Verona torna al centro della ricerca sulla vitamina D con il convegno nazionale “Ti racconto la storia…D”, in programma il 22 e 23 maggio all’Hotel Leon d’Oro. L’appuntamento riunirà specialisti e ricercatori per fare il punto sulle più recenti evidenze scientifiche, con particolare attenzione all’appropriatezza prescrittiva e alla gestione personalizzata della supplementazione.

l’Italia resta tra i Paesi più colpiti 

I dati epidemiologici confermano che l’ipovitaminosi D resta molto diffusa in Italia: oltre 9 pazienti geriatrici su 10 presentano bassi livelli di colecalciferolo, mentre circa un giovane adulto su due mostra valori insufficienti. Nei soggetti fragili, anziani, pazienti con osteoporosi o a rischio di fratture, la vitamina D viene considerata uno strumento terapeutico mirato e non una semplice integrazione.

Al centro del congresso l’eredità scientifica del professor Silvano Adami, figura di riferimento internazionale nello studio dell’osteoporosi e delle malattie metaboliche dello scheletro, scomparso dieci anni fa. Il filo conduttore sarà il concetto di “appropriatezza”: evitare sia la supplementazione indiscriminata sia il mancato trattamento nei pazienti a rischio.

«Il valore di questo appuntamento è anche nella sua missione di aggiornamento e di confronto multidisciplinare – osserva Vania Braga, responsabile Ambulatorio per la diagnosi e la terapia dell’osteoporosi, Centro di Riferimento Regionale dell’Osteoporosi – ULSS 9 Scaligera. Componente direttivo SIOMMMS, Vicepresidente ANEOP (Associazione No-profit Esperti Osteoporosi) – Verona non ospita soltanto un congresso: mette a disposizione una tradizione scientifica, una memoria professionale e una rete di competenze per aiutare medici e specialisti a orientarsi in un tema che riguarda moltissimi pazienti, ma che richiede messaggi chiari e responsabili capaci di rispondere a questioni pratiche e dubbi».

Anche Davide Gatti, UOC Reumatologia, AOUI Verona. Presidente eletto Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS), sottolinea il valore dell’eredità scientifica veronese: «Il contributo del professor Adami non è stato solo scientifico ma culturale. Ha insegnato a guardare alla vitamina D come a un elemento da comprendere nel contesto del metabolismo osseo, della fragilità e della prevenzione delle complicanze».

Lo studio veronese

Durante il convegno verranno presentati anche i risultati di uno studio veronese sul rapporto tra vitamina D e inquinamento atmosferico. L’indagine, condotta su 534 donatori sani tra i 18 e i 65 anni, suggerisce che il miglioramento della qualità dell’aria abbia contribuito a livelli medi di vitamina D più elevati rispetto ai primi anni Duemila. Tra il 2005 e il 2019 a Verona le concentrazioni di PM10 si sono ridotte del 46% e quelle di NO2 del 38%.

Secondo lo studio, solo il 7,1% dei partecipanti presentava una grave carenza di vitamina D, mentre circa il 62% mostrava livelli considerati ottimali. I ricercatori hanno inoltre osservato una chiara stagionalità: livelli minimi tra febbraio e marzo e picchi tra agosto e settembre.

L’importanza di un approccio personalizzato 

«La domanda oggi non è più se la vitamina D serva o non serva. La domanda corretta è: in quali pazienti, con quali livelli di carenza, con quale obiettivo clinico e con quale schema di supplementazione», spiega Maurizio Rossini, tra i responsabili scientifici del congresso e direttore UOC Reumatologia AOUI Verona e Direttore della Scuola di Specializzazione in Reumatologia dell’Università di Verona.

«Appropriatezza non significa ridurre l’attenzione verso la carenza di vitamina D. Significa esattamente il contrario: individuare meglio chi ne ha realmente bisogno, evitare prescrizioni non necessarie e garantire ai pazienti a rischio una gestione più corretta, più personalizzata e più sostenibile», aggiunge Rossini.

vitamina D Verona studio carenza e inquinamento
Foto dei relatori della conferenza stampa. Da sinistra: Francesco Bertoldo, Medicina d’Urgenza, AOUI Verona. Responsabile Centro delle Malattie del Metabolismo Minerale e Osteoncologia. Presidente del Gruppo Italiano Bone Interdisciplinary Specialists (GIBIS). Maurizio Rossini, Direttore UOC Reumatologia, AOUI Verona. Direttore della Scuola di Specializzazione in Reumatologia dell’Università di Verona. Consigliere e Coordinatore del Gruppo di Studio sull’Osteoporosi e le Malattie Metaboliche dello Scheletro della Società Italiana di Reumatologia (SIR). Davide Gatti, UOC Reumatologia, AOUI Verona. Presidente eletto Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS). Vania Braga, Responsabile Ambulatorio per la diagnosi e la terapia dell’osteoporosi, Centro di Riferimento Regionale dell’Osteoporosi – ULSS 9 Scaligera. Componente direttivo SIOMMMS, Vicepresidente ANEOP (Associazione No-profit Esperti Osteoporosi)

«Dobbiamo spiegare quando ha senso dosare la 25-OH vitamina D, come leggere il risultato, quali soglie considerare nei diversi profili di rischio e quando la supplementazione è davvero appropriata. La medicina non ha bisogno di slogan, ma di criteri. Dati epidemiologici recenti proprio sulla popolazione veronese dimostrano come le raccomandazioni delle linee guida SIOMMMS siano coerenti con lo stato vitaminico della popolazione generale e in condizioni particolari come l’obesità o il suo contrario come l’anoressia. Al fine di rendere più semplice la pratica clinica sono state anche modificate le soglie decisionali presenti nel referto di laboratorio per determinazione della vitamina D in linea con quanto proposto da SIOMMMS del 2022.» aggiunge Francesco Bertoldo, medicina d’Urgenza, AOUI Verona. Responsabile Centro delle Malattie del Metabolismo Minerale e Osteoncologia. Presidente del Gruppo Italiano Bone Interdisciplinary Specialists (GIBIS).

Tra i temi affrontati anche la Nota 96 di AIFA, che disciplina la rimborsabilità dei farmaci a base di vitamina D, e il confronto tra somministrazione giornaliera e dosi intermittenti. Il messaggio condiviso dagli esperti è che la vitamina D debba essere utilizzata secondo il profilo clinico del paziente, all’interno di strategie di prevenzione e cura più ampie.

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