Covid-19: le risposte della genetica e le prospettive immediate

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Soggetti con medesime condizioni di partenza reagiscono all’infezione in modo assai diverso. Da cosa dipende questa difformità? Un contributo significativo a questo
riguardo viene dalla genetica

Due soggetti entrano in contatto diretto e continuativo con un positivo al Covid-19. Interagiscono all’interno del medesimo ambiente chiuso senza la mascherina di protezione, mangiano insieme, dormono addirittura insieme. Eppure, a parità di condizioni di partenza, come età e patologie pregresse, uno dei due contrae l’infezione in forma grave, finendo finanche in terapia intensiva, mentre l’altro non si contagia affatto. Quali sono i fattori
che determinano una risposta tanto differente all’infezione?

Il concetto di Covid-resistenti

Finora la risposta più accreditata alle diverse manifestazioni dell’infezione è stata “una diversa risposta immunitaria”. «Anche la reazione immunitaria, tuttavia, è geneticamente determinata – sostiene Giuseppe Novelli, direttore del Laboratorio di Genetica Medica presso il Policlinico Universitario di Roma, Tor Vergata (laboratorio coinvolto, all’interno di un consorzio internazionale, in due studi, di cui uno tuttora in corso, sui cosiddetti “Covid resistenti”) – Ci siamo quindi interrogati, trattandosi di un medesimo virus, su quali potessero essere i fattori che determinavano risposte tanto diverse» ha proseguito il professore.

covid-resistenti

Il primo studio condotto

«Ci siamo concentrati sui fattori genetici dell’ospite, andando a confrontare il DNA dei casi gravissimi con quello degli asintomatici». Il confronto è stato condotto a partire da medesime condizioni di partenza, quali l’età o la presenza di patologie concomitanti. Quello che è emerso è che esiste un problema nella risposta innata di alcuni pazienti, ovvero cause genetiche e immunologiche che spiegano il 15% delle forme gravi di Covid-19. I pazienti osservati hanno in comune un difetto nella produzione degli interferoni di tipo I (IFN), proteine che aiutano a regolare l’attività del sistema immunitario con funzioni antivirali. I ricercatori hanno esaminato il DNA di oltre 700 pazienti con manifestazioni cliniche gravi della malattia e identificato mutazioni specifiche che diminuiscono la produzione di IFN di tipo I (3-4% delle forme gravi), mentre in altri pazienti hanno identificato auto-anticorpi (come avviene per le malattie autoimmuni), che bloccano l’azione dell’interferone di tipo I (10-11% delle forme gravi).

Il ruolo chiave dell’interferone

L’interferone, cioè la molecola che viene prodotta appena ciascuno entra in contatto con un virus, è emerso quindi come il principale protagonista. Per il primo gruppo, rappresentato dal 3-4% delle forme gravi, i ricercatori hanno riscontrato mutazioni in 13 geni della famiglia degli interferoni, già noti per essere coinvolti nella suscettibilità genetica all’influenza. Indipendentemente dalla loro età, i soggetti che presentano queste mutazioni risultano maggiormente a rischio di sviluppare forme gravi di influenza o di Covid-19. I ricercatori si sono quindi concentrati su quel 10% di pazienti che hanno rivelato la presenza di elevati livelli di auto-anticorpi, cioè di anticorpi il cui bersaglio non è costituito da un agente esterno patogeno, ma da molecole proprie dell’organismo, tipici delle malattie autoimmuni. Questi auto-anticorpi sono in grado di neutralizzare l’effetto antivirale dell’interferone e si ritrovano in più del 10% dei pazienti con una grave polmonite da infezione da SARS-CoV-2, mentre sono assenti nella popolazione generale. La loro presenza impedisce alle molecole degli interferoni di tipo I di agire contro il virus.
La produzione di questi anticorpi diretti contro il sistema immunitario dei pazienti probabilmente riflette altre alterazioni genetiche tuttora in fase di studio. Questa scoperta ha aperto la strada all’introduzione di nuove terapie. Il primo gruppo di pazienti, che ha una produzione deficitaria d’interferone, può essere trattato con interferone di tipo 1. Quanto al secondo gruppo, questo può beneficiare di plasmaferesi, ossia di infusioni della parte liquida del sangue di pazienti negativizzati contenente globuli bianchi e anticorpi, o altri trattamenti in grado di ridurre gli anticorpi da linfociti B.

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