Coniato nel 2.000 da Claudio Franceschi (professore emerito di Immunologia presso l’Università di Bologna, tra i massimi esperti mondiali nel campo della biogerontologia) e collaboratori, il termine inflammaging descrive uno stato infiammatorio sistemico cronico, di bassa intensità e, generalmente, subclinico, che si instaura progressivamente con l’avanzare dell’età e accompagna (in molti casi guidandola) la comparsa delle principali patologie età-correlate

  • malattie cardiovascolari
  • diabete di tipo 2
  • neurodegenerazione
  • sarcopenia
  • alcuni tumori

È un’infiammazione invisibile al paziente, ma misurabile attraverso l’innalzamento persistente nel sangue di marcatori infiammatori come la proteina C-reattiva ultrasensibile (hs-CRP), l’interleuchina-6 (IL-6), il TNF-α e i prodotti di glicazione avanzata (AGEs).

Negli stessi anni in cui questo modello si è consolidato, è emersa con altrettanta chiarezza una seconda evidenza: la dieta è uno dei principali modulatori dell’inflammaging. Non un fattore tra gli altri, ma la protagonista principale, dal momento che la sua azione si esercita ogni giorno, più volte al giorno, attraverso meccanismi che interessano simultaneamente la composizione del microbiota, l’integrità della barriera intestinale, il metabolismo lipidico, lo stress ossidativo e l’espressione genica. Nessun altro intervento dello stile di vita ha la stessa frequenza di contatto con la biologia del paziente.

I meccanismi: dove il cibo incontra l’infiammazione

L’inflammaging non nasce da un singolo evento. È il prodotto di processi che si sovrappongono e si rinforzano: 

  • accumulo di cellule senescenti che secernono fattori pro-infiammatori (il cosiddetto  SASP, senescence-associated secretory phenotype);
  • disfunzione mitocondriale e produzione di specie reattive dell’ossigeno;
  • alterazioni dell’omeostasi del microbiota con traslocazione di lipopolisaccaridi (LPS) attraverso una barriera intestinale meno selettiva;
  • attivazione cronica dell’inflammasoma (attraverso il sistema NLRP3) e della via NF-κB nelle cellule immunitarie.

Tutti questi processi sono, in misura diversa, sensibili agli input alimentari. Ad esempio, un pasto ricco di zuccheri rapidamente assorbibili e grassi saturi può attivare, entro poche ore, l’inflammasoma NLRP3 nelle cellule del sistema immunitario circolante. La fermentazione di fibre fermentabili nel colon, al contrario, produce acidi grassi a corta catena, in particolare butirrato, che inibiscono le istone deacetilasi (HDAC) e riducono l’espressione di geni pro-infiammatori. 

Gli Omega-3, attraverso la sintesi di mediatori specializzati nella risoluzione dell’infiammazione (resolvine, protectine, maresine), spengono attivamente i circuiti infiammatori una volta avviati; i polifenoli alimentari modulano il microbiota e inibiscono direttamente NF-κB. Ogni pasto produce, dunque, un segnale infiammatorio o antinfiammatorio netto, e la somma di questi segnali nel tempo contribuisce in modo determinante alla traiettoria infiammatoria dell’individuo.

Il pattern occidentale: un fattore di accelerazione

Il punto di partenza per comprendere il problema è la dieta occidentale moderna (Western diet pattern), caratterizzata da elevato apporto di alimenti ultraprocessati, zuccheri raffinati, oli vegetali con rapporto Omega-6/Omega-3 sbilanciato, grassi saturi di origine industriale e sale, come pure da uno scarso apporto di fibre, polifenoli e composti bioattivi. Questo mix nutrizionale agisce come un acceleratore dell’inflammaginge dell’invecchiamento cellulare. Le evidenze epidemiologiche sono robuste. Studi prospettici hanno documentato come l’aderenza a pattern occidentali sia associata a un incremento dei marcatori infiammatori sistemici, indipendentemente dal peso corporeo. 

L’introduzione massiccia di alimenti ultraprocessati (categoria 4 della classificazione NOVA) è correlata in modo dose-dipendente alla mortalità totale, malattie cardiovascolari e declino cognitivo. Un meccanismo plausibile è la combinazione di emulsionanti industriali, additivi, residui di processo (acrilamide, prodotti di glicazione avanzata da cottura ad alte temperature) e impoverimento della matrice alimentare originaria, che insieme alterano la permeabilità intestinale e attivano risposte immunitarie subcliniche. Il quadro è ulteriormente complicato da pasti consumati in finestre temporali troppo ampieporzioni eccessivesedentarietà e sonno frammentato. La dieta non agisce nel vuoto: è il contesto comportamentale complessivo a modularne l’impatto.

Sul fronte opposto, il pattern alimentare con le evidenze più consistenti di azione antinfiammatoria è la dieta mediterranea: abbondanza di verdura, frutta, legumi, cereali integrali, frutta secca; olio extravergine di oliva come grasso da condimento principale; consumo regolare ma moderato di pesce; consumo limitato di carne rossa e prodotti caseari; scarso ricorso ad alimenti ultraprocessati. Lo studio scientifico PREDIMED, che ha randomizzato oltre 7.000 soggetti ad alto rischio cardiovascolare, ha mostrato una riduzione significativa degli eventi cardiovascolari nel braccio mediterraneo arricchito con olio extravergine d’oliva o frutta secca e una riduzione misurabile dei marcatori infiammatori sistemici. Studi successivi hanno esteso questa evidenza. Pattern affini come la dieta DASH e la dieta MIND, quest’ultima specificamente disegnata per il cervello che invecchia, hanno mostrato effetti protettivi su pressione arteriosa, declino cognitivo e marcatori di neuroinfiammazione.

Il denominatore comune è chiaro: alta densità di composti bioattivi, basso carico glicemico, prevalenza di alimenti minimamente processati, profilo lipidico orientato verso monoinsaturi e omega-3. L’effetto benefico non è attribuibile a un singolo alimento, ma a una matrice nutrizionale complessa in cui i componenti interagiscono in sinergia. Questo è un dato cruciale per la pratica clinica: l’intervento nutrizionale efficace è sempre sistemico, non è mai “mononutrizionale”.

I protagonisti molecolari antinfiammatori

All’interno di questa matrice, alcuni composti bioattivi meritano un’attenzione particolare per la loro documentata azione sui circuiti infiammatori.

  • Acidi grassi Omega-3 a catena lunga (EPA e DHA), presenti nel pesce azzurro e nei prodotti ittici di acque fredde, sono precursori dei mediatori lipidici specializzati che risolvono attivamente l’infiammazione. Una loro carenza relativa, frequente nelle diete occidentali (con rapporto Omega-6/Omega-3 spesso superiore a 15:1 contro un ottimale stimato intorno a 4:1), riduce la capacità di spegnere i processi infiammatori avviati.
  • Polifenoli rappresentano una famiglia eterogenea di composti vegetali con attività antiossidante e modulatrice del microbiota. Antocianine dei frutti di bosco, flavonoidi del tè verde (in particolare l’epigallocatechina gallato, EGCG), curcumina, resveratrolo, oleuropeine dell’olio extravergine di oliva: tutti esercitano un’azione documentata sulla soppressione di NF-κB, sulla riduzione delle citochine pro-infiammatorie e sulla protezione mitocondriale. La biodisponibilità di molti polifenoli è modesta: gran parte dell’effetto sistemico si esercita indirettamente, attraverso il microbiota e i metaboliti secondari.
  • Fibre fermentabili, come inulina, fruttooligosaccaridi, beta-glucani, pectine, etc. sono il substrato preferenziale per i batteri produttori di butirrato. Una dieta ricca di legumi (meglio se decorticati), verdure, cereali integrali e tuberi a basso indice glicemico sostiene questa fermentazione, con effetti positivi sulla barriera intestinale e sull’asse intestino-immunità.
  • Vitamine e minerali ad azione antiossidante (Vitamine C, E, A; Selenio; Zinco) contengono lo stress ossidativo cellulare, strettamente intrecciato con l’infiammazione cronica. La loro carenza, anche subclinica, comune nell’invecchiamento, può amplificare lo stato infiammatorio sistemico.

La firma infiammatoria della dieta: biomarcatori utili in pratica clinica

L’effetto di un pattern alimentare sull’infiammazione sistemica può essere valutato attraverso parametri laboratoristici disponibili nella maggior parte dei contesti clinici. I principali sono la proteina C-reattiva ultrasensibile (hs-CRP), dove valori persistentemente sopra 1 mg/L suggeriscono uno stato infiammatorio rilevante; l’interleuchina-6 (IL-6) circolante, marker più sensibile ma di uso meno routinario; il rapporto neutrofili/linfociti (NLR) del semplice emocromo, indicatore semplice ed economico di stato infiammatorio sistemico; l’omocisteina, correlata sia all’infiammazione sia al metabolismo dei folati.  A questi si possono affiancare, dove disponibili, il profilo degli acidi grassi eritrocitari (utile per valutare il rapporto Omega-6/Omega-3, dove un Omega-3 index superiore all’8% è considerato cardioprotettivo) e il dosaggio di Vitamina D, frequentemente carente e implicata nella modulazione immunitaria. La rivalutazione di questi parametri a 3-6 mesi da un intervento dietetico mirato fornisce un riscontro oggettivo dell’efficacia della modifica nutrizionale.

Il microbiota come amplificatore o smorzatore del segnale

L’intestino ospita la più grande popolazione cellulare immunitaria dell’organismo, continuamente modulata dalla composizione microbica e dai metaboliti che essa produce. Una dieta ricca di alimenti fermentabili e povera di ultraprocessati sostiene un ecosistema microbico ricco di specie produttrici di butirrato (Faecalibacterium prausnitziiRoseburiaEubacterium), in grado di mantenere l’integrità della barriera intestinale e di limitare la traslocazione di endotossine.

Quando la dieta è povera, monotona e ad alto indice glicemico, la diversità delle specie batteriche si riduce e aumentano le specie pro-infiammatorie e la quantità di LPS (lipopolisaccaride) circolante. Questa endotossiemia metabolica porta a un’infiammazione cronica di basso grado ed è uno dei meccanismi più studiati per l’insorgenza dell’inflammaging. Questa dinamica è particolarmente riscontrabile nei soggetti con obesità viscerale, sindrome metabolica o resistenza insulinica.  Modificare la dieta significa modificare il microbiota in direzione di maggiore resilienza e migliore profilo metabolico, con effetti misurabili sui marcatori infiammatori sistemici nell’arco di settimane.

Tempo e quantità: oltre la composizione

La nutrizione antinfiammatoria non riguarda solo cosa si mangia, ma anche quando e quanto. La cronobiologia nutrizionale ha mostrato che pasti consumati in una finestra temporale ristretta (time-restricted eating, tipicamente 8-12 ore al giorno) si associano a miglior controllo glicemico, riduzione dello stato infiammatorio sistemico e miglioramento dell’autofagia cellulare. 

Un digiuno notturno di almeno 12 ore consente al sistema digestivo, al microbiota e alle vie metaboliche di entrare in una fase di riposo funzionale che le diete distribuite su 16 ore al giorno non permettono. Anche la restrizione calorica moderata, non drastica, ha effetti documentati sull’inflammaging: riduce IL-6 e TNF-α, migliora la sensibilità insulinica, induce vie di longevità conservate evolutivamente (sirtuine, AMPK, autofagia). Non si tratta di promuovere regimi ipocalorici severi, spesso controproducenti nell’anziano a rischio di sarcopenia, ma di evitare la sovralimentazione cronica che caratterizza gran parte delle abitudini contemporanee. Anche la qualità dell’atto del mangiare conta: pasti consumati in fretta o in stato di stress alterano la risposta postprandiale e amplificano il segnale infiammatorio acuto.

Dalla teoria alla pratica nutrizionale

La traduzione di queste evidenze in un piano nutrizionale concreto richiede equilibrio. Le proposte estremistiche (diete eliminazioniste rigide, supplementazioni massicce di singoli composti, regimi temporali aggressivi) sono raramente sostenibili e talvolta controproducenti. L’approccio efficace è graduale, contestualizzato, e centrato sul ridisegno complessivo del pattern alimentare quotidiano. Le priorità di intervento, in ordine di impatto atteso, sono: 

  • aumentare in modo sostanziale l’apporto di verdure, frutta e legumi (non meno di 5 porzioni di vegetali al giorno); 
  • ridurre drasticamente alimenti ultraprocessati e zuccheri aggiunti; 
  • introdurre pesce azzurro almeno 2-3 volte alla settimana; 
  • sostituire i grassi da condimento con olio extravergine di oliva di qualità; 
  • introdurre regolarmente frutta secca (30 g/die come soglia di riferimento); 
  • favorire alimenti fermentati (yogurt, kefir, crauti, miso); 
  • mantenere una finestra di digiuno notturno di almeno 12-13 ore. 

A questo si aggiunge l’attenzione al contesto: ridurre il consumo serale, curare la qualità del sonno e l’attività fisica regolare, essa stessa potente regolatore antinfiammatorio. Tutti questi elementi agiscono in modo sinergico, e la loro combinazione produce effetti superiori alla somma delle parti.

Cinque modifiche dietetiche con il miglior rapporto evidenza/fattibilità

  1. Sostituire i cereali raffinati con cereali integrali in almeno il 75% dei pasti. Effetto su carico glicemico, microbiota e produzione di butirrato.
  2. Introdurre almeno 30 g di frutta secca al giorno (preferenzialmente noci e mandorle non salate).Apporto di acidi grassi insaturi, polifenoli e magnesio.
  3. Consumare pesce azzurro di piccola taglia 2-3 volte alla settimana (acciughe, sgombri, sardine). Rapporto ottimale tra omega-3 e bassa esposizione a metalli pesanti.
  4. Eliminare le bevande zuccherate e ridurre drasticamente i dolci da forno industriali. È l’intervento singolo con maggior impatto sulla riduzione del carico glicemico complessivo.
  5. Stabilire una finestra alimentare di 10-12 ore al giorno, con cena consumata almeno 3 ore prima del riposo notturno. Effetti su ritmi circadiani, metabolismo e qualità del sonno.

L’inflammaging non è una condanna biologica. È un processo modulabile, e la nutrizione è uno dei suoi modulatori più potenti, Questo avviene non perché un singolo alimento ha un effetto miracoloso (come tanti moderni integratori vorrebbero far credere), ma perché la dieta agisce contemporaneamente su microbiota, barriera intestinale, profilo lipidico, stress ossidativo, ritmi metabolici ed espressione genica. È una leva sistemica, che richiede costanza e visione di insieme.

Articolo tratto dal numero di settembre 2026 di Medicina Integrata

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