In occasione di una conferenza stampa ospitata presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, su iniziativa dell’Onorevole Cristina Almici, componente della Commissione Agricoltura, la Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE) ha fatto il punto sull’impatto degli alimenti ultra-processati sulla salute dell’apparato digerente. Le evidenze presentate confluiranno in un position paper della Società, la cui pubblicazione è prevista entro la fine dell’anno.
Una presenza crescente nelle diete occidentali
Piatti pronti, carni lavorate, bevande zuccherate e snack confezionati occupano una quota sempre più rilevante delle diete occidentali. In molti Paesi ad alto reddito, gli alimenti ultra-processati contribuiscono ormai fino al 50-60% dell’apporto energetico giornaliero totale. Il fenomeno riguarda da vicino anche l’Italia, dove la transizione verso abitudini alimentari più occidentalizzate si accompagna a un progressivo allontanamento dai modelli tradizionali, in particolare dalla dieta mediterranea, storicamente associata a benefici metabolici e anti-infiammatori.
Che cosa sono gli alimenti ultra-processati
Secondo la classificazione NOVA, gli ultra-processati sono formulazioni industriali composte prevalentemente da sostanze estratte dagli alimenti e combinate con additivi, come emulsionanti, conservanti, dolcificanti e coloranti, con poco o nessun alimento intero residuo. Progettati per massimizzare appetibilità, praticità e durata di conservazione, comprendono snack dolci e salati, prodotti confezionati e persino yogurt alla frutta.

Prevenzione e cultura del cibo vero
«L’antico adagio ‘siamo quello che mangiamo’ non è mai stato così attuale e scientificamente fondato come oggi. La salute del nostro organismo, a partire dall’apparato digerente, si costruisce a tavola attraverso scelte alimentari informate e consapevoli. Valutare e controllare ciò che immettiamo nel nostro organismo è il primo e più potente atto di prevenzione che abbiamo a disposizione, e ben si allinea con le più moderne raccomandazioni sanitarie a livello europeo che indicano come sia essenziale una transizione dalla terapia agli atti preventivi. In questo scenario, l’ascesa globale degli alimenti ultra-processati rappresenta una sfida complessa: prodotti spesso ricchi di additivi, zuccheri raffinati e grassi idrogenati, che rischiano di allontanarci dai modelli alimentari protettivi. Al contrario, l’Italia dispone di un patrimonio straordinario di alimenti non ultra-processati, pilastri di una tradizione agroalimentare che tutto il mondo ci invidia e prende a modello non solo per la salute dell’apparato digerente ma per preservare il benessere globale. È per queste ragioni che è opportuno che anche le società scientifiche, come la SIGE, si interessino e producano documenti volti a difendere la salute pubblica delle future generazioni anche sostenendo la cultura del cibo vero, fresco e minimamente lavorato», ha spiegato Edoardo Giannini, presidente di SIGE, Direttore della Clinica Gastroenterologica dell’Università degli Studi di Genova e IRCCS AOM Policlinico San Martino.
Oltre la composizione nutrizionale
Secondo la SIGE, l’impatto sulla salute di questi prodotti non si spiega soltanto con la loro composizione nutrizionale. La lavorazione industriale introduce infatti modifiche strutturali e chimiche, oltre a un’ampia gamma di additivi, che possono influenzare in modo indipendente la fisiologia dell’apparato digerente.
Informazione e tracciabilità
«La promozione della salute passa anche attraverso la conoscenza. Come componente della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati ritengo importante che il confronto sugli alimenti ultra-processati si basi sulle evidenze scientifiche, evitando semplificazioni che rischiano di confondere i cittadini o di mettere in discussione, senza ragione, il valore delle produzioni agroalimentari italiane. Questa iniziativa nasce con uno spirito molto semplice: offrire elementi di conoscenza che aiutino i consumatori a compiere scelte alimentari più consapevoli. La ricerca scientifica rappresenta uno strumento prezioso per rafforzare la prevenzione e promuovere una corretta cultura dell’alimentazione» ha commentato l’On. Cristina Almici.
Le associazioni emerse dagli studi
Nel corso dell’incontro, la Società ha passato in rassegna le associazioni emerse dalla letteratura più recente. Per le malattie infiammatorie croniche intestinali, il rischio risulta quasi raddoppiato in alcune popolazioni, in particolare per il morbo di Crohn. Per la sindrome dell’intestino irritabile, i dati della UK Biobank descrivono una relazione dose-risposta tra consumo di ultra-processati e incidenza. Un consumo elevato è inoltre associato a un possibile aumento del rischio di infezione da Helicobacter pylori e ulcera peptica, a un maggior rischio di steatosi epatica metabolica (MASLD) e della sua progressione, nonché ad associazioni con i tumori del colon-retto e dello stomaco, oltre a rischi aumentati per i tumori di esofago, pancreas e fegato.
AGEs, infiammazione e barriera intestinale
«L’effetto degli alimenti ultra-processati non dipende soltanto dall’eccesso di zuccheri, grassi o sale – ha aggiunto Giovanni Sarnelli, professore ordinario di gastroenterologia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II – I processi industriali di trasformazione e le cotture ad alte temperature favoriscono infatti la formazione di prodotti di glicazione avanzata (AGEs), molecole che possono promuovere stress ossidativo e infiammazione e contribuire al danno della barriera intestinale. Oggi non disponiamo di strumenti per intervenire in modo significativo sui processi industriali che ne determinano la formazione; per questo le raccomandazioni si concentrano sulla prevenzione attraverso scelte alimentari consapevoli. È opportuno limitare il consumo di alimenti ultra-processati e privilegiare i prodotti tipici della dieta mediterranea, come frutta, verdura, legumi e alimenti fermentati, ricchi di composti bioattivi e antiossidanti che possono contribuire a contrastare gli effetti biologici degli AGEs. Il messaggio non è demonizzare singoli alimenti, ma favorire una dieta varia, equilibrata e basata prevalentemente su alimenti freschi o minimamente processati».
Microbiota e risposta immunitaria
«Le evidenze disponibili indicano che gli alimenti ultra-processati possono alterare l’omeostasi dell’ecosistema intestinale attraverso diversi meccanismi biologici, coinvolgendo microbiota, barriera mucosale e risposta immunitaria. Questo aiuta a comprendere perché un consumo abituale sia stato associato, negli studi epidemiologici, non solo a disturbi gastrointestinali molto frequenti come la sindrome dell’intestino irritabile e le malattie infiammatorie croniche intestinali, ma anche a un aumento del rischio di alcune neoplasie dell’apparato digerente, in particolare del colon-retto. Pur trattandosi di un ambito ancora in evoluzione, oggi disponiamo di un quadro biologico molto più coerente rispetto al passato – ha osservato Giovanni Marasco dell’Università di Bologna – richiamando i meccanismi biologici che rendono plausibili queste associazioni: un’alterazione del microbiota intestinale (disbiosi), con ridotta diversità microbica, minore produzione di acidi grassi a catena corta ed espansione di specie pro-infiammatorie, e una compromissione della barriera intestinale, in cui emulsionanti e dolcificanti artificiali aumentano la permeabilità epiteliale favorendo l’attivazione della risposta immunitaria della mucosa intestinale e processi infiammatori cronici che coinvolgono l’apparato gastrointestinale e la salute globale dell’individuo».
One Health e qualità delle produzioni
È stato inoltre affrontato il tema dell’importanza dell’approccio One Health nella tracciabilità dei prodotti agroalimentari insieme Giuseppe Campanile, professore di zootecnia speciale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II: «L’Italia è la patria della dieta mediterranea, universalmente riconosciuta come modello alimentare associato alla tutela della salute. Essa non si limita a definire un insieme di alimenti, ma rappresenta un vero e proprio stile di vita, capace di promuovere il benessere sia fisico sia mentale. Principio fondamentale della produzione agroalimentare consiste nell’adottare tecniche produttive sostenibili, rispettose dell’ambiente e orientate a favorire la presenza di molecole bioattive negli alimenti. Tali composti esercitano, nella maggior parte dei casi, un’azione protettiva, contribuendo a modulare i processi infiammatori, che costituiscono uno dei principali fattori coinvolti nello sviluppo delle patologie cronico-degenerative. Per preservare e valorizzare le proprietà salutistiche degli alimenti è pertanto indispensabile rispettare i cicli naturali di produzione, seguendo la stagionalità delle colture ed evitando di forzarne la produttività al di fuori dei periodi fisiologici propri di ciascuna specie. In quest’ottica, un’alimentazione sana dovrebbe fondarsi su tre principi cardine: stagionalità, varietà e qualità delle produzioni. Allo stesso tempo, la trasformazione agroalimentare deve essere orientata alla valorizzazione della materia prima, preservandone le caratteristiche nutrizionali e sensoriali e consentendo l’ottenimento di prodotti di elevata qualità».



