Covid, i numeri vanno letti nella loro interezza

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Nella scelta vaccinale vanno soppesati tanti elementi: alla fine si deve valutare in base a età, sesso, patologie pregresse, perché il rapporto tra rischi e benefici varia in base a questi parametri

Leggere i numeri del Covid non è così facile: a seconda della prospettiva può cambiare il risultato e talora non c’è neppure un fondamento a certe prese di posizione. Prendiamo la questione contagio. Il Green Pass discrimina tra vaccinati e non vaccinati nell’accesso ad alcuni luoghi indoor sulla base del fatto che chi non è immunizzato possa contagiare gli altri. Tesi smentita dai numeri, non solo della Gran Bretagna, e non scientifica, come ha ribadito anche il presidente dell’Ordine dei medici di Roma, Antonio Magi, il quale ha sottolineato come sia il vaccinato sia il non vaccinato possono ugualmente contagiare.

La definizione di contagiato va presa poi con le pinze. È emerso (e sarà oggetto di una causa che vede sul banco degli accusati Ministero della Salute e Iss) che l’Italia non ha rispettato il numero massimo dei cicli della Pcr  indicato dagli studi internazionali e ribadito dall’Ecdc, ovvero 24, spingendosi anche a oltre 40. La conseguenza è che molti casi potrebbero pertanto non essere infettivi e, siccome non c’è uniformità tra i kit e i parametri standard adottati dai laboratori, risulta difficile fare comparazioni. Va poi aggiunto che un esposto, come riportano alcune agenzie, è stato presentato in varie Procure della Repubblica per presunte erronee classificazioni di morti per Covid da febbraio 2020 a oggi.

Le reazioni avverse sono sottostimate

Veniamo al punto delle ospedalizzazioni. Nessuno nega che il vaccinato sia più protetto del non vaccinato: sarebbe un assurdo il contrario, ma come ricorda la stessa Aifa ogni vaccino è un farmaco e nel computo generale vanno soppesati rischi e benefici, che non sono uguali per tutte le fasce d’età, genere e stato di salute. Dal sesto rapporto dell’Agenzia italiano del farmaco emerge, per esempio, che gli effetti avversi sono significativamente più alti nelle donne (73%) e in particolare nella fascia dai 20 ai 29 anni. Per i giovani dai 12 ai 19 anni le segnalazioni sono 126 ogni 100 mila dosi. Andando a leggere un monitoraggio dell’Iss dall’11 giugno all’11 luglio si legge, poi, che le ospedalizzazioni tra i vaccinati over 80 con doppia dose sono addirittura superiori (47,2%) a quelle dei non vaccinati (46,1%). Il paradosso deriva dal fatto che sono molti di più gli immunizzati in quella età (90,4%). Questo dimostra che la protezione non è garantita in modo assoluto anche da forme gravi in caso di vaccinazione. Non è poi di poco conto il fatto che i dati sugli effetti avversi derivino da sorveglianza passiva, dunque sono nettamente sottostimati.

Fabio Franchi, infettivologo
Fabio Franchi, infettivologo

«Sarebbe compito di Aifa fare sorveglianza attiva, ma non la fa – ricorda l’infettivologo Fabio Franchi – Negli studi comparativi tra sorveglianza attiva e passiva sui vaccini la sottostima va dalle 100 alle 200 volte, ma non conosciamo il dato reale. In un altro vaccino (Mpr, morbillo-parotite-rosolia) era di oltre 600, come emerge da due studi su sorveglianza attiva e passiva pubblicati sul bollettino della Regione Puglia. In un report dei Cdc americani dello scorso dicembre gli eventi avversi gravi immediati tra i vaccinati erano il 2,8%: paragonati ai dati Aifa (0,018%) la sottostima è molto alta». Del resto in un probabile lapsus freudiano Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’Irccs Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, ha ricordato che «la vaccinazione vuol dire rischiare la propria vita perché ha degli eventi avversi», anche se poi ha aggiunto in modo contradditorio «molto limitati». Se il vaccino causasse la morte o il danno di un bambino ogni 100-200 mila non sarebbe giustificato, ha sottolineato il microbiologo Andrea Crisanti.

L’incognita variante Delta

Non si fa il conto poi con il convitato di pietra. Ovvero la variante Delta che potrebbe cambiare ulteriormente lo scenario (e già lo sta facendo). In Israele, la protezione di Pfizer dal contagio di Delta è scesa dal 95 al 64%. I numeri al 21 luglio, riportati dal Jerusalem Post, dicono che in quella data gli ospedalizzati erano per il 58% vaccinati con le due dosi, il 3% solo con una e il 39% con nessuna. Ben 15 su 20 decessi nel mese erano di persone vaccinate. Dunque, l’effetto di protezione sulla variante Delta è inferiore rispetto al ceppo di Wuhan su cui sono costruiti i vaccini. In Italia la sua diffusione è al momento del 22,7%, ma è destinata a diventare prevalente. Pertanto, nel calcolo rischi e benefici, questi ultimi andranno ulteriormente ridotti. Sui primi, invece, soprattutto quelli a medio-lungo termine, c’è il buio totale. Lo stesso Robert Malone, uno dei ricercatori che hanno posto le basi delle terapie geniche, ha messo in guardia sulla mancata trasparenza dei rischi, in particolare legati alla circolazione della proteina Spike che raggiungerebbe altri organi.

I dati sui decessi

L’Iss ha pubblicato un report sui decessi di pazienti positivi al SARS-CoV-2 avvenuti in Italia, con un focus per l’intervallo tra il 1° febbraio e il 21 luglio. Del totale (35.776 decessi), 423 risulterebbero quelli vaccinati con ciclo vaccinale completo, solo l’1,2% di tutti i decessi Sars-Cov-2 positivi avvenuti. Va però ricordato che l’età media era di 80 anni nella seconda settimana di febbraio per abbassarsi a 72 nella seconda di luglio. Il 73,1% aveva, però, 3 o più comorbosità, mentre solo il 2% non ne aveva (i dati si riferiscono a ottobre 2020-giugno 2021). Insomma, ci troviamo di fronte alla stessa platea di soggetti sopra i 65 anni, soprattutto fragili, cui viene consigliata l’antinfluenzale. Se si va, per esempio, a vedere gli under 40, al 21 luglio i decessi complessivi da inizio pandemia sono stati 355 (su 127.044) e di questi solo 44 non avevano patologie di rilievo. Nel rapporto non viene poi specificato se le persone decedute avessero beneficiato di una terapia domiciliare precoce.

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