Le Pancreas Unit rappresentano una priorità sanitaria strategica per migliorare la diagnosi precoce e la gestione del tumore del pancreas in Italia. Il progetto promosso dal Ministero della Salute punta a garantire cure omogenee e multidisciplinari su tutto il territorio nazionale, riducendo le disuguaglianze nell’accesso ai trattamenti e aumentando le possibilità di sopravvivenza dei pazienti.
Finalizzare una rete di Pancreas Unit rappresenta oggi una priorità sanitaria nazionale. L’iniziativa, avviata lo scorso anno con la stesura di un documento ministeriale, ha l’obiettivo di assicurare a tutti i pazienti un accesso uniforme a cure di elevata qualità. Il modello prevede team multidisciplinari e criteri di eccellenza ispirati alle migliori pratiche già consolidate, in particolare in Lombardia.
Al tema è dedicata una sessione promossa dalla Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva nell’ambito del XXXII Congresso nazionale delle Malattie Digestive, organizzato dalla Federazione Italiana delle Società delle Malattie dell’Apparato Digerente, in corso a Roma fino al 18 aprile.
«Il documento preparato dal Ministero della Salute è un primo passo verso la creazione delle Pancreas Unit, che andranno poi strutturate a livello regionale, tenendo in considerazione sia il bacino di utenza sia le caratteristiche del territorio. Sarà un percorso che richiede tempi – ci auguriamo non lunghi – in cui saranno coinvolte in primo piano le Regioni», afferma il presidente della SIGE, Luca Frulloni.
I numeri dell’emergenza
In Italia, il tumore del pancreas è in costante aumento e, secondo le proiezioni, potrebbe diventare la seconda causa di morte per neoplasia entro il prossimo decennio. Tuttavia, l’organizzazione dell’assistenza non procede con la stessa rapidità.
La principale criticità resta la diagnosi precoce: solo un paziente su cinque riceve una diagnosi in fase iniziale, quando la malattia è ancora localizzata e operabile, condizione essenziale per aumentare le probabilità di sopravvivenza. Un segnale positivo arriva però dai progressi della ricerca e delle terapie: il numero di persone vive dopo la diagnosi è cresciuto del 10% in tre anni, passando da 21.200 nel 2021 a 23.600 nel 2024.
«Il gastroenterologo riveste un ruolo di primo piano all’interno delle pancreas unit. La gestione diagnostica iniziale del paziente affetto da malattie sia infiammatorie sia neoplastiche è sempre a carico del gastroenterologo che poi indirizzerà il paziente nel percorso terapeutico più appropriato» commenta Frulloni.
Il ruolo del medico di medicina generale e le prospettive future
Negli ultimi dieci anni, la gestione del tumore del pancreas in Italia ha registrato progressi significativi, ma persistono criticità rilevanti. Secondo la Fondazione Nadia Valsecchi, una delle principali riguarda il ruolo dei medici di medicina generale, spesso non adeguatamente formati per riconoscere i segnali precoci della malattia, come l’insorgenza improvvisa di diabete o la perdita di peso non spiegata, e per individuare i casi di familiarità.
Un secondo nodo è rappresentato dallo screening dei soggetti a rischio: programmi strutturati per pazienti con familiarità o mutazioni predisponenti non sono ancora diffusi in modo uniforme sul territorio nazionale. A questo si aggiunge la carenza di nutrizionisti specializzati nei centri oncologici, figura fondamentale in una patologia che compromette significativamente lo stato nutrizionale.
«Registriamo una forte disparità nell’accesso ai test genetici, in particolare per le mutazioni BRCA: la possibilità di effettuarli dipende ancora troppo dal centro in cui ci si trova, negando a molti pazienti l’accesso a terapie mirate». afferma Federica Valsecchi, presidente della Fondazione
Sul fronte della ricerca, le prospettive sono incoraggianti. «Guardiamo con grande attenzione all’approvazione da parte della Food and Drug Administration degli inibitori di KRAS — mutazione predominante nel tumore pancreatico — nei pazienti con malattia metastatica, così come allo sviluppo di vaccini terapeutici. Anche la biopsia liquida, in grado di individuare la malattia in fase precoce, potrebbe rappresentare uno strumento chiave per migliorare la diagnosi», conclude Valsecchi.



