Pediatria integrata per la salute mentale di bambini e adolescenti

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Il 10 ottobre scorso si è celebrata la Giornata mondiale della salute mentale. In quell’occasione sono stati pubblicati i dati di un recente studio di Ipsos secondo il quale in media 8 persone su 10 (79%) in 30 Paesi affermano che la loro salute mentale e fisica sono ugualmente importanti quando si parla di salute personale, ma solo un terzo (35%) di queste persone pensa che i sistemi sanitari del proprio Paese trattino tali disturbi e quelli fisici con uguale importanza. Una percentuale maggiore (42%) ritiene che l’assistenza sanitaria attribuisca maggiore importanza alla salute fisica. Ciò avviene in un periodo storico di estrema sofferenza psicologica, tra paura pandemica, chiusure e distanze sociali, separazione dal mondo, crisi economica etc. I primi a essere colpiti in questa situazione, per molti drammatica, sono i bambini e gli adolescenti.

Alcuni dati

Un primo allarme in questo senso era stato lanciato all’inizio dell’anno con la pubblicazione dei dati sull’aumento dei casi di suicidio in età pediatrica e adolescenziale in Giappone: + 16%. Anche in Italia si rilevano fenomeni analoghi. Un recente monitoraggio promosso dalla Società italiana di pediatria (Sip) in 9 Regioni italiane  rivela che gli accessi per patologie di interesse neuropsichiatrico hanno registrato un incremento dell’84% rispetto al periodo precedente. Sono aumentati del 147% gli accessi per “ideazione suicidaria”, seguiti da depressione (+115%) e disturbi della condotta alimentare (+78.4%). Anche i ricoveri, con posti letto occupati al massimo della loro capienza per settimane, hanno registrato un incremento che ha sfiorato il 40%. sempre per ideazione suicidaria, depressione e disturbi della condotta alimentare. Non a caso proprio in questo periodo la Federazione italiana medici pediatri (Fimp) ha presentato una nuova versione della Carta dei Diritti del Bambino per rispondere alle mutate condizioni dell’infanzia, che rappresenta una fascia della società particolarmente vulnerabile e molto spesso poco presa in considerazione.

Verità e ascolto sono le parole chiave, ma è anche importante l’affermazione che la cura del bambino non può fermarsi nell’ambito delle cure primarie, essendo la salute non solo uno stato di benessere fisico ma anche una risorsa per la crescita delle persone, e della comunità, sul piano emozionale, intellettuale, economico, etico e spirituale. Per usare un termine più comune al nostro ambito, potremmo parlare di una visione “olistica” della salute dei bambini e quindi della necessità di un approccio non meccanicistico ai pazienti pediatrici, così come verso gli adolescenti.

Il possibile ruolo delle medicine complementari

Che ruolo possono avere le medicine complementari in questo nuovo paradigma? Come possiamo contribuire a restituire gioia ai bambini e liberare la loro fantasia? Da sempre sono proprio loro un target privilegiato per l’applicazione dei principi di un approccio a tutto tondo ai problemi di salute, come da sempre avviene in ambito complementare. In tutte le discipline complementari esiste infatti un ambito pediatrico, spesso fatto solo di consigli per un approccio più naturale ai problemi che si riscontrano nelle diverse fasi di crescita e di sviluppo dei bambini, dalla gravidanza con la richiesta di un intervento “non farmacologico” per evitare i rischi che conosciamo, all’allattamento e allo sviluppo delle prime fasi di vita del bambino. E ancora nell’accompagnamento alla crescita affrontando via via i disturbi respiratori presenti nella prima infanzia e magari più avanti con l’età le allergie, per arrivare ai tormenti dell’adolescenza, in cui molte volte noi stessi ci riconosciamo e ci rispecchiamo.

Non esiste dunque solo un approccio organicista che il medico, il pediatra, gestisce, demandando poi allo psicologo, o al neuropsichiatra, la soluzione dei casi che presentano una psico-patologia. Il bambino, ancor più dell’adulto, in molte situazioni cela dietro il disturbo fisico, un disagio psicologico, che può essere, e spesso lo è, familiare ma altrettanto spesso è una “fobia scolastica” che sta a noi comprendere, saper riconoscere e trattare collegando mente e corpo, come siamo abituati a fare con le nostre medicine e il nostro approccio terapeutico. È dunque tempo, oggi più che mai, di acquisire una visione globale nella quale comprendere il disagio infantile e una diversa consapevolezza; è il tempo di una pediatria veramente integrata.

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