Articolo realizzato in collaborazione con Nutrizione Medicina Integrata
Dalla qualità delle materie prime alla biodisponibilità, fino alle formulazioni sinergiche e alla scelta degli eccipienti, lo sviluppo di un integratore alimentare richiede oggi un approccio sempre più rigoroso e basato sulle evidenze.
Con Marco Casati, biologo nutrizionista e consulente NMI – Nutrizione Medicina Integrata, approfondiamo i principali aspetti che incidono sull’efficacia di una formulazione nutraceutica, analizzando il ruolo delle tecnologie produttive, dei criteri di selezione degli ingredienti e dell’appropriatezza scientifica nella pratica clinica.
“Naturale” è ormai un’etichetta di marketing. Come selezionate le materie prime e quanto pesa la filiera produttiva italiana?
«NMI nasce come linea nutraceutica per i professionisti e deve distinguersi dagli integratori commerciali di livello medio: la mission è offrire prodotti di alta qualità, con un ritorno reale in efficacia sui pazienti. Da qui una cura maniacale delle materie prime, anche a discapito delle logiche del mercato consumer. “Naturale” è ormai un termine inflazionato, in cui è spesso il marketing a definire la presunta qualità. Per questo selezioniamo i fornitori per serietà, certificazioni e analisi, senza compromessi.
Un esempio è AKQ Complex: oltre al complesso di vitamina A e K contiene il coenzima Q10 in forma attiva (ubichinolo). In commercio oltre il 90% dei CoQ10 usa la forma non attiva (ubichinone), che costa circa 9 volte meno; ma gli studi riguardano l’ubichinolo, e negli anziani o in chi ha scarso potere riducente il beneficio arriva solo con la forma attiva. Molti investono nel marketing, noi sul risultato concreto del paziente: da sempre il nostro miglior passaparola.»
Molti estratti vegetali sono ottenuti con calore o solventi che degradano i principi attivi più fragili. Cosa sono i criotriturati e perché li avete scelti?
«Il principio attivo determina la funzione, ma da solo non basta a definire la qualità: un prodotto molto titolato, in apparenza “forte”, può nascere da estrazioni non a regola d’arte, meno pulito di quanto sembri. L’errore ricorrente è ragionare in ottica farmacologica (più attivi, più effetto) e non è sempre così. Per questo lavoriamo con i criotriturati, che aggirano questi rischi e innalzano qualità ed efficacia.
La criotriturazione è una riduzione granulometrica a temperature bassissime (da -40°C a -196°C) con azoto liquido o CO₂ criogenica. Nella macinazione convenzionale l’attrito genera calore oltre i 100°C, che degrada i composti termolabili – terpeni, oli essenziali, flavonoidi, enzimi – e provoca ossidazione. Pre-raffreddata con azoto, la materia prima diventa fragile come vetro; nel mulino criogenico la frattura avviene per impatto e non per abrasione, in ambiente inertizzato e sistema chiuso che esclude l’ossigeno.
I vantaggi sulla macinazione tradizionale: profilo fitochimico preservato quasi integralmente; resa in composti volatili fino a 3-5 volte superiore; minore degradazione ossidativa; migliore solubilità e biodisponibilità; sterilità microbiologica di fatto, per inibizione dell’attività enzimatica e batterica. È l’unico metodo che mantiene insieme principi attivi e molecole sinergiche della pianta, per un effetto più completo del solo attivo estratto e standardizzato.»
Un integratore è valutato sulla quantità di attivo in etichetta, non su quanto viene assorbito. Come agisce la tecnologia liposomiale sulla biodisponibilità?
«La tecnologia liposomiale aumenta assorbimento e biodisponibilità. Il problema è che molti attivi, per superare la barriera intestinale, vengono prima digeriti e poi ricostituiti. È il caso del glutatione, presente nel liposomiale LIPOIMMUN: è un tripeptide (glutammato, cisteina, glicina) che, per via orale, viene subito digerito dall’orletto a spazzola nei tre aminoacidi e ricostruito de novo nella cellula, senza attraversare la parete integro. Così la sua biodisponibilità orale è del 3-10%, contro picchi del 90% della forma liposomiale.
I liposomi sono vescicole a doppio strato fosfolipidico, identiche alla membrana cellulare, e agiscono su tre livelli: proteggono dall’idrolisi enzimatica, perché il GSH incapsulato non è accessibile agli enzimi intestinali; si fondono con la membrana enterocitaria, rilasciando il contenuto nel citoplasma; attivano endocitosi e trasporto linfatico via chilomicroni, bypassando il primo passaggio epatico. Così a destinazione arriva molto più attivo integro. Uno studio del British Journal of Nutrition (Cambridge) ha rilevato al picco livelli ematici fino a 6 volte superiori al GSH convenzionale; uno del 2025 su Pharmaceutics (PMC) stima la biodisponibilità liposomiale al 30-90%, contro il 3-10% del GSH non modificato.»
La logica del “principio attivo unico” domina ancora il mercato. NMI lavora su formulazioni sinergiche: cosa significa in pratica e quali criteri guidano la combinazione?
«Il principio attivo unico è mutuato dalla farmacologia, dove isolare una molecola standardizza la dose; in nutraceutica tradisce la biologia dei sistemi. Le condizioni che motivano un integratore (infiammazione cronica di basso grado, disbiosi, stress ossidativo, disfunzione mitocondriale) non sono patologie a bersaglio singolo, ma stati funzionali con più pathway simultanei: un solo attivo colpisce un nodo di una rete ridondante, e l’effetto è spesso marginale.
Noi partiamo dalla mappa fisiopatologica: qual è il processo disfunzionale a monte del sintomo? L’infiammazione intestinale, per esempio, coinvolge insieme permeabilità epiteliale, disbiosi, attivazione di NF-κB, stress ossidativo mucosale e disfunzione immunitaria; una formula efficace deve indirizzarne almeno tre: aggredirne uno solo lascia gli altri a perpetuare il problema. Il secondo criterio distingue sinergia vera e ridondanza: due inibitori dello stesso pathway sono sovrapposizione, non sinergia. La combinazione di boswellia, omega-3 e probiotici del protocollo antinfiammatorio agisce invece su tre livelli distinti — NF-κB con la boswellia, risoluzione lipidica via resolvine con EPA e DHA, riequilibrio del microbiota con i probiotici. Stesso obiettivo, tre meccanismi, zero ridondanza.
Il terzo criterio è la cinetica: attivi eccellenti possono degradarsi prima del sito d’azione. La curcumina senza fosfatidilcolina o piperina è di fatto inerte: la sinergia tra molecole deve accompagnarsi a quella tra molecola e veicolo, da cui il nostro lavoro su liposomi e criotriturazione. L’ultimo filtro, però, non è la letteratura ma la clinica: la risposta biologica misurabile sull’uomo. Ogni formula NMI nasce dall’incrocio tra evidenza scientifica, razionale fisiopatologico e osservazione diretta sui pazienti, con il numero minimo di ingredienti necessari: non la lista più lunga, ma la più precisa.»
Cresce l’attenzione anche all’involucro. Perché avete scelto le capsule vegetali e come si concilia con i prodotti “senza eccipienti” ?
«Il contenitore non è neutro: fa parte della formulazione anche quando non sembra. Usiamo capsule vegetali in HPMC (idrossipropilmetilcellulosa, da cellulosa vegetale): la scelta rispetto alla gelatina animale non è solo etica, riguarda la stabilità chimica. La gelatina trattiene il 13-16% di umidità, l’HPMC il 3-8%; e per attivi igroscopici, estratti concentrati e probiotici l’umidità è il principale fattore di degradazione nella shelf life. La capsula vegetale garantisce quindi maggiore stabilità del profilo fitochimico, soprattutto senza antiossidanti sintetici. Costa più della compressa, che però perde attivo per compressione e richiede eccipienti leganti più una filmatura per non sbriciolarsi.
Sugli eccipienti serve precisione. Gli eccipienti classici – stearato di magnesio (lubrificante), biossido di silicio (antiagglomerante), cellulosa microcristallina (riempitivo) – hanno ragioni industriali legittime: migliorano il flusso della polvere, evitano che le capsule si incollino, standardizzano il peso. Non sono veleni: chi sostiene che lo stearato di magnesio sopprima i linfociti T fraintende uno studio del 1990 su concentrazioni di acido stearico in vitro impossibili nell’ingestione orale. La nostra posizione non è ideologica, ma funzionale: dove non servono, non si usano. Con attivi ad alta concentrazione e ingredienti selezionati per granulometria e scorrevolezza, riempiamo le capsule senza lubrificanti né antiagglomeranti: l’assenza di eccipienti non è un claim, ma la conseguenza di una scelta di qualità.
C’è poi un motivo specifico: con i probiotici, lo stearato di magnesio pone un interrogativo reale sulla competizione con la colonizzazione batterica, e nel dubbio lo eliminiamo. Per lo stesso principio niente coloranti, aromi o dolcificanti: non servono e ogni sostanza in più è una variabile da controllare. La capsula vegetale senza eccipienti è coerenza applicata all’involucro.»
In questo settore il marketing supera spesso le evidenze. Qual è la visione di NMI e quali principi etici vi guidano, anche controcorrente?
«Il problema del settore non è la cattiveria di chi lo popola, è un incentivo strutturale sbagliato: il mercato premia chi fa affermazioni più grandi, mette più ingredienti in confezione, lega il prodotto all’immagine di un atleta o di un medico. Fare ricerca seria e comunicarla onestamente costa, ma l’abbiamo fatto.
Il primo principio è che la dose non è una variabile di marketing: “di più è meglio” è una delle distorsioni più dannose del settore. Lavoriamo sui dosaggi che la letteratura indica come efficaci, non su quelli che impressionano in etichetta. Il secondo, più controcorrente, è che un buon integratore non sostituisce una diagnosi: gran parte del mercato vive sull’auto-prescrizione – ci si sente stanchi e si compra CoQ10 – che può però mascherare una disfunzione tiroidea, un’anemia sideropenica o un disturbo del sonno meritevoli di attenzione clinica. NMI nasce dall’incontro tra nutrizione e medicina integrativa: i prodotti vanno contestualizzati in un percorso, per professionisti e consumatori consapevoli, non per chi cerca la soluzione rapida.
L’ultimo principio è la coerenza tra quello che diciamo e quello che mettiamo nei prodotti: non lanciare un ingrediente di tendenza senza un’evidenza clinica solida, non cambiare formulazione per ridurre i costi senza comunicarlo, non usare estratti a bassa standardizzazione perché costano meno. Ogni scelta deve poter essere difesa davanti a un medico esigente, non a un buyer della grande distribuzione.»

