Una popolazione che invecchia e una domanda di salute destinata a crescere rendono sempre più difficile pensare alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale come a una semplice questione di risorse da destinare alle prestazioni. La sfida, prima ancora, è produrre più salute e meno malattia, intervenendo sui fattori di rischio, promuovendo stili di vita salutari e rafforzando la prevenzione lungo tutto l’arco della vita.

È una prospettiva che assume ancora più valore di fronte all’evoluzione demografica: secondo il 9° Rapporto della Fondazione GIMBE, presentato a Roma il 7 ottobre nella prestigiosa cornice della Sala della Regina di Montecitorio dal presidente Nino Cartabellotta, mentre il finanziamento sanitario in termini reali è sostanzialmente tornato nel 2026 ai livelli del 2010, sono aumentati i bisogni di salute di una popolazione che invecchia e i costi delle innovazioni farmacologiche e tecnologiche.

La salute, inoltre, non può essere considerata separatamente dall’ambiente, dagli stili di vita, dalle condizioni sociali e dal contesto in cui le persone vivono. Ed è proprio per questo che il presidente Cartabellotta, ha insistito sul fatto che la salute non deve riguardare solo il dicastero competente, ma essere presa in considerazione in tutte le politiche: da quelle industriali a quelle del lavoro. L’obiettivo è infatti quello di guardare alla salute in ottica One Health e investire in prevenzione per ridurre “a monte” il carico di malattia e una conseguente domanda di cure potenzialmente evitabili.

Quando le risorse non tengono il passo con i bisogni

Il problema è che questa trasformazione deve fare i conti con un SSN sottoposto da anni a una crescente pressione finanziaria. Tra il 2023 e il 2026 il Fondo Sanitario Nazionale è aumentato nominalmente di 17,5 miliardi di euro, ma la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità è rimasta poco sopra al 6% del PIL. Se il rapporto FSN/PIL fosse rimasto quello del 2022, il Servizio sanitario avrebbe avuto a disposizione 18,8 miliardi in più. Il confronto internazionale restituisce un quadro altrettanto significativo. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è stata pari al 6,2%, contro il 7,1% della media OCSE; la spesa pubblica pro capite si è fermata a 3.952 dollari a parità di potere d’acquisto, 1.013 dollari al di sotto della media europea, con un divario con gli altri Paesi europei progressivamente ampliatosi negli ultimi quindici anni.

Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE

Il problema non riguarda soltanto la quantità di risorse, ma anche la loro capacità di essere al passo con i bisogni di salute. Nel triennio 2027-2029 il divario cumulativo tra previsioni di spesa sanitaria ed entità del FSN è stimato da GIMBE in 32,3 miliardi di euro. Senza ulteriori stanziamenti, il conto rischia di ricadere sui bilanci regionali e, in ultima analisi, sui cittadini.

La geografia della salute

La scarsità di risorse si intreccia con una seconda criticità: non tutti i cittadini partono dalla stessa posizione. La tutela della salute continua infatti a dipendere in misura rilevante dal luogo di residenza. I dati del Nuovo Sistema di Garanzia mostrano differenze importanti tra le Regioni e, soprattutto, performance molto diverse tra prevenzione, assistenza distrettuale e ospedaliera. Nel 2024, per esempio, la Calabria risultava inadempiente nell’area distrettuale con 52 punti e la Sicilia nella prevenzione con 49.

La mobilità sanitaria interregionale rappresenta uno degli indicatori più evidenti di questa frattura: nel 2023 ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il valore più alto dal 2010.

Ma la diseguaglianza emerge anche dal lato dell’accesso. Nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di avere rinunciato ad almeno una visita o un esame; circa quattro milioni per i tempi di attesa e 3,1 milioni per motivi economici, con possibilità di indicare entrambe le cause.

Prevenzione come investimento, non come voce residuale

In questo scenario, la prevenzione dovrebbe assumere un ruolo strutturale nelle politiche sanitarie. Non soltanto perché può contribuire a ridurre l’incidenza di molte patologie, ma perché rappresenta uno degli strumenti attraverso cui affrontare l’invecchiamento della popolazione preservando più a lungo autonomia e qualità di vita.

Il punto è quindi superare una sanità che interviene soprattutto quando la malattia è già presente e costruire un sistema capace di agire prima: prevenzione primaria, diagnosi precoce, promozione di comportamenti salutari, presa in carico della cronicità e integrazione tra servizi sanitari, sociali e comunità.

Non è un caso che tra le 16 linee di intervento del Piano di Rilancio del SSN aggiornato da GIMBE figurino esplicitamente gli investimenti in prevenzione, insieme a finanziamento adeguato, riduzione dei divari territoriali, potenziamento del territorio, ricerca e digitalizzazione.

LEA: scegliere per garantire meglio

La stessa logica deve guidare l’evoluzione dei Livelli Essenziali di Assistenza – LEA. Dal 30 ottobre 2026 entreranno in vigore i LEA aggiornati, dopo quasi dieci anni di attesa. Ma aggiornare l’elenco delle prestazioni non è sufficiente: una prestazione inserita nei LEA deve poter essere erogata tempestivamente e in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.

In un sistema caratterizzato da risorse finite, l’aggiornamento dei LEA dovrebbe quindi essere anche un esercizio di valutazione del valore delle prestazioni: includere ciò che produce benefici rilevanti per la salute e l’innovazione ad alto valore, superando progressivamente prestazioni obsolete o a basso beneficio. Non è possibile garantire tutto a tutti se le risorse non sono sufficienti; la scelta, però, deve essere esplicita, trasparente e fondata sulle evidenze, non determinata dalla semplice disponibilità residua di finanziamenti.

Una programmazione che guardi oltre la legislatura

È questo, in definitiva, il nodo politico posto dal Rapporto GIMBE. Il rilancio del SSN non può essere affidato a interventi frammentari o a finanziamenti decisi anno per anno. Servono scelte di sistema e una programmazione almeno decennale, capace di tenere insieme demografia, prevenzione, innovazione, personale, organizzazione dei servizi e sostenibilità economica.

Altrimenti il rischio è che alla sanità continui ad andare ciò che resta delle risorse disponibili, anziché ciò che serve per rispondere ai bisogni di salute della popolazione. E, in un Paese che invecchia, questa non è più soltanto una questione sanitaria: è una scelta sul modello sociale ed economico che si intende costruire per le prossime generazioni. GIMBE lo sintetizza chiedendo una strategia organica per rafforzare universalità ed equità del SSN e definire quale sistema sanitario il Paese intenda lasciare alle generazioni future.

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