Crescono le evidenze sul coinvolgimento dell’asse intestino-cervello, il gut-brain axis, nella patogenesi delle malattie neurodegenerative, ovvero l’interazione tra microbiota intestinale e l’organismo ospite.
Nuove informazioni sul filo rosso che unisce questo binomio, per alcuni meccanismi non ancora del tutto chiaro, arrivano da un recente studio (una revisione sistematica di ricercatori italiani) su Nutrition Research, che potrebbe anche aiutare a definire efficaci strategie terapeutiche sul microbiota intestinale per rallentare il declino cognitivo nell’anziano.
Lo studio
Un totale di 15 studi, in prevalenza trial randomizzati controllati, e 4.275 partecipanti di età superiore ai 45 anni, con iniziale declino cognitivo, o con malattia di Alzheimer moderata o allo stadio iniziale, o portatori di profili a rischio per questa patologia, sono stati rivalutati da ricercatori italiani per indagare l’implicazione del microbiota intestinale nell’innesco o accelerazione delle malattie neurodegenerative.
Stabilita una relazione di continuità ciò potrebbe favorire la definizione di interventi mirati, ad esempio la modificazione della dieta in senso prebiotico, la somministrazione diretta di probiotici, o il trapianto del microbiota per rallentare il processo degenerativo.
La qualità metodologica degli articoli esaminati è risultata globalmente moderata–alta, anche se gravata da criticità ricorrenti: eterogeneità degli interventi, in termini di durata ed endpoint; difficoltà nel mantenimento della cecità nei trial dietetici, follow-up di durata spesso limitata e campioni di dimensioni ridotte in alcuni sottogruppi (in particolare per gli studi basati sul trapianto fecale).
Le prime evidenze fanno dedurre che i maggiori outcome si hanno agendo nelle fasi precoci delle della malattia o in prevenzione nei soggetti a rischio, con attenuazione dei punteggi negli stadi più avanzati dell’Alzheimer. Splittando le varie possibilità di intervento:
- Dieta mediterranea, anche eventualmente arricchita con olio di oliva extravergine o frutta secca: mostra esiti cognitivi migliori rispetto alle diete di controllo (in genere ipolipidiche), a fronte di regimi alimentari più specifici, ad esempio alcune tipologie di dieta chetogenica, anch’esse efficaci, ma con risultati meno facili da generalizzare.
- Omega-3 e formule multi-nutrienti: sono risultati poco performanti o comunque con esiti modesti o selettivi, salvo alcuni contesti e su domini specifici, quali la memoria e le funzioni esecutive, in cui emergono alcune indicazioni positive.
- Probiotici: diversi studi fanno osservare miglioramenti su test cognitivi o su specifiche funzioni e in specifici contesti, come l’assunzione a seguito di interventi chirurgici in cui sembrano proteggere dal calo cognitivo. Va detto che l’effetto pare correlarsi al ceppo ,dose, durata del probiotico assunto e dal tipo di pazienti coinvolti, quindi con esiti non facilmente generalizzabili, anche in questo caso.
- Trapianto fecale: i dati sono molto preliminari; l’esiguità dei campioni e l’assenza di procedure accurate di standardizzazione costituiscono i limiti principali alle conclusioni relative a efficacia e sicurezza nel medio-lungo periodo.
Meccanismi biologici: infiammazione, SCFA e segnali neurochimici
La sintesi narrativa ha indicato che la modulazione del microbiota era associata a miglioramenti della memoria, delle funzioni esecutive e della cognizione globale, in particolare negli individui con deterioramento cognitivo prodromico o lieve. I benefici riportati erano correlati a una maggiore diversità microbica e produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA). Questi ultimi associati ad una maggiore funzionalità della barriera intestinale, un minore grado di infiammazione e dei rispettivi marcatori neuroinfiammatori, e dello stress ossidativo.
Ovvero meno segnali infiammatori che possono raggiungere (direttamente o indirettamente) il cervello. Sono possibili anche influenze su neurotrasmettitori e neuromodulatori, ad esempio vie legate al GABA, e su fattori trofici, quali il BDNF (Brain-Derived Neutrophic Factor) in alcuni contesti, o interazioni con il metabolismo dei lipidi (colesterolo, acidi biliari, segnali metabolici), che nel cervello sono cruciali per un corretto funzionamento di membrane, sinapsi e neuroni. Va ricordato che molti di questi meccanismi sono plausibili, ma che l’esistenza di una connessione causale tra le modificazioni del microbiota, quelle di specifici marcatori e miglioramenti clinici stabili non è ancora dimostrata in modo definitivo. Al contrario, gli effetti erano limitati nella malattia di Alzheimer in fase avanzata.
Implicazioni cliniche e prospettive di ricerca
Nel complesso, la modulazione del microbiota intestinale rappresenta una promettente strategia non farmacologica per supportare la salute cognitiva, con un intervento precoce che appare cruciale per un beneficio ottimale. Tuttavia, l’eterogeneità nel disegno dello studio e nei protocolli di intervento evidenzia la necessità di studi randomizzati controllati longitudinali su larga scala per confermare l’efficacia e chiarire i meccanismi biologici sottostanti, così come distinguere gli effetti specifici mediati dal microbiota, da quelli indiretti, di natura metabolica e vascolare.
Fonte
Libriani S, Facchinetti G, Marti F, et al. The association between gut microbiota and cognitive decline: a systematic review of the literature. Nutr Res. 2026,147:16-31. doi: 10.1016/j.nutres.2026.01.003



