovuto ammettere sotto giuramento, in risposta a una domanda del senatore Stirling Griff nel corso dell’audizione, di “non avere seguito le linee guida e gli standard scientifici riconosciuti nella revisione delle prove di efficacia sull’omeopatia” e che i criteri utilizzati per la valutazione delle prove di efficacia riguardanti l’omeopatia erano stati modificati in corso d’opera, persino mesi dopo il completamento della ricerca generale della letteratura.

A causa di questo discutibile modus operandi del NHMRC, 171 dei 176 studi, molti dei quali randomizzati e in doppio cieco, inizialmente inclusi nello studio, sono stati classificati a posteriori come “inaffidabili” e quindi esclusi nella valutazione conclusiva. Di fatto, quindi, i risultati della revisione, che hanno recato in modo ingiustificato un grave danno alla credibilità dell’intero settore omeopatico, erano basati soltanto su cinque studi. Se invece fossero stati utilizzati i metodi scientifici normalmente accettati, il team incaricato della revisione avrebbe dovuto segnalare che 88 dei 176 studi analizzati riportavano risultati positivi per l’omeopatia e che molti di quei lavori erano di elevata qualità metodologica, con risultati nettamente differenti da quelli diffusi per attaccare l’omeopatia.

Nella lunga storia dell’opposizione all’omeopatia questo non è un caso isolato: l’esempio più eclatante fu l’articolo di Lancet del 2005, il cui editoriale decretava senza appello “la fine dell’omeopatia”, a commento dei risultati della metanalisi di Shang/Egger. La metanalisi prendeva in esame 110 studi omeopatici e ne selezionava 21 di alta qualità metodologica, che davano risultati di efficacia a favore dell’omeopatia. Si decise così di selezionarne otto che risultarono ugualmente in maggioranza favorevoli all’omeopatia. Infatti, solo tre studi, che riguardavano esclusivamente la prevenzione omeopatica, due di forme influenzali e uno della congiuntivite, riportavano un risultato non significativo e cinque, che riguardano il trattamento omeopatico di varie patologie, erano invece a favore dell’efficacia omeopatica. Il numero complessivo dei pazienti, però, era maggiore negli studi con risultato negativo e il risultato finale, sbandierato sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, fu che non esistevano prove dell’efficacia dell’omeopatia. Così è, se vi pare!

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